Applausi per Lady Marianna del Ring, e per le altre 'sedute a guardare il mare' (o la Vettabia, fa lo stesso)
14.10.2026
Che ogni tanto, anche nel caso di una rassegna di teatro e arti varie, valga la pena di cominciare dall’inizio, è tutto da dimostrare. Eppure bisogna provare a farlo, almeno una volta, in occasione del 31mo Festival delle Colline Torinesi, che si è aperto giovedì 6 ottobre al Teatro Astra TPE forte di un bel programma d’impatto all’insegna dichiarata del Crash.
Certo che stavolta l’inizio della rassegna è sembrato proprio significativo, altrimenti sarebbe facile farsi tentare subito dalla solita piccola cronaca delle emozioni da ‘sublime calare del sipario’ alla fine della giornata inaugurale - o, per meglio dire, dei primi momenti dopo il primo spettacolo che è andato in scena, un vero scoop internazionale.
Dunque, una mezz’ora prima dell’attesissima rappresentazione di ’Stabat Mater’ di Janaina Leite, nel salotto davanti al caffè del teatro, c'è stata la performance inaugurale del Festival di Guendalina Urbani, annunciata con il titolo ‘Mi sciolgo in te’.
Urbani, classe 1992, è un’artista che lavora in particolare sul linguaggio, e fa parte di ‘Spazio in situ’, collettivo che di recente si è fatto notare per aver affidato la curatela di una mostra per UnaRomaOff alla gatta di Tor Bella Monaca AnnaKarina (sì, proprio un micio, che avrebbe scelto le opere da esporre a fiuto e a strusci e grattate)
Ora, il Festival delle Colline Torinesi, dedicato alla 'creazione contemporanea', si caratterizza anche per il Segno d’artista che viene promosso a titolo grafico, e quest’anno la scelta è caduta su un particolare dell’installazione ‘Incidente di percorso’, appunto di Guendalina Urbani, attraverso il racconto che ha fatto di questo lavoro la fotografa Chiara Fantaccione con una serie di immagini, parte delle quali è esposta nello spazio bar al secondo piano del Teatro.
Ecco la sintetica descrizione dell’opera originale di Urbani, che si può ben copiare da un autorevole fonte online(1): ‘I frammenti del finestrino di una macchina sono la rimanenza di un evento violento, drammatico. La macchina è metafora di un quotidiano che sembra proteggerci e portarci lontano, ma questa auto in frantumi può essere anche segno di un sistema capitalista che forse, oggi più che mai, deve ripensare a sé stesso’.
Ora, anche a giudicare dalla foto scelta per illustrare la sua biografia ufficiale, Guendalina Urbani è una che ama giocare con i pezzi di vetro ma - attenzione - non ha studiato da fachiro in India: è programmaticamente un’artista manipolatrice che lavora sui processi di percezione delle sue opere.
Così per la performance d’inaugurazione ha spaccato con punteruolo e martelletto chirurgico due grandi lastre verde chiaro, belle trasparenti, che fungevano da torta della festa, producendo lì per lì una certa quantità di schegge puntute e abbastanza sinistre, come quelle stesse dell’opera ‘Incidente di percorso’. Infine ha preso in mano una prima scheggia e se l’è introdotta in bocca, ché a guardarla in un altro contesto ci sarebbe stato da chiamare subito il 118 per l’ambulanza.
Dopo gli applausi, a cibarsi di qualche altro ‘pezzo di vetro’ sono state subito un’emozionatissima neo-curatrice artistica delle Colline Torinesi, Federica Rosellini, e la direttrice operativa storica della rassegna, Isabella Lagattola, spiegando ai convenuti che le lastre erano state fatte con lo zucchero da un’ottima pasticceria.
A ruota, assistere al lavoro che ha consacrato a livello internazionale il talento della Leite, è stato un po’ come provare a mangiare ben altri ‘pezzi di vetro’.
L’ingresso in teatro, pur addolcito dal gioco con il pubblico di un finto porno-attore, si presentava allo spettatore preparato come l'atto di varcare la soglia di un tempio della profanazione, dove di nuovo misurarsi con la manipolazione e l’impiego di un linguaggio limite, che lavora sulla percezione di chi guarda e sul ribaltamento dei riferimenti.
Lo spettacolo, poi, partiva addirittura con una citazione dall’Apocalisse di Giovanni da Patmos (’Nel cielo poi apparve un segno grandioso…’, 12,1), che innanzitutto suona, da due millenni circa, come invito all’interpretazione.
Era questa poi effettivamente, e letteralmente, un’introduzione con l’Introduzione, perché il segno apocalittico in questione presenta, com'è noto, l’immagine storica di quella ‘Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle’, che ‘gridava per le doglie e il travaglio del parto’.
Seguiva questa volta anche un'opera teatrale di quasi due ore, nello stesso tempo demistificatoria e manipolatoria, sulla figura della donna-madre, sulle immagini-repliche della Madonna, sulla ripetizione e sulle metamorfosi dello stilema del femminile, e insieme anche un racconto della vita della mamma dell’artista brasiliana, presente in scena, e della sua stessa (di Janaina) autobiografia di figlia e di madre.
