Che meraviglia l'armonia dell'albero di Caroline Shaw, evoca quel 'Silent Friend' del cinema e un invito a 'inforestarsi'

Caroline Shaw (foto Kait Moreno)
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MA CHE MUSICA CELESTIALE

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 ‘Find the line’ invita Caroline Shaw, perché ‘vado dove vai tu’. E trova sempre un po’ a sorpresa ‘la linea’ per farsi apprezzare dagli appassionati anche il direttore del Teatro Grande di Brescia e di Triennale Teatro Milano Umberto Angelini. All'inizio d’ottobre del 2026 è riuscito a far venire finalmente in Italia appunto la Shaw, un personaggio che definire celestiale non è poi così retorico. Compositrice e cantante pressoché unica nella musica contemporanea, a due anni aveva già in mano il violino, a 25 anni s’è presentata in scena con le sue prime composizioni, a trent’anni ha vinto il Pulitzer. Ha incantato di nuovo il pubblico, donando all’ascoltatore attento qualcosa d'Alto a metà tra bellezza e serenità. Era accompagnata, oltretutto, da un ensemble sublime e apprezzatissima, Attacca Quartet. E’ un quartetto d’archi di musica da camera nato nella prestigiosa Juilliard School di New York per volontà di Amy Schroeder, primo violino di grande virtuosismo e oggi anche stimatissima insegnante, e di Andrew Yee, violoncellista appassionato e di recente impegnato in un lavoro sulla sua esperienza di ‘bi-racial and non-binary person’. Completano la formazione Dominic Salerni, violinista free-lance con curriculum beethevoniano di spicco, che ha parlato un po’ d’italiano in scena; e l’elegante violista e compositore Nathan Schram, che non disdegna incursioni nel pop e però cura un bel progetto solidale per la musica nelle carceri.

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AMA IL GIALLO, IL ROSMARINO E...

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 Felicissima della sua prima incursione nel nostro Paese, Caroline Shaw è apparsa raggiante anche quando è scesa dal palcoscenico la prima sera a Brescia, abbracciando con entusiasmo il padrone di casa: ‘Non sai quanto sono contenta d’essere finalmente in Italia’. Peccato che sia rimasta solo per pochi giorni. Ora per partecipare all’esperienza unica di un suo concerto bisogna andare a Londra, dove sarà in scena più volte al celeberrimo Barbican Centre: data-clou, il 30 ottobre, per il suo ‘The Listeners’ con la BBC Symphony Orchestra. Shaw è attesa presto anche negli Stati Uniti, notevoli saranno le prime quattro date newyorchesi alla Park Avenue Armory, dal 14 al 18 ottobre, con Steve Reich Ensemble & Alarm Will Sound. Difficile anche soltanto comprendere il mistero di una figura che in fondo si colloca a metà strada tra quella che con orribile definizione si chiama ‘musica colta’ e il resto: nelle dieci righe alla pagina ‘About’ del suo sito ufficiale fa un primo elenco di nomi di ‘tutto lo spettro musicale’ con cui ha collaborato (Rosalía, Renée Fleming, Yo-Yo Ma, Tiler Peck, Nas, Kanye West, LA Phil, NY Phil e altri). Indimenticabile la nota conclusiva dello stesso testo biografico: ‘Il suo colore preferito è il giallo e il suo odore preferito è il rosmarino’. Del giallo, seppur fluo, ci si poteva accorgere anche dalla giacca indossata l’altra sera a Milano. Viceversa il rosmarino è rimasto chissà dove, perché anche solo nel programma di sala, e poi con tutta evidenza nel terzo brano che riproduceva precisi suoni naturali, è stato un albero secolare a prendersi la scena.

La citazione

Trova dove vai/ Dietro il bagliore c’è ciò che so/ La melodia sale sempre più in alto/ La canzone è nascosta/ L’armonia è fredda/ Ciò che è vecchio è nuovo è sempre, sempre raccontato/ Vado dove sei tu/ So che non c’è una melodia prestabilita/(…)Trova la linea/Trova la linea/ Vado dove vai tu

Caroline Shaw, ‘Other Song’
Attacca Quartet, ovvero da sinistra: i violini Amy Schroeder, Dominic Salerni, Nathan Schram con la viola e in primo piano Andrew Yee, violoncello (foto di David Goddard)

  Note su ‘The Evergreen’ a cura di Caroline Shaw, parte I (dal libretto di sala di Triennale Teatro): ‘ Un giorno di gennaio del 2020 ho fatto una passeggiata in una foresta di sempreverdi a Swiikw (Isola di Galiano), nella Columbia Britannica, in Canada. Mi sono ritrovata a rallentare. I miei passi si facevano più brevi e più radi. Ho smesso di cercare di raggiungere una meta con uno scopo preciso o con una certa fretta. Alla fine mi sono fermata del tutto. Ho osservato, ascoltato, percepito, annusato e respirato. Come migliaia e migliaia di creature prima di me, alcune delle quali umane, mi sono fermata a contemplare quel luogo e ho pensato: ‘C’è saggezza in questi alberi’. Non è certo un pensiero nuovo: è stato espresso molte volte, in modi più eloquenti e complessi di questo mio piccolo racconto. Eppure. Questo brano, ‘The Evergreen’, è il mio dono a un albero speciale di quella foresta. 

