'...e altri passi di danza' sui suoni del trickster, con i chop vocali di Alma e tante gomme da cancellare consumate

Levante nella copertina del suo ultimo disco circondata da amici, familiari, collaboratori e ballerini

C’è un’immagine che più di tutte sintetizza la quotidianità e l’estetica di Claudia Lagona, in arte Levante: trucioli di gomma da cancellare sparsi tra i mixer e i dispositivi elettronici di uno studio di registrazione. A raccontarlo sono i suoi storici produttori, Antonio Filippelli e Gianmarco Manilardi, durante l’incontro “Anatomia del Suono” condotto da Lorenzo Palmeri nell’ambito di Triennale Voce a Milano.

Levante è, prima di ogni altra cosa, «un’amante delle parole», una cantautrice che preferisce ancora scrivere a penna sui fogli e che parte sempre da un titolo – inteso come perno di un concept album – prima ancora di vestirlo di musica.

L’incontro del 30 settembre in Triennale e la successiva presentazione del suo nuovo disco, Dell’amore il fallimento e altri passi di danza (uscito il 9 ottobre), alla Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano hanno offerto una panoramica intima e profonda su cosa significhi oggi, per Levante, fare musica, fare ricerca emotiva e rimanere fedeli a se stessi in un’industria discografica ossessionata dalle metriche e dalla perfezione.

In studio con Filippelli – collaborazione che dura ormai da dieci anni – il produttore assume la figura del trickster, un traduttore simultaneo capace di mettere in comunicazione mondi diversi. Levante arriva in produzione con un’idea precisa, spesso visiva o cromatica: se per l’album Magmamemoria cercava sonorità “colossali” e barocche, per questo nuovo progetto ha scelto una strada più minimale, fatta di ricerca essenziale.

Nonostante l’uso di arrangiamenti complessi o l’ispirazione da ascolti storici (come la vena “battistiana” che attraversa il brano Ruggine, nato registrando un motivo sottovoce mentre la figlia Alma dormiva), Levante rivendica con forza il suo approccio istintivo e non accademico al pianoforte: «Io tecnicamente non so cosa faccio, quello che mi ha guidato è sempre stato il gusto». La scelta di fare «cose storte» sui tasti diventa la chiave per essere originali e non cadere nella ripetitività.

Un’autenticità rivendicata anche sul piano vocale: «Io non sono una di quelle cantanti impressionanti. Quello che per me funziona è rendere un’autenticità sporca, quella sporcizia che mi appartiene. Mi sento libera e questo arriva, non a tutti». Una libertà che si traduce anche in scelte in controtendenza, come quella di non utilizzare cori o armonizzazioni, persino sul palco del Festival di Sanremo.

Durante l’incontro a Voce, interpellata dal pubblico sul significato delle parole del titolo, Claudia ha raccontato la sua visione: «Ho deciso di non definire più [l’amore] perché è individuale e cambia sempre; è come una stanza con una porta aperta, che cambia spesso arredamento e colore delle pareti»; il fallimento non è una sconfitta o una debolezza ma la prova concreta dell’averci provato con tutte le proprie forze; i passi di danza sono la vita stessa che scorre, che sia sotto la pioggia o sotto il sole.

Se l’incontro in Triennale ha mostrato il dietro le quinte tecnico ed emotivo della produzione, la tappa alla Feltrinelli ha addentrato il pubblico nel cuore concettuale dell’album.

Tutto nasce da una domanda iniziale apparentemente semplice: «Ho davvero capito l’amore?». Un quesito che ha spinto l’artista a interpellare intellettuali, libri e grandi autori del passato – da Flaubert a Giulio Giorello e Pino Donghi con L’errore (il Mulino, 2019), fino alle letture consigliate come La danza della realtà (Feltrinelli, 2004) di Alejandro Jodorowsky e Passavamo sulla terra leggeri (Mondadori, 1996) di Sergio Atzeni. Di fronte all’impossibilità di trovare una definizione univoca, Levante ha scelto di esplorare le sfaccettature dell’amore attraverso le ragioni dei suoi fallimenti.

È così che nascono brani come Arcani, ispirato alle app di incontri; Sorry Boy, il racconto di una faticosa e caotica conversazione bilingue in discoteca; Castigo, scritto già nel 2020 per raccontare le relazioni tossiche; e Luna di Sangue, dove persino il sole e la luna non riescono a stare insieme. Abissale, traccia conclusiva del disco, rappresenta la chiave di volta che apre l’intero progetto e ne scioglie il significato. Il brano scava a fondo sul tema dell’amore genitoriale, mettendo a nudo il trauma generazionale derivato dalla perdita precoce del padre e dalla paura dell’abbandono.

È qui che Levante affronta la necessità di distruggere il proprio ego per trovare redenzione e pacificazione: la speranza e il futuro prendono forma proprio nella traccia finale attraverso l’inserimento magistrale dei campionamenti e dei chop vocali della figlia Alma, simbolo di continuità e rinascita.

Questo disco rappresenta uno snodo fondamentale nel percorso dell’artista, dove la maturazione artistica va di pari passo con la sua evoluzione personale come donna e come madre. Entrare nella produzione per lei è un atto quasi religioso, paragonabile all’entrare in trance o al recitare un rosario, seguito poi da lunghi momenti di silenzio necessari per “disintossicarsi” dai suoni.

Oggi Levante dimostra di aver raggiunto una profonda maturità artistica e personale. Consapevole delle dinamiche della professione e delle classifiche, ha scelto di non rincorrere l’approvazione a tutti i costi: «Io non cerco di essere capita, sarebbe un errore. Scrivo perché ne ho necessità. Non mi chiedo più se mi capiscono, perché sarebbe come arrampicarsi sugli sguardi degli altri».

Levante ospite di un talk nel nuovo spazio Voce di Triennale

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