Applausi per Lady Marianna del Ring, e per le altre 'sedute a guardare il mare' (o la Vettabia, fa lo stesso)
14.10.2026
Che cos’è il teatro e perché ha ancora una certa importanza porsi questa domanda in modo non retorico? Con tutta evidenza, la risposta non si potrebbe evincere guardando alla piega che hanno preso ormai gran parte delle programmazioni dei teatri, anche a Milano.
Dinanzi ai cartelloni che si vedono campeggiare in giro, con ‘volti noti’ e titoli facili, c’è ancora qualche appassionato che pensa d’essere finito dentro a una sorta d’Infinite Jest, per citare il capolavoro del grande David Foster Wallace: all’anima del teatro, siamo prigionieri dentro a un meccanismo che pare l’imperativo della presa in giro.
La rincorsa all’industria culturale dell’intrattenimento fa assomigliare gran parte degli spettacoli a prodotti di marketing, sfacciatamente televisivi e popolari, quando va bene del genere ‘luxury’ borghese sofisticato, spesso e volentieri comunque ‘trasparenti’ sul piano effettivo dei contenuti.
La definizione che forza in modo traslato il senso proprio della ‘trasparenza’, giusto per sostituire con grazia una severa ‘inconsistenza’, viene suggerita da un Grande Vecchio del teatro-teatro all’occasionale vicino di poltrona dopo la fine di un’incantevole serata domenicale d’incontro a Milano con due lavori della Hōshō Nō Family, tra le più antiche e importanti scuole di teatro classico giapponese (vedi accanto l'analisi di Alessandro Maruccia e le schede a seguire), che erano stati prima, giovedì 1° ottobre, ospiti del Teatro della Pergola a Firenze.
Ora, che cosa possono dire oggi, in un’Europa ormai in agonia e nel nostro mondo in rovina, gli spettacoli Kyōgen - una sorta di commedia dell’arte - e le tragedie classiche del Teatro Nō? Possono anche soltanto indicarci con nettezza qual’è la via del teatro, inteso appunto nel senso proprio e tradizionale, d’artificio puro e dichiarato che può muovere qualcosa di profondo nello spettatore.
E anche gli impegnati che vedono con favore le migliori espressioni della passione etica e politica del nuovo teatro di realtà, piuttosto che l’appassionato viaggiatore che rincorre in giro, magari fino a Bruxelles, gli spettacoli internazionali di rottura, considerando il ruolo chiave delle avanguardie, sanno poi dove cercare il teatro allo stato puro.
In questi altri casi, ovvero nel genere politico-documentario e nel caso delle perfomance estreme, che fanno leva anche su elementi del teatro ma si richiamano ad altre discipline artistiche e a diversi linguaggi, siamo all’interno di una precisa dimensione ontologica - pardon, se si deve volare alto - che il filosofo Jean-Luc Nancy, nel suo pamphlet ‘Corpo e teatro’, definisce ‘in qualche modo ortogonale’.
Dimensione che, nel caso del teatro di realtà o d'avanguardia, diventa capacità di costruire un proscenio dove far vivere ‘la compresenza e la comparizione dell’altro’, ovvero - spiega ancora Nancy citando Buber e Levinas - il fondamentale confronto dell’io con il tu (che arriva al noi collettivo nei casi, oggi quantomai preziosi, degli artisti politici militanti).
Tornando alla magia del teatro, che tante volte per intenderci definiamo con la ridondante espressione di ‘teatro-teatro’, non basta il talento per far scattare ancora la trappola arcana dei più elementari trics, non basta essere Giorgio Strehler per fare ‘Arlecchino’ (si potrebbero citare altri esempi, pochissimi purtroppo al presente).
Oltre al talento (del regista e/o dell'autore e via elencando), il teatro richiede una disciplina collettiva rigorosa, che si fonda sulla pazienza e la tenacia dell’esercizio, e sulla rara dote di saper conciliare grande ambizione e umiltà.
