A confronto con due declinazioni del Nō, una dopo l'altra in scena a Milano, lo stato di salute della nostra percezione estetica

La scuola Yamamoto in scena al Menotti

Nelle ultime settimane il panorama teatrale milanese è diventato un inatteso crocevia di sguardi tra Italia e Giappone. In occasione dei 160 anni delle relazioni diplomatiche tra questi due paesi – lontanissimi ma vicini per numerosi aspetti –, la città ha ospitato due eventi di straordinario rilievo incentrati sul teatro Nō: una delle forme d’arte scenica tra le più antiche e codificate al mondo, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dal 2008.

Ciò che è emerso dal doppio appuntamento – il rigore sempre aperto all’innovazione della scuola Hōshō al Teatro Franco Parenti e il dialogo transculturale e musicale dello Yamamoto Nō Theatre al Teatro Menotti – dimostra come, anche per un pubblico non abituato, una drammaturgia fatta di vuoto, silenzio ed essenzialità possieda una forza comunicativa disarmante per ogni tipo di spettatore.

Il teatro Nō affonda le sue origini in un’arte fondamentalmente drammatica e spettacolare nota in antico come Sangaku (“intrattenimento delle scimmie”).

Arrivato nell’arcipelago giapponese attraverso performance di matrice cinese, il Sangaku era un’espressione di intrattenimento popolare fatta di mimica, giochi di parole, acrobazie ed esercizi strabilianti, nati per strappare il riso e allontanare i problemi del tempo. Varie compagnie itineranti si spostavano di città in città in regime di forte competizione.

Un momento di svolta radicale si ha nel 1375, quando la classe militare al potere incrociò queste compagnie che da tempo gravitavano attorno ai santuari shintoisti e ai templi buddhisti durante le celebrazioni legate ai riti della terra. Durante una festa in un santuario, lo shōgun Ashikaga Yoshimitsu assistette alla performance di una celebre compagnia guidata da Kan’ami Kiyotsugu e rimase folgorato dal giovane figlio di questi, Zeami Motokiyo.

Preso sotto l’ala protettiva dello shōgun ed educato dai suoi uomini di corte, Zeami divenne il teorico più raffinato di quest’arte. Yoshimitsu, uomo di cultura elevatissima e grande estimatore della Cina, impose le scelte estetiche dall’alto: l’arte non doveva essere solo godimento ma un preciso messaggio politico ed educativo per la classe militare e l’intero paese.

Tutto nel Nō è ridotto all’essenziale: una scena quasi vuota, dominata dal dipinto di un pino sacro sul fondale a cui si affianca una forte componente minimalista affidata a danza, canto corale e agli strumenti tradizionali dell’orchestra.

Il Nō racconta le storie di divinità, spiriti e guerrieri attraverso un codice rigoroso in cui ogni movimento, suono, veste di scena, tessuto, strumento musicale e silenzio obbedisce a una lingua millenaria. 

Il 4 ottobre il palco della Sala Grande del Teatro Franco Parenti ha ospitato lo spettacolo Hōshō Heritage, un progetto guidato dal maestro Kazufusa Hōshō che da anni gira il mondo per divulgare l’arte del teatro Nō. Seguendo fedelmente la prassi tradizionale, gli attori della compagnia si sono esibiti prima con L’eremita e il gufo (Fukuro Yamabushi), un dramma farsesco dai tratti comici e paradossali appartenente al genere Kyōgen.

Come ha ricordato lo stesso maestro Hōshō introducendo la serata, questo momento ha immediatamente coinvolto il pubblico del Parenti attraverso le chiavi di una tipica comicità popolare giapponese.

È seguito poi il dramma Nōgaku intitolato Benkei sulla barca (Funa-Benkei), capolavoro del patrimonio classico. Qui la narrazione affonda le radici nelle vicende storiche nipponiche: il protagonista è il nobile Yoshitsune della famiglia Minamoto, perseguitato dal fratello Yoritomo e in fuga da Kyoto verso il mare insieme all’amante Shizuka e al fedele seguace Benkei. Dopo essersi separato dalla giovane dama, il nobile affronta la traversata e incontra il fantasma di Taira no Tomomori, feroce generale del clan avversario.

