'Tutto il tempo che abbiamo' di perderci dietro allo spettacolo della Prima 'una e trina' di Rodrigues al Piccolo

L'immagine scelta da Tiago Rodrigues per l'incontro con il pubblico (da piccoloteatro.org)

 E’ davvero un grande privilegio poter assistere a una prima ‘una e trina’, ma la fortuna poi si paga. E di questa apparizione trinitaria non si può nemmeno raccontare per intero la sostanza. 

 Provando giusto a balbettare qualcosa, si deve partire dalla prima-prima, che invero andrebbe con la P maiuscola: è quella dello spettacolo ‘Coro degli amanti’ che ha aperto la stagione ‘Il Gioco del Tempo’ del Piccolo Teatro di Milano, la sera del 29 settembre. 

 La seconda-prima era il controcanto di Tiago Rodrigues - sì, il cotanto Autore-Attore-Regista-Direttore in persona - insaccato nell’ultima poltrona a sinistra della fila 10, quella che segna la metà delle platea di via Rovello, nella sala intitolata a Paolo Grassi. Seduto cioè già quasi in corridoio, a pochi passi dall’uscita, Rodrigues ha seguito attentamente il suo Coro, commentando a bassa voce, scena dopo scena, con la sua prima complice di sempre, Magda Bizarro, che cura da vicino anche le varie edizioni internazionali di questo fortunato lavoro.

 La terza-prima, poi, sarebbe in effetti un ‘Dopo la Prima’, ed è stato un altrettanto grande spettacolo, nonostante il titolo vagamente dilatatorio ‘Tutto il tempo che abbiamo’. 

 Era il primo esperimento di un nuovo format dal titolo ‘In un clic’, che sostituisce il tradizionale incontro a seguire. 

 Pretesto dichiarato del nuovo rito genere No-il-Dibattito-No, ‘una fotografia (personale, storica o artistica) che diventa l’innesco di una conversazione fra protagoniste e protagonisti della scena con ospiti di eccezione: un ‘gioco del tempo’, come vuole il titolo della stagione, per parlare di teatro da un originale punto di vista’.

 La foto del caso non è stata nemmeno proiettata, ma era ben visibile sulla pagina del sito che annunciava l’incontro: Rodrigues ha detto che ritrae la sua Marta, di spalle, che s’addentra nella foresta.

 Un-due-tre prime, dunque, facili da contare ma indicibili o quasi, salvo l’ultima che è stata anche la più letteralmente significativa. 

 Badando attentamente a garantire il principio ‘no spoiler!’, e cominciando dalla più importante e maiuscola, è il caso di rimandare subito ogni considerazione, salvo prendere atto dei vari grandi elogi dei critici.

 I pur bravissimi e sorprendentemente spiritosi protagonisti, Isabella Ragonese e Francesco Alberici - citati nei crediti in questo ordine non alfabetico: per galanteria o per marketing, non è dato di saperlo - hanno dovuto affrontare il canonico muro di gelo dell’appuntamento solenne, zeppo di invitati e di addetti ai lavori.

 Nelle prime file s’intravedevano gli sguardi vissuti, da ’io-che-ho-già-visto-tutto’, dei molti giornalisti, alcune/i già armati di penna rossa e taccuino; i finti sorrisi del caso di qualche volto noto di attori e teatranti; l’autocompiacimento distratto dei veri o sedicenti Vip; le espressioni severe delle tante personalità che mettono soggezione anche solo per i vestiti da sartoria del potere.  

 E’ già seduto nella posizione chiave a metà sala, in elegante blu scuro, da più di mezz’ora, il Presidente in carica del teatro, il quale - lo sapranno pure Alberici e Ragonese - oltre ad essere stato per decenni il notaio dei salotti buoni e dei grandi borghesi, ha sempre saputo mantenere una bella frequentazione e conoscenza del mondo culturale e degli intellettuali, da Umberto Eco in giù. Ecco, annotato soltanto di questa ieratica presenza di prim’ordine, intorno ‘c’era questo-c’era quello’, e quell’altro ancora, si direbbe con nomi e cognomi e incarichi, ad essere bravi cronisti mondani.

