La necessità e il dovere di prendere la parola: una sana lezione dalla Francia per il 25 aprile dei lavoratori dello spettacolo
19.04.2026
Per prendere il caso e le necessità, così come si sono presentati nella tarda mattinata di lunedì 23 marzo, quando da Ca’ Giustinian a Venezia la Biennale ha presentato le prossime tre rassegne DMT, cioè di Danza, Teatro e Musica, quasi tutti erano ormai distratti dalla ripresa della quotidianità settimanale oppure ad aspettare i primi exit-poll che anticipavano i risultati del referendum.
Si attendeva casomai un accenno al caso politico del momento nella prestigiosa istituzione pubblica culturale, ovvero la discussa partecipazione della Russia putiniana alla rassegna dell’Arte, ma il Presidente Pietrangelo Buttafuoco con il consueto stile alato - e anche meno esoterico del solito - è riuscito a volare alla larga.
Ha limitato il suo intervento a un’introduzione generosa nei confronti del lavoro dei curatori: ‘per Sir Wayne McGregor la danza ci invita a riconsiderare la natura del tempo, per Caterina Barbieri la musica ci riporta all’ascolto primordiale da cui tutto nasce, per Willem Dafoe il teatro ci riconduce alla verità dell’incontro umano. I titoli da loro individuati - Time Does Not Exist, A Child of Sound e Alter Native - oltre che dichiarazioni poetiche, confermano il qui e ora e sono veri e propri orientamenti di ricerca del nostro stare al mondo’.
Buttafuoco ha fatto anche un appassionato accenno conclusivo alla catarsi, quella classica, e all’entusiasmo da ‘fanciullino’ che alla fine suscita la fruizione di queste composite proposte artistiche.
Un altro doppio spiazzamento, il riferimento a un assunto dell’Estetica aristotelica, nonostante un precedente passaggio neo-platonico, e poi quasi una mossa verso Pascoli, alla faccia di chi lo aspetta sempre alla fermata Marinetti.
A proposito di disinvolture culturali al limite degli straniamenti, l’emulo perfetto del Presidente appare il curatore da lui scelto per il Teatro, l’attore americano Dafoe. Il quale ha onestamente premesso di aver voluto fare per il Teatro qualcosa di simile all’Arte, così come concepita con il titolo ‘In Minor Keys’ da Koyo Kouoh.
Come noto, dopo l’improvvisa scomparsa della curatrice, la rassegna nel Padiglione ai Giardini fresco di restauro, è stata portata a termine dai collaboratori di Kouoh, per volere dello stesso Buttafuoco che deve pure difenderla ora dalle accuse di eccessi anticolonialisti e woke.
Poi Dafoe, con una rivendicazione davvero singolare per uno che all’industria di Hollywood deve carriera, denaro e fama, ha voluto indicare nella ricerca dell’essenza più pura e amatoriale del teatro il suo obiettivo programmatico di quest’anno.
Mandando di nuovo indietro, come già nel 2025, l’orologio di cinquant’anni o giù di lì, quando il giovane Willem si muoveva ancora nell’avanguardia teatrale e andava ad Amsterdam a vedere - citandoli in quest'ordine - Peter Brook, Bread and Puppet, Tenjo Sajiki, Meredith Monk, Squat Theatre, The People Show e altri che provavano a rilanciare l’essenza pura, artigianale e non commerciale del teatro.
‘Ho visto questa stessa essenza corrompersi’, ha detto l’altro giorno Dafoe: ‘negli ultimi trent’anni la professionalità delle arti ha paradossalmente appiattito la sua anima nella corsa al raggiungimento di standard, parametri e ‘aspettative del settore’; gran parte del lavoro è diventato sovraprodotto, standardizzato e prevedibile. Ciò che un tempo sembrava grezzo, urgente e personale ora spesso appare levigato al punto da diventare identico’.
Prima d’entrare un attimo nel merito di questa sintesi critica, va detto subito che il programma messo insieme per riportare a galla l’olio essenziale del teatro, tra il 7 e il 21 giugno a Venezia, risulta a tutta prima talmente ricco da perdercisi dentro, e non è che non abbia vari elementi d’interesse.
