Prove d'apnea del teatro per andar sotto alla Milano di oggi: spunti e appunti sul festival Immersioni 2026

'Stiamo da Dio' a Immersioni 2026

Immersioni è un’indagine teatrale condotta da Mare Culturale Urbano, e tra 8 e 20 settembre ne sono stati presentati i risultati di quest'anno.

Per quattro mesi, un gruppo di artisti emergenti è stato selezionato per immergersi in una zona di Milano rimasta spesso non vista, inascoltata e delocalizzata: il quartiere di San Siro.

Milano, oggi più che mai, è la città che vive nei suoi angoli nascosti, nelle recondite vie lontane dal turismo e dai tik tok dei creator, nei luoghi invisi agli eventi delle fashion week e che dunque straordinariamente conservano ancora un barlume di realtà.

Città contraddittoria da un incrocio all’altro, è una metropoli che fatica a sostenere questo doppio peso nei suoi punti più fragili.

Da Piazzale Selinunte si irraggiano Viale Mar Jonio, Via Maratta, Viale Aretusa, Via Zamagna e Via Morgantini, che a loro volta si riconnettono con Piazzale Segesta, Via Dolci, Via Paravia e Via Ricciarelli.

San Siro oggi conserva ancora lo storico quadrilatero di palazzine dell’Aler che, strette tra i nuovi grattacieli di lusso, le nuove Terme De Montel e lo storico Stadio Meazza (ancora per poco), e queste 'case popolari' generano un cortocircuito nella coesistenza di due mondi opposti.

Immersioni fa capo al Piccolo Teatro e perciò viene naturale chiedersi subuto se si può considerare veramente “riuscita” questa collaborazione con il “Teatro per tutti”? I nuovi lavori sono cioè riusciti a ritrarre fedelmente questi “luoghi inesplorati”? Oppure è la “coolness” della ormai virgolettata “periferia” a sembrare il motore che spinge le sorti di questo micro festival?

Nel mezzo della bolla speculativa, all’apice della crisi dell’abitare, Immersioni propone ai propri artisti di affrontare un tema per nulla semplice, in una città altrettanto complessa.

Stiamo da Dio, drammaturgia di Elvira Bonocore e regia di Macky Montella, affonda verticalmente nel cuore dell’emergenza abitativa. Si contendono la scena un imponente ponteggio rosso laccato e le due performer (Alessandra Cocorullo e Stefania Remino), che in un riscaldamento forsennato stressano i propri corpi, compressi in metà del palcoscenico.

Durante l’allenamento le due si lamentano: di scadenze e modalità, di come questa città costringa a vivere e a performare in spazi non realmente vivibili. 

Il latte bruciato, le lavatrici, la quotidianità già di per sé complessa, alla ribalta di una Milano costantemente sotto riflettori - domestici e non - diventa una corsa ad ostacoli per la sopravvivenza. La città propone e pretende costanti prestazioni, lasciando i suoi abitanti boccheggiare tra FOMO e obbiettivi da raggiungere.

Le due non interagiscono mai veramente con l’impalcatura, si tratta di qualcosa che ha preso il loro spazio in una città sempre meno a misura d’uomo. E quindi questa, imponente, resta lì, immobile e intoccata, come il privilegio che osserviamo da lontano, mentre il divario si amplia sempre più, inesorabile.

Anche La città delle finestre rotte, un prodotto di Colletivo Fontana, affronta il tema del radicarsi nel quartiere. Dal testo Uno studio per la città dalle finestre rotte di Laura Raccanelli, lo sguardo drammaturgico di Jacopo Riccardi e la regia di Caterina Dazzi propongono sulla scena l’assunto di Philip Zimbardo: il degrado porta degrado.

Lo psicologo americano aveva condotto questo esperimento mettendo due automobili abbandonate in due quartieri diversi, una nel Bronx e una a Palo Alto. La prima venne vandalizzata immediatamente, la seconda invece rimase intatta finché lui non ne ruppe un finestrino, al che anche a Palo Alto scattò il medesimo meccanismo di saccheggio e vandalismo. 

In una scena distopica, occhi robotici incarnati da due biondissimi Barbie e Ken vestiti di bianco (Claudia Grassi e Jacopo Riccardi) si muovono attorno ad una panchina osservando la piazza di San Siro nel 2030. Videocamere poste a tutela del quartiere garantiscono sicurezza registrando ogni minimo avvenimento: dal movimento di un piccione, al raduno di un gruppo di maranza, fino ad una manifestazione repressa violentemente.

Il degrado porta effettivamente degrado, e in questo l’assunto di Zimbardo trova attualissima conferma, la noncuranza porta i luoghi ad essere meno accoglienti e sicuri. Critica politica ed estremamente tagliente, il lavoro del Collettivo Fontana tocca un nervo scoperto; seppur in forma ancora acerba e precoce, meriterebbe spazio e tempo per essere lavorato e ampliato.

In una dimensione attuale in cui gli esseri sono sempre meno umani e riescono a vedere ed ascoltare sempre meno gli altri, come potrà un futuro dominato da occhi digitali garantire uno spazio di comprensione e lettura dell’altro? Come possono due dimensioni così diverse dello stesso quartiere coesistere senza che una diventi invisa al privilegio? Come l’impalcatura di Stiamo da dio, si comincia a convivere senza vedersi ma togliendosi spazio, diventando sempre più robotici. 

Ultimo titolo a guadagnarsi la promozione in scena al Teatro Grassi è Santa Terra - Miracolo a San Siro nato dalla collaborazione tra Teatro Nume e un laboratorio di Filippo Capobianco condotto nel contesto di Mare Culturale Urbano per un anno.

Il pretesto di Capobianco è stato immaginare un’onda anomala arrivata a Milano infliggendo su di lei un’infausta mareggiata. Questa avrebbe sommerso completamente l’Area C rendendo lido e spiaggia tutta la periferia.

Capobianco funge da guida all’interno del museo della mareggiata, ormai sono passati anni dall’evento funesto, il divario sociale si è ampliato sempre più e… plin! La slam poetry di Capobianco viene costantemente interrotta da stacchi pubblicitari della Milano Sea Group, grande azienda che ha prontamente lucrato sulla tragedia per creare resort sul mare a Sesto San Giovanni, e lussuosi lidi a San Siro, oltre a sovvenzionare le attività del museo, per cui ogni stacco pubblicitario deve essere sopportato.

Lo spettacolo al Grassi mette in scena gli esiti del laboratorio assieme ad alcuni partecipanti (Virginia Vanocchi e Stefano Tirantello assieme a Bianca Tortato) proponendo una versione Santa Terra del Miracolo (che prende spunto dal grande successo del 2025 del Piccolo, e prima di questo dal film di Vittorio De Sica).

Una critica velata da passi poetici che risulta molto efficace anche se in fase di elaborazione, la forza di questa messinscena sta nella sua genesi e realizzazione a diretto contatto con gli abitanti del quartiere per un anno intero.

Quanto al risultato artistico, i prodotti risultano talvolta traballanti, ma caricati da una forza critica e fresca che dona speranza, il teatro può ancora essere uno strumento politico che stimola il dibattito.

All’alba delle prossime elezioni è importante e necessario che i giovanissimi si schierino e possano trovare un megafono nel mezzo teatrale. La possibilità di abitare di nuovo le zone d’ombra di una Milano sempre più scissa ed anestetizzata, è fondamentale.

Forse riusciamo ancora a vedere qualcosa anche se accecati dalle luci delle ring lights, ci stiamo svegliando?

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