Applausi per Lady Marianna del Ring, e per le altre 'sedute a guardare il mare' (o la Vettabia, fa lo stesso)
14.10.2026
ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER!
(LETTURA CONSIGLIATA DOPO LA VISIONE DELLO SPETTACOLO)
Sembra non rimanga molto da dire dell’attesissimo, recensitissimo e apprezzatissimo ‘Coro degli amanti’ di Tiago Rodrigues - ancora in scena, fino al 18 ottobre, al Piccolo Teatro Grassi e poi nelle varie versioni in giro per l'Europa, nelle prossime settimane in Portogallo, Finlandia e Francia, tra i diversi spettacoli in tournée della bottega industriale multinazionale T.R..
E invece proprio la portata delle aspettative (lo spettacolo verrà registrato anche dalla tv pubblica per una futura messa in onda su Rai5) e l’elogio praticamente ininterrotto dei critici spingono alla ricerca del proverbiale pelo nell’uovo.
E di ricerca vera e propria si tratta, dal momento che le interpretazioni di Francesco Alberici e Isabella Ragonese sono ineccepibili in questa coreografia vorticosa che vira dalla sfiorata tragedia, nel primo quarto d’ora, ai risentimenti più stantii della coppia qualunque.
In un esercizio muscolare di tensione e distensione emotiva davvero notevole, “Lei”, come è chiamata nel testo, un minuto prima sta morendo per una crisi respiratoria e il minuto dopo, al ritorno dall’ospedale, nota il letto che “Lui” ha rifatto per la prima volta, avvenimento trascendentale almeno quanto il suo viaggio di andata e ritorno dall’aldilà.
Ma le ironie che punteggiano il testo non sono gli unici dispositivi attraverso cui Rodrigues riesce ad accattivarsi la simpatia del pubblico.
La riconoscibilità di questa coppia, che forse sta soprattutto nella convenzionalità dell’eterosessualità e della monogamia, sorretta dalla tradizionale promessa del lieto fine, si offre all’immedesimazione, almeno parziale, dei presenti, sicuramente della sottoscritta.
Allontanato il fantasma della morte prematura di Lei, si va avanti veloce nella storia. Perché se anche “il cambiamento è lento”, gli anni scivolano via e si arriva rapidi alla terza età di questo strano mammifero bicefalo, che sempre più spesso parla con due voci ma pronunciando le stesse parole.
Eppure il trionfo della coppia, intesa qui non come istituzione sociale, ma come unità emersa dalla ritirata dei singoli - che ogni tanto tornano in primo piano e riprendono la scena, in uno sdoppiamento che non sembra già più naturale - non assume mai i toni della dipendenza reciproca o dell’annullamento del sè, al contrario è un combaciare delineato con tenerezza, un accompagnarsi nel doppio significato di farsi compagni e di camminare insieme.
Freno, frizione e si scala in prima, ora non c’è più bisogno di “perdere tempo nelle piccole cose, come rispondere a email, mandare fatture” (da notare, per altro, che la ripetizione della battuta prima nel momento del rimpianto, durante la corsa in ospedale di inzio spettacolo quando per Lei sembra già troppo tardi, e poi come ragione della rinascita dopo lo scampato pericolo, rievoca implacabile il rischio che il tempo della vita e il tempo del lavoro coincidano, e che sia anzi l’ultimo a dettare i ritmi del primo) e ci si può trascinare in giorni lenti, passati a fare passeggiate nella foresta che i due acquistano con i risparmi della vecchiaia e a “spezzare gusci di noce”.
Sorvolando sul dettaglio economico, su cui si tornerà dopo, è difficile rendere giustizia all’adagiamento poetico che assume il testo in questa ultima, commovente parte di spettacolo, in cui la melodiosa concretezza del racconto di riti quotidiani ricorda il Montale degli Ossi di Seppia.
Eccolo, però, il nostro pelo. Se il teatro è o vuole essere uno spazio immaginifico, quel “doppio” artaudiano che non è ripetizione dell’esistente, ma frattura nell’ordinario, perché non riesce a pensare la natura al di fuori dalle logiche capitaliste di acquisto e privatizzazione?
Una volta comprata, alla foresta non viene fatto nulla. Viene, per usare un’espressione che riflette tutto il delirio di onnipotenza antropocentrico della nostra epoca, lasciata vivere.
Due problemi su questo fronte, su questa unica battuta che parla molto più a lungo di quanto l’autore forse intendeva concederle.
Il primo, che la protezione dei luoghi naturali sia concepita come possibile solo nei limiti e alle condizioni della proprietà privata - in questo senso l'attualità non aiuta certo a far cambiare idea, dopo gli interventi della nuova presidenza statunitense per cui è lo Stato stesso a smantellare il National Park Service, l'agenzia federale che gestisce i parchi nazionali, i monumenti nazionali e molti altri siti protetti di valore naturale, storico e culturale (vedi qui per approfondire).
Il secondo, che se “il diritto di vivere in pace”, come cantava Victor Jara, è una fantasia da secolo scorso crollata con la guerra del Vietnam, anche il diritto di morire in pace diventa in questa rappresentazione un privilegio di classe legato al potere d’acquisto.
Come evidenziato da molti, e non tutti concordi nel giudizio a riguardo, il ‘Coro’ si conclude sì con una svolta antispecista, ma contenuta nel perimetro di “un'etica depoliticizzante” - come la chiama Jean-baptiste Vuillerod in questo articolo riprendendo un’analisi intransigente nei confronti di queste nuovi 'piagnistei' ecologici estremi, 'Pleurnicher le vivant', pubblicata su 'Le Monde diplomatique' da Frédéric Lordon...
E così, pur portando sul palco un tema all’avanguardia del dibattito filosofico contemporaneo, Rodrigues rimane all’interno di un immaginario tutto sommato plausibile e che il pubblico liberale e benpensante può ancora accettare senza sussulti.