‘Presenteremo opere’ ha spiegato Dafoe, ‘di autori teatrali provenienti da Europa, India, Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Indonesia e Africa.
Dalla Grecia, ‘Cries’ con Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis, un concerto-spettacolo contemporaneo all’aperto che mescola poesia, canto e drammi antichi e che andrà in scena al Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio.
Dall’India, la compagnia di Sharmila Biswas presenta ‘Mischief Dance’, una sottile reinvenzione della danza tradizionale Odissi. Il prestigioso collettivo di danza-teatro indonesiano Bumi Purnati metterà in scena due opere: ‘Under the volcano’, diretta da Yusril Katil, e ‘Hikayat Perahu/The tale of Boat’, diretta da Sri Qadariatin, entrambe basate su leggende e testi della fine del XIX secolo.
Dal Ruanda, ‘HEWA RWANDA, Letter to the Absent’ di Dorcy Rugamba, un commovente tributo teatrale musicale alla sua famiglia, uccisa nella propria casa il primo giorno del genocidio ruandese contro i tutsi.
Dal celebre regista samoano Lemi Ponifasio abbiamo un adattamento del suo ‘Star Returning: Venice’, che affronta i rituali, le lotte e le tradizioni del popolo cinese YI.
Il regista giapponese Satoshi Miyagi, con il suo Shizuoka Performing Arts Center, presenterà ‘Mugen-Noh Othello’. Un evento speciale: Angelique Kidjo, la grande cantante del Benin, con un concerto eccezionale, accompagnata dal pianista antillano Thierry Vaton’.
Tutto bene, tutto da valutare, considerando che un conto era riscoprire il Mahābhārata negli anni Ottanta, quando la globalizzazione era soltanto in embrione, un altro è guardare agli altri mondi oggi, dopo l’affermazione mondiale del regime unico turbo-capitalista.
Ma questo è soltanto un primo risvolto, che vale anche per l’arte, e infatti è stato osservato in chiave critica da molti addetti ai lavori a proposito della nuova rassegna dell’Arte, annunciata d’intento terzo-quartomondista.
Per quanto riguarda l’Italia, alla Biennale Teatro ci saranno anzitutto due ‘cavalli di ritorno’ dell’edizione del 2025, ovvero Davide Iodice con un nuovo progetto, ‘Promemoria’, messo in scena con i residenti della casa di riposo San Giobbe di Venezia, e Silvia Costa con la versione definitiva di ‘Tacet’ di Jacopo Giacomoni, presentato già l’altr’anno.
Poi l’istituzione apre le porte ai giovani, sì, ma giusto per gli spettacoli di fine corso degli allievi della Paolo Grassi di Milano e delle Scuole dello Stabile del Veneto e del Teatro di Napoli, ovvero di tre istituzioni pubbliche di rilievo, e con tanto di professori curatori-supervisori.
(Lasciando perdere il College e la scelta degli insegnanti - tra cui Dafoe stesso e Silvia Costa, che dovrebbe essere la meno agée - ché l’anno prossimo si vedrà cosa ha prodotto).
Ancora poco s’intuisce del programma culturale che sarà affiancato. Dafoe ha detto che ci sarà anche un omaggio a Bob Wilson, con una grande mostra che sarà allestita dall’Archivio della Biennale nel posto d'onore che è la stessa sala delle Colonne di Ca' Giustinian.
Giusto, giustissimo: e chi non vorrebbe vedere e rivedere le sue meravigliose creazioni? Forse la scelta è pure coerente con la ricerca dell’essenza non commerciale del teatro: in effetti all’origine del genio wilsoniano, prima dei decenni di super-produzione mondiale, c’è stata una fase sperimentale ed extra-sistema, ma parliamo di anni Settanta del Novecento.
E qui si arriva diretti ai premi, che sarebbero l’immagine prima di una Biennale, quindi in teoria coerenti con un progetto. Il più che meritato Leone d’Oro alla carriera va a Emma Dante che, a proposito di artigianato teatrale internazionale semiclandestino, è una delle registe più richieste d’Europa, continua a fare i suoi spettacoli anche impegnati e/o d’altissimo livello culturale per le migliori istituzioni, nonché si esercita spesso e volentieri nei ricchissimi teatri d’opera con allestimenti di prim’ordine.
