Quante tentazioni da Bologna a Bolzano, ma si può non mettere le mani nel fango con Lina Lapelyté a Milano per FOG?!?
14.09.2026
“Noi” come corpi persiani, amplificatori di un dolore che necessita ascolto fisico.
Sullo sfondo di un’asfissiante Milano ermeticamente sigillata nella bolla di calore di giugno, ho assistito a 'I Persiani' di Eschilo al TeatroLaCucina (suggestiva location situata nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini) nell'ambito del festival Da Vicino nessuno è normale, per la regia di Giovanni Ortoleva (produzione del Teatro della Tosse e Fondazione Luzzati).
Ortoleva, classe 1993 e leva millennial della regia contemporanea, rimette in scena la più antica tragedia a noi pervenuta, plasmandola sui corpi di rappresentanti di una supposta stirpe attoriale genovese: Enrico Campanati, Pietro Giannini (1), Valentina Picello, e Marco Santi. In questo modo il giovane regista riesce a radicarsi coerentemente nei concetti cardine di “stirpe” e “trasmissione” dell’opera eschilea.
La tragedia di Eschilo racconta del terribile epilogo della battaglia di Salamina, combattuta tra la Lega Panellenica e l’Impero persiano nel 480 a.C. L’infausta disfatta dei persiani viene quindi messa in scena nel 472 a.C. per parte del pubblico vittorioso, permettendo così agli ateniesi di empatizzare con la distruzione non solo bellica, ma soprattutto psicologica, dell’intero popolo avversario vinto.
Ne 'I Persiani' di Eschilo la vera celebrazione della vittoria ateniese diventa il riuscire a vedere il dolore dei vinti, ampliare la visione, concretizzare gli spiriti dei loro corpi, e riconoscerli in esseri umani uguali ai vittoriosi. “Non si dovrebbe dare un “noi” per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri” recita la sinossi allo spettacolo citando Susan Sontag in 'Davanti al dolore degli altri0, dando una connotazione d’un’empatia spiccatamente contemporanea all’opera riletta oggi.
Quella greca, infatti, doveva essere un’empatia da un taglio molto differente da quanto oggi inteso da noi; per Ortoleva l’empatia diventa ascolto fisico.
Il regista posiziona in fondo alla scena, fin dall’ingresso di noi spettatori, Pietro Giannini (prima messaggero, poi Serse e corpo per Dario) impegnato in una esasperata corsa sul posto. Continua a correre per dieci, quindici, poi venti e più minuti, e quella che dovrebbe essere la metafora del percorso del messaggero per recapitare l’infausta notizia, diventa una fatica concreta che si spande tra il pubblico. La platea comincia a sventolare vigorosamente i ventagli attorno a me, la sala si riscalda sempre di più, e il respiro affannoso di Giannini riempie e riscalda lo spazio.
A campeggiare di fronte alla forsennata corsa sul posto del messaggero, è il corifeo persiano (Enrico Campanati) caratterizzato da una ieratica e stanca fissità, seduto al bordo dell’alcova che troneggia al centro del palco, parlando a noi come al popolo persiano.
All’ingresso della Regina Atossa (una magistrale Valentina Picello) comincia a suonare Björk, intimando il silenzio, come se qualcosa di infausto stesse per giungere, incombente, e noi lì, accaldati, ad attenderlo.
Dal momento in cui il messaggero termina la sua corsa, boccheggiante, senza fiato, si fa spazio per la scena, e comincia a scalare l’alcova lignea, su di lui riluce la fatica del sudore, che ha sciolto un trucco dorato che lo ornava completamente e che adesso gocciola. Mellifluo, si avviluppa per le colonne, sembra quasi un Cristo, un portatore di una verità: ansimante annuncia la sconfitta dell’impero.
It’s Oh So Quiet scoppia, irrompe come il “silenzio prima della tempesta”, così come l’attesa del popolo che noi rappresentiamo: inermi, accaldati e sventolanti.
'I Persiani' è una tragedia fatta di spazi che si intersecano e corpi che si muovono attraverso essi, provocando e restituendo così energia. Il dolore prende la forma di un caldo soffocante, afoso. Noi, “Persiani”, ci muoviamo immobili, ci sventoliamo, mentre agli attori si contorcono le budella e versano tutti i loro liquidi sul palco di legno. Le parole sono impastate, confuse, appiccicose.
È un salto nel dolore che mette il nostro corpo, nel mezzo dell’afa milanese, a contatto con altri corpi trafitti, lacerati, laceranti. In questo caso, il dolore (come deve essere stato per il pubblico ateniese il racconto dell’avversario popolo vinto) è talmente fisico ed estenuante per gli attori, da stremare anche noi.
Per vedere i corpi di un’umanità e assistere alla loro tragedia, empatizzare e immedesimarsi, Ortoleva chiede di percepirne la carne. La tridimensionalità e l’attraversamento del dolore, seduti sì, ma in una condizione di scomodità, perché come il corpo del messaggero affaticato soffre davanti a noi, anche noi veniamo avvolti dal caldo afoso della sala, e veniamo invitati all’ascolto silenzioso, quieto, del dolore altrui.
In conclusione a questa rappresentazione di corpi fisicamente parlanti, è lo spirito muto di Dario (Marco Santi) a prendere corpo sulla scena attraverso quello del messaggero, di cui si impossessa, e che muove col pensiero. Questo stratagemma permette ad Ortoleva di non rendere effettivamente fisico lo spirito di Dario, donandogli comunque concretezza in potenza.
Gli attori alla fine hanno le lacrime agli occhi, che sia per il caldo, o la forte emozione, grazie ad Ortoleva hanno avuto l’occasione di attraversare fisicamente questi personaggi, e ne escono estenuati.
“Noi” come corpi persiani, amplificatori di un dolore che necessita ascolto fisico.
(1) GIANNINI TORNA SUL PONTE IL 13 AGOSTO
Sono aperte su Evenbrite le iscrizioni gratuite per assistere alla replica straordinaria a Palazzo Tursi de 'La traiettoria calante', monologo di e con Pietro Giannini costruito a partire dai fatti che hanno disegnato la tragica parabola del crollo del ponte, il 14 agosto 2018.
Il lavoro drammaturgico ha avuto la consulenza del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, la produzione è del Teatro Nazionale di Genova. La serata speciale del 13 agosto prossimo è stata organizzata del Comune di Genova nell’ambito delle iniziative in programma per commemorare l’ottavo anniversario della tragedia del Ponte Morandi (13 e 14 agosto).
Alle 20:30 lo spettacolo sarà anticipato da un incontro aperto al pubblico alla presenza della sindaca Silvia Salis, Egle Possetti (in rappresentanza dei parenti delle vittime del Ponte Morandi) e Pietro Giannini in dialogo con il giornalista de La Repubblica, Matteo Macor, presso il Porticato di Palazzo Tursi.