E’ questa la tradizione del teatro, in tutto e per tutto conservata dalle compagnie più importanti del teatro giapponese. Nella recente tournée italiana di Hōshō Heritage si notava poi subito, nella presentazione prima dello spettacolo, il particolare orgoglio con il cui il capocomico attuale - che invero si dovrebbe chiamare Sōke, ovvero più o meno Gran Maestro - ha presentato la presenza in scena come protagonista del figlioletto di nove anni, prossimo erede di una famiglia che da venti generazioni coltiva l’arte del teatro.
E qui in qualche modo Kazufusa Hōshō ha dato anche la risposta alla nostra domanda di partenza, spiegando: mio figlio ha cominciato a stare in scena da quando ha compiuto cinque anni e oggi affronta un ruolo difficile del Teatro Nō, perché deve confrontarsi con un doppio protagonista, ovvero i due antogonisti principali interpretati contemporaneamente da suo padre.
Ha poi aggiunto, riassumendo con nostre parole: E’ chiaro che a 9 anni non si ha ancora la maturità per comprendere razionalmente la natura di questa duplicità ma ne percepirà in qualche modo già il senso profondo vivendola in scena con il padre.
Ecco, precisamente a specchio, anche noi spettatori siamo stati un po’ come quel piccolo Tomoharu Hōshō e forse è in questo mistero per così dire pre-razionale, delle emozioni da vivere, che risiede la forza del teatro.
En passant si può aggiungere che non sarà stato un caso fortuito quello che è stato offerto agli appassionati che, pochi giorni prima del Teatro Nō, avevano potuto apprezzare il nuovo spettacolo di Dewey Dell, ‘Dido and Aenas’, presentato per FOG di Triennale Milano, che lo ha co-prodotto con CSS Teatro dell’Innovazione di Udine, Torinodanza e altri partner.
Con il sottotitolo originale ‘An Electroacoustic Variation on Henry Purcell’s Baroque Drama’, questo lavoro (vedi scheda sotto) ha presentato un approccio musicale davvero originale e intrigante, nonché ha pure mostrato la capacità di una più che promettente compagnia di giovani, già in grado di muoversi ad alto livello nel linguaggio visivo e scenico del teatro-teatro, con dichiarati ed evocativi riferimenti alla storia dell'arte.
Conviene non aggiungere altro per non spoilerare l’occasione di ripescare questo ‘Dido and Aeneas’ agli spettatori delle prossime date della prima tournée (Perugia e Genova a ottobre, Potenza e infine Udine a novembre): pur incasellato nel genere danza contemporanea - e da questo punto di vista guardato con sufficienza da certi puristi della disciplina - è un appuntamento da non perdere per qualunque appassionato spettatore.
Oltre che la magia del teatro puro - da Dewey Dell ricercato, con una certa ridodanza di immagini, in una nuova forma, e non solo nella tradizione - c’è un singolare filo del focolare che in fondo lega Hōshō Nō Family e Dewey Dell.
Dietro al nome mutuato da Faulkner si ritrova infatti una compagnia generazionale nata nel contesto di una famiglia eccellente del teatro-teatro italiano, quella di Romeo Castellucci, come si legge non solo nei cognomi dei protagonisti ma anche dalla dizione ‘Con il sostegno di Societas/Teatro Comandini’ che figura alla fine dell’elenco dei crediti.
Detto senza malizia, ma come complimento, si vedevano subito in scena gli echi dell’eccellenza artigianale e del ben noto stile del riverito ‘Sōke’ cesenate Romeo (‘a sò mia se là l’è ciàma Mèstar’, commento in pseudo-romagnolo che non necessita traduzione) ma anche dei lavori di Chiara Guidi.
E così vanno le cose del teatro, ha poco senso generalizzare sulla base di pur legittimi pregiudizi contro il familismo: parliamo di una grande tradizione che è quasi impossibile apprendere da soli.
Al coordinamento progettuale della tournée di Hōshō Heritage ha lavorato Change performing arts, la casa di produzione indipendente di Franco Laera, storico protagonista del teatro a Milano, conosciuto tra l'altro per il sodalizio con Bob Wilson.
Gli spettacoli si sono tenuti in occasione dei 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone con il sostegno di Agenzia per gli Affari Culturali del Governo Giapponese e del Tokyo Club.