 Non ha dunque senso giudicare Alberici e Ragonese così, su questa benedetta Prima, senza la benevolenza del caso. Aggiungeteci pure che ha chiamato più applausi, alla fine, l’uscita sul palco dell’Autore, che il loro poco invidiabile sforzo di sembrare perfettamente in ruolo, la coppia che scoppia e si riaccoppia e vive e sopravvive. 

 Tant’è che la sera dopo, alla seconda del 30 settembre - giurano i dramaholici presenti -, i due protagonisti sono risultati entrambi praticamente perfetti. Da dieci con lode, come testimoniano i passaparola, vedi anche solo un whatsapp del 1° ottobre carpito alla capofila di un gruppo di studenti dell’Accademia: ‘È veramente bello da schiantare a terra, spero che riuscirete a vederlo!’

 Venendo alla seconda-prima in parallelo, ovvero lo spettacolo della visione tanto partecipe dalla platea di Rodrigues stesso, potevano gustarselo meglio i fortunati seduti nelle poltrone 19, 20 e 21 della fila 9, magari avendo lo specchietto retrovisore. Ma non si può assolutamente riferire nulla di preciso. 

 Senza insinuare che sia stato molto vario il tono dei numerosi commenti scambiati a voce bassa in portoghese tra Rodrigues e Bizarro, si può comunque riferire giusto di alcune sincere divertite risate - dev’esser stato per qualche intoppo fuori copione. 

 Non se ne parla, di questa seconda-prima, anzitutto per più di un motivo oggettivo, a partire dal fatto che chissà che cosa possiamo aver capito tra i sussurri e le exclamações. E poi pesa come un macigno una questione di correttezza, e di rispetto da portare, per non dire di gratitudine - alimentata da quel trasporto interiore che lega in una sorta d’indissolubile amicizia (vedi autografo) l’appassionato - all’artista che è stato in grado di toccare nel profondo lo spettatore. 

 E’ inutile girarci intorno: anche solo per ‘By heart’, uno degli spettacoli teatrali contemporanei più straordinari, Rodrigues si è guadagnato un posto sicuro nell’elenco dei migliori. E prima di meritarsi anche solo l’ombra di una carognata, deve fare qualcosa di grave davvero. 

 Oltretutto, nel caso della prima una e trina di Milano, ha guadagnato ancora tanti punti riconoscenza, anche solo per gli interventi dopo lo spettacolo, perché il racconto che ha fatto del suo lavoro è stato davvero frizzante e interessante. 

Primo incontro della nuova serie 'In un clic' al Piccolo: da sinistra sul palco Claudio Longhi, Chiara Cappelletto,
Tiago Rodrigues e la traduttrice Sara Sullam (Foto di Marta Ferrarini)

 Va premesso che Tiago Rodrigues è pur sempre un gran mattatore quando sale sul palcoscenico, è capace di giocare con chiunque e su qualunque tema: parlando della lingua italiana ha saputo mescolare come se niente fosse citazioni di Dante con accenni alla canzonetta ‘Ti amo’ di Umberto Tozzi, per chiudere con l’imitazione del Nanni Moretti di ‘Dì qualcosa di sinistra’ .

 Può tirare in mezzo affettuosamente la solerte Sara Sullam, impegnata a tradurre il suo francese dal vivo lì accanto, o ringraziare il suo traduttore italiano seduto di fronte in platea, Vincenzo Arsilio, spiegando che il suo italiano è appunto quello di Arsilio. 

 Alla fine Rodrigues è persino riuscito ad incastrare il direttore artistico del teatro Claudio Longhi, che ha dovuto dribblare la tentazione di sfoderare i soliti paroloni concettosi, per esibirsi invece in un bel riferimento malinconico agli studi sulla letteratura medioevale e in un’esemplare citazione di Nekrošius - ‘il tempo del teatro è un antidoto al tempo in cui viviamo’ - tutto sommato sorprendente in bocca all’Allievo di Luca Ronconi.

 Il passaggio chiave del DopoPrima è però arrivato quando Rodrigues ha dovuto affrontare la densa domanda sul senso politico di questo ‘Coro degli amanti’, enunciata con perspicacia dall’esimia Professoressa di Estetica della Statale di Milano Chiara Cappelletto.