Il Leone d’Argento assegnato a Mario Banushi, con tutto che è stata la novità più ghiotta per i festival teatrali di mezza Europa negli ultimi due anni e nonostante pratichi un teatro al limite, senza parole e alquanto evocativo, va pur sempre a un prodotto della Fondazione Onassis di Atene e nel caso della trilogia d’opere che presenterà a Venezia (di cui forse solo la prima, ‘Ragada’, non è già passata in Italia) Biennale si pregia di segnalare che saranno prodotte con Fondation Cartier pour l’art contemporain.
Per capirci: non che il nuovo ‘I fantasmi di Basile’ di Emma Dante non sia sulla carta un eccellente e profondo spettacolo, per carità! Semplicemente, dal punto di vista della ricerca del gusto originale e artigianale del teatro, la nostra straordinaria regista palermitana si poteva considerare extra-sistema, se non pure rivoluzionaria, quando faceva capolino con i suoi primi lavori negli stessi festival dove giravano Grotowski e Kantor, ovvero ancora negli anni Settanta, sempre del Novecento del Millennio scorso.
Nessuno poi discute che Banushi sia bravissimo, anche a dividere nettamente in due le opinioni degli spettatori appassionati: a ben vedere il suo teatro senza parole può anche mostrare un fondo di contenuto forte, qualche studioso greco ne parla come di una doppia rivendicazione, di classe perché gli albanesi sono emarginati in Grecia e di cultura queer, che certo non dev’essere facile affermare in un contesto rurale tra i più arcani e patriarcali del Mediterraneo.
Ma colpisce alquanto che siano Onassis e Cartier, non per farne un elemento di colpa, con tutti i teatri borghesi d’Europa che lo co-producono e corteggiano, a firmare anche loro per questa premiata trilogia di Banushi la Biennale che pur viene presentata con il un fantomatico titolo ’Alter Native’, da rivista 'A/Traverso' di Bifo settantasettino.
Beh, se si voleva stare fuori dal sistema, così si finisce più che altro fuori strada.
Per giunta suona abbastanza paradossale notare che i Leoni di quest’anno, Dante e Banushi, sarebbero stati perfetti per la prima edizione di Dafoe, dedicata al corpo, ché su questo entrambi hanno costruito una poetica…
Rispetto agli esempi più virtuosi dei curatori esperti, com’è stato Antonio Latella e com’è da diverse stagioni per la Danza Wayne McGregor, si nota una certa carenza dell’aspetto progettuale in queste ultime edizioni del Teatro: una Biennale pubblica di alto livello non è, né può essere, soltanto un bell’elenco di spettacoli internazionali.
E se ad una linea d’intendimento si fa cenno, nel caso di queste due edizioni Dafoe si può notare quanto palesino un difetto culturale, pur nella sintonica disinvoltura con Buttafuoco, ovvero quel certo ‘disorientamento laterale’ che il filosofo francese Alain Badiou imputa alla cultura dominante che si presenta come progressista.
Anche la tiritera stessa della premessa sulla contaminazione del teatro puro con la standardizzazione, la sovrapproduzione e la prevedibilità - persino aldilà del pulpito hollywoodiano da cui arriva la predica - riporta solo vagamente alle ragioni profonde delle prime denunce di Adorno sulle dinamiche dell’industria culturale, profezie di 80 e rotti anni fa.
E certo oggi la sottile dittatura del marketing non conosce limiti né confini, e l'arte casomai è un prodotto organico all'economia finanziaria dell'iper-valore aggiunto, funziona da specchio e insieme come alibi.
Sul piano specifico teatrale, poi, par di capire che a Dafoe e ai navigati professionisti che lo affiancano anche quest'anno (l'agente e consulente culturale Valentina Alferj e il critico Andrea Porcheddu, che vantano entrambi una certa consuetudine con le istituzioni pubbliche) non venga così naturale prestare attenzione ai nuovi movimenti, o ai 'duri e puri' verso i quali il curatore dice di voler guardare.