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INFORESTARSI E FARSI INTERPRETI

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 Forse - si può ipotizzare dopo aver chiesto aiuto all’implacabile Gemini Ai, purtroppo sprecando la nostra quota parte d’acqua e d’energia - l'alberto che ha ispirato il nuovo lavoro era un monumentale Abete di Douglas, oppure una Thuja plicata (altresì Cedro rosso occidentale), nelle terre dei popoli Penelakut e Coast Salish miracolosamente conservate in un’isola canadese. Chissà, la stessa Shaw non lo ha specificato. Attenzione che per questa via, anche solo geografica e antropologica, parlando di un albero tra i tanti delle foreste dei nativi del Canada, ovvero delle Prime Nazioni, la presentazione delle musiche della Shaw rimanda proprio al concetto base del pensiero del giovane filosofo francese Baptiste Morizot. Un ecologista radicale che, guarda caso, è stato tra le dichiarate fonti d’ispirazione del 'Coro degli amanti' di Tiago Rodrigues e in particolare dell’ultima parte che conferisce un nuovo significato al lavoro (se n’è parlato qui e se ne tornerà a parlare). Morizot, nella sua esortazione sulla necessità di ‘inforestarsi’ per aprirsi ‘all’incontro con le altre forme di vita che abitano con noi’, spiega ( ‘Sulla pista animale’, ed. Nottetempo 2026): ‘Potremmo impegnarci a diventare dei truchements (interpreti) di tutti questi esseri viventi. Truchement è una graziosa parola del francese antico che serve a qualificare degli strani personaggi: è il nome di quei giovani coureurs des bois francesi che (…) restarono a svernare presso le tribù amerindie in Canada, apprendendo la lingua e i costumi dei cosiddetti selvaggi, diventando in questo modo diplomatici tra le nazioni, e arrivando a sfoggiare redingote e piume tra i lunghi capelli’. 

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LA COPERTA DI MUSCHIO

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 Ancora dalle Note su ‘The Evergreen’, a cura di Caroline Shaw, parte II: ‘Ho iniziato a scrivere musica anni fa come regalo per le persone, che ne fossero consapevoli o meno, oppure come accompagnamento a un’opera d’arte, a un cibo, a un’idea. Era un modo per sentirmi accompagnata durante il processo creativo, come se una presenza invisibile mi prendesse per mano e mi guidasse lungo il percorso. L’albero a cui è dedicato questo brano è imponente: antico, nodoso, contorto, avvolto in una morbida coperta verde di muschio. Si erge silenzioso in una piccola radura, dove le ombre concedono più spazio ai sottili raggi di sole che cercano di farsi strada nella tarda mattinata. A dire il vero, non sono nemmeno del tutto certa che sia ancora vivo, o che non si tratti piuttosto di un vecchissimo albero deciduo che ha semplicemente accettato di lasciarsi ricoprire dal muschio. Eppure, ai miei occhi, è come un vecchio amico sempreverde. Così ho scritto della musica per lui e l’ho chiamata ‘The Evergreen’. Per il morbido muschio che lo ricopre, per il tronco robusto che si slancia verso l’alto, per il delicato caos dell’acqua che gocciola tutt’intorno e per le radici nascoste sotto terra, sempre in cerca, sempre intente a nutrire, sostenere e costruire’.

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'SILENT FRIEND', DA NON PERDERE

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 Eccoci infine, dall’armonia dell’albero sempreverde della Shaw, a un’altra evocazione suggerita dalla solita vicina intelligente: quel film straordinariamente poetico che è ‘Silent Friend’ di Ildikó Enyedi, (presentato in anteprima al Festival di Venezia nel 2025 ma uscito nelle sale italiane da qualche settimana e ancora programmato qua e là: andate a vederlo). La scheda del distributore recita: ‘Nel cuore di un giardino botanico in una città universitaria medievale in Germania si erge un maestoso ginkgo biloba. Questo testimone silenzioso ha osservato per oltre un secolo i tranquilli ritmi di trasformazione attraverso tre vite umane. Ancora una volta Ildiko Enyedi invita lo spettatore a un’esperienza più sensibile che narrativa, lasciando parlare una natura che non è mai semplice sfondo, ma presenza viva: sussurra e interroga, diventa specchio dell’anima e rivela sentimenti e istinti più profondi’. Quel che è più notevole sono gli ambiziosi intrecci del film, perfettamente resi anche dalla particolarità del linguaggio cinematografico di Enyedi (una conferma, dopo ‘Corpo e Anima’) e particolarmente interessanti tra l’albero centenario e le persone, tra le epoche storiche e i diversi modi di essere maschile/femminile dei vari personaggi.

Tony Leung Chiu Wai e il maestoso Gingko biloba protagonisti di 'Silent Friend' di Ildiko Enyedi (distribuzione Movies Inspired)

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