 ‘Di certo la domanda è più interessante di quanto sarà la mia risposta’, ha buttato lì subito Rodrigues con un gran sorriso sornione, come per invitare l’acuta interlocutrice, che era peraltro pure in camicia rosso garibaldino, a disarmare i toni così ben affinati dallo studio del ‘Tractatus’ di Wittgenstein e di quant’altro del genere.

Tra parentesi, personaggio invero particolare, questa Prof, rispetto ai soliti esperti di casa nei teatroni: vedi anche solo quattro righe del curriculum sul sito dell’Unimi, in cui Cappelletto specifica di adottare ‘un approccio materialista e femminista per discutere i processi con cui il Sé viene costituito attraverso diversi tipi di media e artefatti’ (1).

 Captata la canonica benevolenza con una bella risata, Rodrigues ha risposto molto sul serio e ha ribadito come lo spettacolo fosse nato mettendo insieme testi-canzone che aveva scritto da giovane - sul finire del Novecento, aggiungiamo noi - sul tema del rapporto di una coppia con il tempo, ma avesse preso forma e senso con l’ultima parte, su cui ha lavorato quasi un quarto di secolo dopo, intorno al 2020. 

 E’ dunque di fatto anche un'opera che rispecchia la sua maturazione, prima di tutto come uomo e poi sul piano culturale, con un cambio di prospettiva e di sensibilità a cui hanno contribuito appunto la diversa posizione personale (non solo sul lavoro ma, per esempio, come genitore di una figlia ormai adulta: ‘siamo tutti eredi, ma anche antenati’, aveva detto subito) e la riflessione su alcune letture che lo avevano toccato, in particolare il confronto con le idee del filosofo Baptiste Morizot. 

 Da questo discende anche il punto politico dello spettacolo, in fondo riassunto anche nella foto d’occasione scelta per questo incontro, ovvero la presa d’atto della necessità di far spazio ‘a una nuova sensibilità nei confronti degli essere viventi’ ché sono un insieme armonico e intricato appunto come il microcosmo di una foresta.

 Esseri viventi s’intende - sempre badando a non spoilerare troppo - proprio tutti gli esseri viventi, oppure, meglio, di tutte le ‘Manières d'être vivant’, per dirla con l’ultimo titolo del citato Morizot, nel recente saggio dedicato alle ‘Indagini sulla vita attraverso di noi’. Volume che invita dunque ad avvicinarsi con una nuova coscienza ‘agli abitanti della Terra’, definiti come un complesso che l’editore nella scheda traduce con ’dieci milioni di modi e forme dei viventi, uomini compresi’.

 Ora, se per caso siete un vecchio arnese ideologico novecentesco, un post-marxista convinto o un liberale democratico residuale, fa lo stesso - tra gli ascoltatori in sala si vedevano entrambi i tipi borghesi illuminati -, di fronte a queste affermazioni potreste aver riprovato la stessa non proprio gradevole sensazione che ha suscitato qualche anno fa la scoperta del nuovo cospicuo reparto indicato con la scritta ‘Antispecismo’ nelle librerie Feltrinelli.

 E non è che avreste cambiato reazione anche solo allargando lo sguardo ai sorridenti interlocutori di Rodrigues sul palco, la tosta studiosa di ‘embodiment’ tanto impegnata a sostenere il laboratorio di ‘Feminist and Queer Philosophy’ all’Università e il Direttore Regista che ha firmato come primo lavoro da numero uno del Piccolo di Milano il kolossal popcamp ‘Ho paura torero’…  

 Ma no, non avrete arricciato il naso come di fronte alle manifestazioni per la salvezza degli agnelli pasquali di un pugno d’estremisti ecologisti, e però potevate subito quanto meno sorprendervi per la nuova posizione di un regista e direttore di festival che i sovranisti contestano apertamente in quanto primo dei ‘teatranti comunisti’. 

  Così pure, volendo, avreste potuto trovare giustificazione a un certo disagio di primo acchito che può lasciare la visione di ‘Coro degli amanti’. Molto divertente ma ‘non è certo uno spettacolo che vuole scuotere più di tanto le coscienze’, commentava con il compagno una giovane del genere militante di sinistra: ‘e se uno cerca lo sfondamento della barriera protettiva dell’intrattenimento borghese, beh, deve proprio andare altrove’.