A voler essere precisi, bisogna specificare che Leite si direbbe una neo-femminista radicale, ha un approccio di fondo apparentemente tanto in debito con la percezione americana della ‘French Theory’, vedi l’esplicito richiamo a Michel Foucault nei primi minuti, ma meglio lasciar perdere.
Chiusa quest'altra piccola parentesi, è facile comprendere che cosa stavano a indicare quei ‘pezzi di vetro’ della nostra Guendalina, che si potevano anche vedere scorrere per Torino nelle pubblicità del Festival di tono grigio scuro sulle fiancate dei tram e degli autobus.
Nel teatro della città sfidavano idealmente, in qualche modo, si direbbe 'per inciso', anche l’imponente lancio della mostra sui paesaggi del Vecchio Continente del fotografo Luca Campigotto, con quelle immagini viceversa luminose e patinate, tanto perfette quanto ‘disincarnate’ (che la grande Banca Padrona si spende magari volentieri per rifondare, in questo tragico momento, il pensiero dominante di un'Europa autosufficiente di bellezza e ricchezza e storia).
E, a proposito del potenziale dell’azione ‘disturbante’ che ha aperto le Colline Torinesi, ci vuol coraggio a proporre nella città della Gran Madre e della Sindone questo ‘Stabat Mater’ così profanatorio che a un certo punto (spoiler!) si vede la Leite sventolare persino un evocativo lenzuolo con cui ha appena asciugato sangue e sudore dell’interprete e servo di scena, che indossa la maschera del porno-attore ma recita pure la parte del padre.
Conviene chiudere così il taccuino del cronista, e lasciar maturare una riflessione meno banalotta sul Focus che la rassegna ha dedicato a questa nuova protagonista d’avanguardia, con tre appuntamenti dei quali il primo, certo, è stato il più consistente, seppur non l’unico notevole.
Tutto sommato è parsa una bella opportunità quella di non impattare con l'ultimo spettacolo sfornato l'anno scorso dalla Leite, ma di poter prendere contatto più gradualmente, vedendo questa sua opera sulla madre, che data 2019, ed è considerata dagli studiosi di teatro brasiliani il primo lavoro della maturità.
Del resto, ancora quest’estate Leite è riuscita a ’scandalizzare’ persino la scena dei Festival europei di punta con la sua nuova ‘Storia dell’occhio’, che ad Avignone nel 2025 era stata confinata nella sezione OFF. Persino la critica progressista ha faticato a digerire quest’ultima opera che muove dal racconto iniziatico erotico-pornografico di Georges Bataille (2).
In ogni caso, per saltare subito alla fine della cronaca della serata torinese, appena conclusosi lo spettacolo inaugurale della Leite, con la testa un po’ sottosopra ma le due mani ancora calde per gli applausi, la ‘terza mano, invisibile’ che faceva il suo ‘dovere di stringere alla gola’ (3) è scattata per le affettuose chiamate in palcoscenico alla signora mamma, Amália Fontes Leite: che spettacolo di donna davvero!
NOTE A MARGINE, MA NON MARGINALI
(1) Il breve testo di presentazione della perfomance 'Incidente di percorso' è ripreso dal profilo Instagram di quella efficientissima macchina social che risponde al nome di Federica Rosellini, vedere per credere i reel di lancio del Festival. E qui, anche sul lavoro di selezione e promozione per la curatela artistica delle Colline Torinesi, sorge spontanea la seconda domanda - dopo: 'come farà mai?' - che l’attrice-musicista-regista, nonché di fatto ‘agitatore culturale’ del nuovo pensiero critico radicale, suscitava nelle ultime prove: ma quante vite ha questa benedetta ragazza?!?
(2) Joëlle Gayot su ‘Le Monde’ ha scritto di 'Storia dell'occhio' quasi esterrefatta, partendo dalla constatazione che Leite sia riuscita nell’impresa che sembrava impossibile, ‘di polverizzare i limiti della rappresentazione’. E che non si tratti di uno spettacolo per educande lo si poteva intuire anche da quel che si è visto di ’Storia dell’occhio’, in quella sorta di conferenza-spettacolo sulla sua stessa poetica, ‘The material and immaterial body’, presentata da Leite venerdì 9 ottobre a Torino (già, è un artista che si mette a nudo davvero, anche con un incessante gioco di auto-spoileraggio).
Sarà abbastanza difficile che possa arrivare presto in Italia anche questo nuovo lavoro su Bataille, e non solo per via della 'scandalosità': è uno spettacolo comunque ancor più strutturato e, dunque più impegnativo anche come costo economico, di questo ‘Stabat Mater’. Più facile che magari qualche rassegna o qualche teatro italiani si possa prenotare per qualche data del prossimo lavoro sulla morte, che Leite ha annunciato con il titolo ‘La scatola nera’.
(3) Con tante scuse a chi avrà già avuto modo di trovarla citata in questo povero sito, le frasi poetiche sul ‘sublime calare del sipario’ e sulla 'terza mano' che muove lo spettatore all’emozione unica di quel particolare momento, vengono dai versi di Wislawa Szymborska, ‘Impressioni teatrali’.