Quando abbiamo visto il mare del Libano di Ali Chahrour, creatore davvero encomiabile di performance di realtà

Da sinistra Zena Moussa, Tenei Ahmad, Ali Chahruour e Rania Jamal (dal profilo instagram.com/raniajamal61/)

 Sembrava un’autentica ‘istant-piece’, il toccante racconto dal Libano di ‘When I Saw the Sea’, che la sera dell’11 marzo in Triennale Teatro ha segnato un momento davvero alto tra i più notevoli, non solo per questa prima parte del Festival FOG 2026, ma proprio dell’annata teatrale e culturale. Eppure è uno spettacolo del 2025, che già alle prime francesi nel luglio scorso ha riscosso selve d’applausi affettuosi e critiche egregie. 

 Stavolta, come si comprendeva molto bene da un inserto testimoniale che è stato aggiunto prima dell’inizio, ce l’hanno fatta per il rotto della cuffia a sbarcare a Milano il coreografo libanese Ali Chahrour e i suoi collaboratori, che pure sono ormai abituati ad andare e venire tra Beirut e l’Europa, soprattutto la Francia, dove da dieci anni vengono invitati al Festival d’Avignone.

 Con le sue tre meravigliose interpreti non professioniste afro-libanesi, Tenei Ahmad, Zena Moussa e una snodabilissima Rania Jamal, con la straordinaria cantante d’origine siriana Lynn Adib, il musicista Abed Kobeissy e i vari tecnici e assistenti, hanno rischiato di finire sotto le bombe israeliane, di perdere l’aereo o di trovare annullato il volo della compagnia spagnola.

Ultimo pericolo sfiorato da Ali&Co.: finire bloccati dalla nostra polizia di frontiera, che avrebbe potuto valutare il rischio di trovarsi di fronte a un potenziale gruppo di profughi, richiedenti magari quell’asilo politico il cui diritto odiosamente l’Europa sta mettendo in discussione (a proposito: magari fossero obbligate a vedere spettacoli come questo tutte le pavide autorità comunitarie, da Ursula von der Leyen in giù…).

 Hanno sudato freddo fino all’ultimo anche in Triennale, per paura del peggio, o anche solo di dover intervenire in qualche modo: con i chiari di luna politici che incombono per il dopo-Boeri tra governo e sindaco di Milano, nessuno poteva sapere a che santo votarsi in caso d’incidente diplomatico.

E' andato tutto bene, per fortuna: Inshallah, direbbero le mamme e le zie Fatima di Ali, protagoniste dell’ultimo spettacolo che aveva portato Chahrour alla ribalta in Italia, ‘Told by my mother’, nel 2022 a Campania Festival.

 Per parlare solo di spettacolo, perché è poi questo che ci spetta, ‘When I Saw the Sea’ è un caso quasi unico di performance al confine con quello che oggi si chiama ‘teatro della realtà’. Mescola armonicamente le testimonianze che raccontano la cruda storia di queste donne schiave domestiche di origine africana in Libano, con la danza contemporanea, il teatro e la musica dal vivo.

La drammaticità dell’insieme si preannuncia grazie alle luci e alla semplicità della scena allestiti con un signor professionista francese, Guillaume Tesson, ‘concepteur lumiere’ che ama la danza e non è certo alla prima collaborazione con Chahrour. 

Un carico da 90 arriva anche con il primo degli strazianti canti del ricordo, intonato dalla platea come dal fantasma della madre appena evocata dalla testimone che apre il racconto.

 Un faro enorme accompagnato da altri faretti, tutti accesi e sparati in faccia agli spettatori, manco fossimo davanti ai cancelli di un lager, segnano l’inizio del racconto - che a Milano è partito dai più recenti bombardamenti e da concitate telefonate e dialoghi con familiari sotto tiro.

Poi il faro si gira a soffitto e resta incombente mentre si riavvolge da capo il filo delle storie di ‘When I Saw the Sea’, fino a spegnersi del tutto una settantina di minuti dopo.

 La vicenda, che non a caso nasce a margine dell'ultima precedente guerra in Libano, mette a fuoco bene le terribili miserie umane che nascono intorno al sistema della Kafala(1), una forma legale di schiavismo a cui sono sottoposte le lavoratrici domestiche che arrivano da Paesi poveri, dell’Africa e non solo.

E’ un estremo certo, come i veri e propri schiavi che costruiscono i grattacieli per i vari emiri vicini, ma bisogna tener presente che le Kafala nel nostro occidente democratico prosperano soltanto più o meno rimesse in bella, e magari si celano dietro a nomi altisonanti di società di ricerca delle risorse umane, sic. 

Il che vale esattamente come un'osservazione di merito sul linguaggio di Chahror: da noi sarebbe quasi inconcepibile questo stile ‘povero’ e non convenzionale per uno spettacolo che alla prima per Avignone viene classificato come danza contemponea, ché in Europa è una disciplina in genere onestamente molto, o troppo, laccata e ‘fighetta’ (pardon).

 Alla fine questo spettacolo lo racconta benissimo lo stesso Chahrour nella presentazione del programma di sala, che perciò riportiamo integralmente a seguire.

In un’intervista rilasciata a Moïra Dalant per il festival francese spiegava bene anche il valore insieme personale e universale di questa storia sulla Kafala: ‘è un progetto che ho in mente da quasi dieci anni. Nel settembre 2024, quando è scoppiata la guerra in Libano, ho sentito che era il momento giusto per farlo, poiché il conflitto ha reso questo sistema ancora più catastrofico. Ogni volta che vedo una lavoratrice migrante per strada, mi chiedo sempre cosa stia passando'.