Anche molta della più interessante produzione degli ultimi anni viene di nuovo ignorata, in favore di un certo mainstream, nobilissimo, ma ahinoi pure datato. Colpisce in particolare la disattenzione ai nuovi sviluppi di quel teatro di ‘realtà fatto con la realtà’, piuttosto che al miglior teatro performativo, di contenuto anche politico e sociale, nononostante non manchino eccellenti esempi anche in Italia, e proprio tra le nuove generazioni di teatranti.
Non è per sbaglio che finiscono invitati per la seconda volta al prestigioso FIND dello Schaubühne di Berlino i nostri amatissimi Kepler-452. Ed è soltanto il caso più macroscopico. Se poi si vuole girare alla larga dalla politica e stare pur sempre nel woke, un talento di prim’ordine come Federica Rosellini s'è appena egregiamente esercitata con ‘iGirl’ di Marina Carr in una produzione di livello internazionale.
Nel 2025 questa rimozione di generi e di personalità di cui i cugini del Teatro sono vittime, ha consentito al sempre così ‘up to date’ Wayne McGregor di presentare nella sezione Danza una delle proposte più vive e originali della scena contemporanea, l’incalzante opera anti-patriarcale e cruda di Carolina Bianchi.
Quest’anno, ancora, sa quasi di beffa la bella scelta di McGregor per i Leoni, quelli della Danza sì davvero esemplari di un’apertura extraeuropea: Oro a Bangarra Dance Theatre, la principale compagnia di danza delle Prime Nazioni australiane, nonché in assoluto la prima formazione interamente composta da danzatori aborigeni a ricevere il premio; Argento a Mamela Nyamza, danzatrice, coreografa, regista e attivista sudafricana.
In fondo, oltre a chiedere lumi al cugino-rivale inglese, all’equipe del Teatro bastava anche soltanto aver seguito con attenzione a Milano - senza nemmeno dire del nuovo LIFE - almeno il festival FOG di Triennale Teatro (piuttosto che anche a Reggio Emilia quello Aperto de I Teatri, a Roma il REF con la sezione Ultra, e via elencando) per trovare un’offerta internazionale davvero plurale e di grande vivacità, nonché spesso di forte incidenza sul presente. Se non l'essenza ritrovata del teatro, qualcosa di molto simile.
Non per fare i sovranisti post-Meloni, e nemmeno gli antipatizzanti a oltranza dell’ottimo Dafoe, meno che mai senza voler offendere quel gran signore del Presidente: ci si aspettava che Buttafuoco, dopo Ricci-Forte, pescasse tra almeno tre-quattro direttori di festival italiani già pluri-laureati con lode e tesi magistrali sulla coerenza di un progetto culturale di rassegna teatrale contemporanea.
Poteva anche semplicemente affidarsi di nuovo, come per Latella, a un regista di teatro-teatro italiano, di quelli ammirati nel mondo e considerati eredi della miglior tradizione contemporanea, magari proprio un nome tra i meno legati al sistema, per esempio Alessandro Serra.
Niente, Buttafuoco ha preferito guardare al cinema e al volto hollywoodiano tuttofare, che sarà pur sempre un vecchio attore d'avanguardia teatrale, newyorchese però, ed è il feticcio da cult modaiolo di Wes Anderson, cioè di un regista il cui nome effigia il bar di Fondazione Prada Milano, non la sala cinematografica, che è giustamente intitolata a Jean-Luc Godard…
Così, nel giorno della vittoria del NO, ecco questo ‘Alter Native’ che suona come uno slogan da indiani metropolitani di una volta, riecco le buone intenzioni di voler distillare di nuovo l’essenza pura del teatro, ridagli con il terzo-quartomondismo dell’arte da sistema iper-capitalista post-coloniale, e arriva persino l'eco del fanciullino per la catarsi...
Tutto nello stesso calderone, e quasi faceva riecheggiare nell'aria la domanda della simil-scheda di propaganda anti-SI, con il NO ben evidente subito a sinistra, e il quesito del referendum che era volgarmente diventato: ‘vuoi essere preso per il c…?’