LA SCUOLA HŌSHŌ
Kazufusa Hōshō, nato a Tokyo nel 1986, è il Gran Maestro (Sōke) della Scuola Tradizionale di Teatro Nō che porta il nome della sua famiglia da venti generazioni. Ha debuttato sul palcoscenico quando aveva solo quattro anni, succedendo ufficialmente alla guida della famiglia nel 2008, quando suo padre morì prematuramente all’età di cinquantadue anni. Kazufusa Hōshō ha interpretato negli anni l’intero repertorio ereditario della Scuola Hōshō, ma – pur essendo profondamente radicato nell’estetica classica del Nō tradizionale – esplora anche metodi innovativi e contemporanei di regia teatrale, collabora con artisti e discipline differenti, incluse molte partecipazioni a programmi televisivi della rete nazionale NHK.
Tomoharu Hōshō, nato nel giugno 2017, è il primogenito del 20° Gran Maestro della Scuola Hōshō. Già nel 2022, all’età di cinque anni, ha debuttato interpretando un ruolo infantile, mentre nel 2024 ha interpretato il suo primo ruolo da shite, come è chiamato il protagonista principale di ogni dramma Nō. Insieme a suo padre Tomoharu si è esibito in vari festival e debutta ora in Italia. Sotto la guida del padre Kazufusa e di altri maestri studia per tramandare questa tradizione teatrale alle generazioni future in Giappone e in tutti i paesi con interesse verso le forme tradizionali del teatro mondiale.
( da teatrodellatoscana.it)
Dido and Aeneas
An Electroacoustic Variation on Henry Purcell’s Baroque Drama
di Dewey Dell (2026)
Regia: Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Vito Matera. Con: Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Alberto Galluzzi, Trevor Louw, Francesca Siracusa. Musiche originali: Demetrio Castellucci. Coreografia: Agata Castellucci, Teodora Castellucci. Drammaturgia, scenografia e disegno luci: Vito Matera. Costumi: Dewey Dell, Guoda Jaruševičiūtė. Voce soprano: Benedetta Zanotto.Assistente alle luci: Isadora Giuntini. Realizzazione scena: Laboratorio scenografia Pesaro di Lidia Trecento. Organizzazione: Valeria Fărîmă. Produzione: Dewey Dell
Coproduzione: CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, FOG Triennale Milano Performing Arts Festival, Teatro della Tosse Genova / Rassegna Resistere e Creare, Torinodanza Festival / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Alighieri / Fondazione Ravenna Manifestazioni In collaborazione con AMAT e Civitanova Danza per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane, progetto promosso da MiC e Regione Marche, Centrale Fies_centro di ricerca per le pratiche performative contemporanee. Con il sostegno di Teatro Stabile dell’Umbria, Masque Teatro, Societas / Teatro Comandini. Si ringrazia: Alessandro De Giovanni, Scott Wright, Emanuele Dattilo, Andrea Marcon
Durata 60 minuti
Una città brucia e le fiamme si riflettono e riverberano nelle acque del mare che ne lambiscono le sponde. Da dove guardiamo i bagliori e i flutti si confondono e il cielo amplifica le luci generate dall’incendio.
Raccogliamo le ceneri della combustione e tracciamo le vicende dei corpi attraversati dalle nubi e dall’impeto del fuoco. Ritroviamo una storia d’amore scolpita dalla furia degli elementi. Riconosciamo il volto della Regina esule di Cartagine e la figura del profugo troiano Enea.
Il confronto diretto con il capolavoro barocco di Henry Purcell “Dido and Aeneas” – una delle visioni più cristalline e luminose della tragedia latina – produce una riscrittura elettroacustica dell’intera partitura e le parole del libretto che evocano avvenimenti naturali come tempeste, nubi e rocce fuse dalla lava, sostengono e alimentano l’apparato coreografico e scenico del lavoro.
Il cielo e il corpo umano sono corrispondenti.
Ogni cataclisma custodisce la potenza grezza del sereno e la possibilità di lacerare, rovesciare e trasformare radicalmente ogni cosa.
(da deweydell.com)