'A livello personale', continua Chahrour, 'mi sento particolarmente colpito perché mio fratello, mia sorella e molti membri della mia famiglia sono in Europa come lavoratori migranti. Come queste donne, se ne sono andate per guadagnare soldi, sopravvivere e sostenere la nostra famiglia in Libano. Spesso mi chiedo come mi sentirei se vivessero situazioni del genere’.

 Il titolo così poetico ha una genesi molto semplice, che illumina anche indirettamente sull’importanza delle fonti d’informazione indipendenti e libere in questo nostro mondo di pazzi bugiardi al potere: ‘La piattaforma alternativa d’informazione libanese Megaphone ha realizzato un video durante quel periodo (la guerra del 2024), intervistando un gruppo di donne abbandonate sulla spiaggia di Beirut, di fronte al mare, senza documenti, senza soldi, senza niente. Una di queste donne, della Sierra Leone, stava ancora sorridendo. ‘È la prima volta che vedo il mare qui in Libano e il suo orizzonte’, diceva.'

 E alla fine di questo così duro e malinconico lavoro di Chahrour, anche i fortunati spettatori che si sono presentati a vederlo in Triennale, e che sono usciti con un bel refresh in testa sulla realtà sempre più tragica che ci stanno apparecchiando intorno, potrebbero in fondo anche tirare un sospiro di sollievo, un po’ sorridendo: è come se fosse la prima volta che vediamo questo mare.

Il teatro-danza-perfomance di Chahrour è davvero unico. Speriamo che tutti i complimenti possano raggiungere lui, le sue magnifiche testimoni e tutta l’equipe: che il dio del teatro li protegga ancora.

'When I Saw the Sea', scena con intero cast (foto di Christophe Raynaud De Lage)

When I Saw the Sea apre le porte a storie mai raccontate, immergendosi negli incubi del sistema della Kafala. Tre donne danno voce alle innumerevoli lavoratrici domestiche migranti in Libano, tra sfruttamento e libertà, tra l’orrore della morte e la sfida gioiosa della vita. Attraverso i loro corpi, cantano senza paura una ninna nanna di fuoco, amore e giustizia.

“Tra il mare e una città in fiamme, una quercia affonda le radici nella terra; nella sua ombra una volpe danza, e una ragazza fissa, incrollabile, l’orizzonte”

Abbandonate in tempo di pace e in tempo di guerra

Il 27 settembre 2024, le lavoratrici domestiche migranti in Libano, già vulnerabili a causa del sistema della Kafala, sono state abbandonate dai loro datori di lavoro nel pieno di una guerra devastante. Intrappolate nel sud e nel nord del Paese e nella capitale Beirut, hanno dovuto affrontare continui bombardamenti e attacchi mentre molti datori di lavoro libane- si fuggivano, abbandonando alla loro sorte queste donne provenienti da Camerun, Ghana, Sudan, Burkina Faso, Bangladesh, Etiopia, Kenya, Nigeria, Senegal, Sri Lanka, Nepal, Filippine e Sierra Leone.

Le promesse di aiuto non sono mai state mantenute e alcune lavoratrici sono rimaste chiuse in abitazioni situate in aree pesantemente bombar- date, morendo intrappolate sotto le macerie dopo disperati tentativi di soccorso. Altre, prive di passaporto e di effetti personali, hanno cercato con difficoltà di mettersi in salvo.

Il Ministero dell’Istruzione libanese ha aperto rifugi per i cittadini sfollati, ma le lavoratrici migranti ne sono state escluse, costrette a cercare ripa- ro sul lungomare di Beirut, dove hanno conosciuto l’orizzonte infinito del- la libertà, vedendo il mare per la prima volta. (Ali Chahrour)

Nota (1): Cos’è il sistema della Kafala

Il sistema della Kafala, o sponsorizzazione, vigente in Libano, in Giordania e nella maggior parte dei paesi del Golfo, consente a individui e aziende di esercitare un controllo pressoché totale sui permessi di soggiorno e sulla posizione giuridica dei lavoratori stranieri. Questo istituto giuridico, in vi- gore da decenni, disciplina il rapporto tra i lavoratori migranti e il loro kafīl (sponsor), che nella maggior parte dei casi è il datore di lavoro. Concepito in origine per garantire manodopera a basso costo, il sistema è oggi og- getto di ampie critiche per la diffusa pratica di sfruttamento, i salari irri- sori, le condizioni lavorative indegne e gli abusi, tra cui la discriminazione razziale e la violenza sessuale.

In base a questo sistema, i datori di lavoro coprono le spese di viaggio e di alloggio, ma i lavoratori sono spesso costretti a vivere in condizioni degra- danti. Le lavoratrici domestiche, in particolare, sono in genere obbligate a risiedere nell’abitazione di chi le assume, subiscono la confisca del passa- porto, non hanno giorni di riposo e devono sottostare a restrizioni che im- pediscono loro di uscire di casa. Poiché il sistema è regolato dal Ministero dell’Interno e non dal Ministero del Lavoro, ai lavoratori è di fatto negata ogni tutela legale.

Attribuendo a privati cittadini, anziché allo Stato, il controllo sui permessi di soggiorno e sullo status giuridico dei lavoratori, il sistema genera uno squilibrio di potere che i datori di lavoro possono facilmente sfruttare: hanno il potere di far proseguire o interrompere il rapporto e persino di stabilire se il lavoratore può lasciare il Paese. L’abbandono del luogo di lavoro senza autorizzazione è considerato un reato e comporta la revoca dello status giuridico e persino la reclusione o l’espulsione, anche nei casi in cui il lavoratore sta fuggendo da situazioni di abuso. Questa assenza di protezione rende il sistema della Kafala un terreno fertile per le forme contemporanee di schiavitù.


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