 Verrebbe persino da chiedersi: non è adesso anche il nostro bel Tiago e il suo nuovo filosofo di riferimento, a forza di teorizzare l’armonia con ogni essere vivente, saranno finiti a ritrovarsi, di persona o anche solo idealmente, fra gli 800mila francesi che hanno accolto plaudenti, in place de La Concorde, il Papa difensore integrale del sacro valore della vita? 

 Domande e perplessità, attenzione!, che riecheggiano forse un po’ troppo le polemiche dei reazionari e dei popolusti contro ‘le derive del pensiero woke’.

Fermi tutti, riflettiamo bene: Morizot non è un antispecista qualunque improvvisato: è nato nel 1983 ma ha pubblicato già tre o quattro saggi di peso, insegna all’Università di Marsiglia, studia le emergenze ecologiche contemporanee sui libri e anche sul campo. 

 E, tanto per dire, con la Francia agonizzante nella morsa del caldo e degli incendi, mentre Macron se ne andava al mare da ricco guascone, sfrecciando con la moto d’acqua nella sua ‘ultima estate al comando’ (immortalato così in copertina da ‘Paris Match’), Morizot aveva persino già preso carta e penna insieme con un prestigioso giurista di Science Po, Laurent Neyret, per proporre che ‘il principio di abitabilità del pianeta terra sia equiparato a quelli già riconosciuti di libertà, uguaglianza e dignità della persona umana’. 

 Invito pubblico che, nella versione pubblicata su ‘Le Monde’, muoveva dalle parole del biologo americano Edward Wilson che nel 2009 a Cambridge aveva denunciato il pericolo di fondo che corriamo: ‘abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medioevali e le tecnologie di un dio’.

 Attenzione dunque a pensar male dell’imborghesimento e della conversione woke di Rodrigues: in mezzo alle contrapposizioni spesso infuocate tra gli ultimi rivoluzionari anticapitalisti e i tanti neofiti dell’estremismo del politicamente corretto, sulla rivista d’ecologia radicale ‘Terrestre’ il giovane filosofo Jean-Baptiste Vuillerod ha indicato il pensiero di Morizot come esemplare di una sorta di posizione di mezzo che consente di uscire da un dualismo di maniera tra le vecchie e le nuove ideologie.

Nell’analisi accurata viene fatta egregiamente luce sulle radici di questo nuovo ‘pensiero del vivente’, che non ha niente a che vedere con le religioni e vuole invece ereditare sia il darwinismo sia l’antropologia post-naturalista di Bruno Latour.

 Arrivati a questo punto, saturi di riferimenti e ansiosi d’andarsi a leggere qualche libro di questo benedetto Morizot (in italiano l’ultimo tradotto da Nottetempo e un precedente da Castelvecchi), anche il più feroce e maldisposto critico di ‘Coro degli amanti’, anche il realista a oltranza che sprezza un certo ecologismo radicale, deve ammettere che, alla fine, Rodrigues ha fatto di nuovo centro.

Non perdetevi la piacevole provocazione di questo spettacolo.    

Sul taccuino dell'autore di questo passaparola

(1) DAL C.V. DI CHIARA CAPPELLETTO 

Area di ricerca

Estetica fenomenologica, neuroestetica, estetica sperimentale, estetica femminista, teorie della performance, retorica

Argomenti di ricerca

Teorie dell'embodiment, teorie del sé, agency umana, performance e discorso pubblico

*Adotto un approccio materialista e femminista per discutere i processi con cui il Sé viene costituito attraverso diversi tipi di media e artefatti. Indago le dinamiche performative dell'identità esaminando le condizioni epistemiche, i dispositivi e gli artefatti che partecipano ai processi di soggettivazione. Lavoro con un approccio interdisciplinare tra estetica, scienze cognitive, teoria dei media e antropologia e conduco le mie ricerche a livello teorico e sperimentale (qualitativo). Ho aperto posizioni di ricerca sull'imaging termico e fetale, sulle maschere facciali e sulle protesi digitali e materiali per indagare i loro effetti di feedback sugli agenti umani.

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