La messa in scena ha colpito anche per scelte scenografiche e di regia fortemente evocative: è stata ricreata una galleria con luci mirate a illuminare solo una porzione del palco, ricalcando geometricamente la forma del palcoscenico originale del teatro Nō.

A suggellare l’intensità della serata è stata la straordinaria prova dello shite (primo attore) Kazufusa Hōshō, capace di incarnare nella stessa rappresentazione due registri e due polarità emotive opposte: l’amore e la grazia dolente di Shizuka nella prima parte e la rabbia spettrale e bellica di Taira no Tomomori nella seconda.

Accanto a lui, nel ruolo del nobile Yoshitsune, ha debuttato in scena il figlio Tomoharu Hōshō, trasformando lo spettacolo in una potente metafora vivente del rapporto tra genitori e figli e della trasmissione biologica e spirituale di un patrimonio intangibile che continua a parlare al nostro presente.

Del resto, il titolo Hōshō Heritage non è scelto a caso: racchiude l’essenza di un’eredità che si perpetua non solo attraverso il costante impegno della scuola nel recitare e insegnare una pratica tanto preziosa ma anche come un autentico passaggio di testimone da padre in figlio.

Se con Hōshō Family si è celebrata l’ortodossia della forma, il Teatro Menotti il 23 settembre ha scelto la strada del cortocircuito culturale con Leonardo, lo spettacolo della Yamamoto Nō Theater, scuola di Osaka fondata nel 1927 e diretta dal maestro Akihiro Yamamoto.

Questa nuova produzione, realizzata in collaborazione con Sachiko Nakajima e la Kurage Band con i loro intermezzi di musica jazz, si allontana dalla tradizione nipponica per eleggere a protagonista l’italianissimo Leonardo da Vinci.

Un’operazione potenzialmente rischiosa che si è rivelata invece un omaggio rispettoso e originale al genio italiano: l’indagine leonardesca sulla natura e sulla geometria del cosmo trova infatti nell’arte del Nō uno spazio comune in cui cultura italiana e cultura giapponese dialogano all’unisono senza fraintendimenti.

Vestito con un kimono verde, il Leonardo in scena esprime le proprie difficoltà giovanili nel procurarsi i materiali per dipingere, offrendo il pretesto per una massima universale: «la povertà della casa non implica la povertà dell’anima».

Non poteva poi mancare l’opera più celebre del maestro, evocata sul palcoscenico come “una Gioconda di epoca Heian”, caratterizzata dalle sopracciglia dipinte in alto sulla fronte secondo la moda del tempo.

Da notare con grande interesse è stato il momento intermedio tra la prima e la seconda parte dello spettacolo, un approfondimento dedicato alla storia del Nō e ai quattro strumenti musicali della tradizione (collettivamente chiamati hayashi): un flauto traverso in bambù (nōkan), un piccolo tamburo a clessidra tenuto a spalla (kotsuzumi), un grande tamburo a clessidra tenuto sull’anca (ōtsuzumi) e un tamburo di dimensioni maggiori, suonato con due bacchette di legno (taiko). Ognuno di essi ha avuto un proprio momento solista, accompagnato da didascalie esplicative, prima di suonare coralmente mostrando la loro forza sonora complessiva.

Leonardo è un simbolo universale di creatività e curiosità, così il nuovo Nōgaku a lui dedicato si muove tra rito, suono e trasformazione di immaginari. Uno spettacolo che utilizza gli stilemi classici del genere rileggendo storie e figure del passato – non solo giapponese – per trovare nuova linfa e abitare attivamente il presente.

Assistere a queste due declinazioni del teatro Nō significa anche interrogarsi sullo stato di salute della nostra percezione estetica. In un’epoca dominata dalla saturazione visiva, dalla velocità digitale e dal rumore costante, il teatro classico giapponese impone una radicale inversione di marcia: rallentare il tempo, fare spazio al non-detto, caricare ogni istante di silenzio di una tensione irriducibile.

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