E se andassimo a schiantarci sulle Colline Torinesi distratti dal teatro del corpo e della trasformazione di Janaina e Núria?

'Stabat Mater' di Janeina Leite (foto di André Cherri)

Beh, chi ha visto Federica Rosellini trasformarsi così bene per spendersi totalmente in scena, anche solo nella più recente sfida con 'iGirl' di Marina Carr, graffiante testo-silloge della cultura antipatriarcale, sa quanto sia già un'impresa scampare al vero e proprio Crash con questa giovane protagonista tra le più originali e interessanti della nostra scena teatrale.

Difficile non uscire in qualche modo trasformati dall'impatto, come dice lei stessa a proposito della forza delle proposte che ama e che ha contribuito a mettere insieme per il 31mo Festival delle Colline Torinesi, di cui Rosellini è stata chiamata alla direzione, accanto alla figura consolidata della co-fondratrice Isabella Lagattolla.

Quest'anno una sorta di pre-apertura sarà la ripetizione alla Fondazione Merz della perfomance 'Credere alle maschere' di Romeo Castellucci, significativa anche a proposito, appunto, di crash e di corto circuiti dell'arte (vedi oltre).

Poi, il primo vero e proprio colpo sarà la presenza, al Teatro Astra Tpe dell'artista brasiliana d'avanguardia Janaina Leite, per la prima volta in Italia.

Leite, dopo tante ragguardevoli uscite internazionali, anche nelle rassegne europee di tendenza come il Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles, è considerata - spiega la presentazione - 'un punto di riferimento nella ricerca sul nuovo teatro documentario, sulle scritture autobiografiche in scena, sul corpo e la sua valenza sessuale'. Percio intorno alla sua opera alle Colline Torinesi costruiscono un vero e proprio Focus.

Dopo lo spettacolo inaugurale, Stabat Mater (8>9 ottobre Teatro Astra), in cui Leite lavora con sua madre e un pornoattore mascherato, nei giorni successivi ci saranno le due performance Deeper One (8>10 ottobre Teatro Astra), esperienza immersiva per singolo spettatore, sospesa tra presenza e realtà virtuale, e The Material and Immaterial Body in its Borderline (9 ottobre Teatro Astra) che racconta il suo percorso di indagine sul corpo materiale e immateriale. 

  Seconda novità di questo festival: Industria Indipendente, collettivo artistico e di ricerca di Erika Galli e Martina Ruggeri, presenta per la prima volta in Italia in forma completo il dittico che rilegge in modo laterale 'Don Chisciotte' e Kathy Acker: Quixote / Dammi i brividi – ma non per la paura (video) e Quixote / A rose is not a rose (solo) (10 ottobre Fondazione Merz) vedono in scena Anna Maria Ajmone e in video Silvia Calderoni. 

 Ancora, Sara Leghissa - artista, ricercatrice e performer con base a Milano - il 10 ottobre presenterà alla Fondazione Merz Muscles [Public Literature] e di nuovo al Festival 'una riflessione sull’opera di Kathy Acker, questa volta con un testo che afferma il corpo come spazio politico, trasformato dall’artista in un manifesto militante queer contro il linguaggio ordinario'.

Per la prima volta poi - prosegue il comunicato stampa - sarà al festival la Schoß Company di Lisa Tatin (cantante/performer) e Simona Gallo (video light designer). La compagnia, con base in Svizzera, sviluppa una ricerca interdisciplinare che unisce musica, voce, elettronica e performance visiva. Con LAB21_Mon corps n'obéit plus e con Personne ne ramasse ma langue sarà l'11 ottobre in Fondazione Merz, unendo corpo e parola per dare vita ai testi poetici di autrici impegnate come Lisette Lombé, Laura Vazquez, Stéphanie Vovor, Cécile Coulon, Kae Tempest.

Fa parte del programma della seconda settimana, invece, Marco Donnarumma, artista performativo dell’audio e dei nuovi media: italiano che vive e opera a Berlino. Ex Silens + Niranthea (12 ottobre Coro di Santa Pelagia), per la prima volta in Italia, reinventa l’ascolto come atto politico presentando un’esperienza audiovisiva creata per essere vissuta da persone sorde e udenti.

  L’artista visiva Francesca Grilli porta, il 13 ottobre al Teatro Astra, Sparks, una performance partecipativa che rovescia il rapporto di potere tra adulto e bambino: attraverso la lettura della mano, l’infanzia diventa guida e custode di visioni.

Hanno già una storia di Festival, i madalena reversa, coppia artistica e nella vita, padovano lui, palermitana lei. Si cimentano questa volta con la composizione di Messiaen, Pour la fin du temps (13 ottobre Teatro Astra), e con l’invenzione di una installazione luminosa e sonora. Il quartetto fu scritto nel campo di concentramento di Görlitz. Viene ritenuto uno dei più grandi esempi di musica da camera e sarà poi a Milano in Triennale per FOG. 

 Margherita Pevere presenta poi Lament (14 ottobre Teatro Astra), prima italiana, una performance che esplora storie trascurate ed ecologie post‑incendio. Approda al Teatro Astra Marco D’Agostin, Premio Ubu per la danza 2025, con il suo Asteroide (15 ottobre).

I Flinn Works, collettivo berlinese che arriva per la prima volta in Italia, si esercita a riflettere sui crediti di carbonio e sulla questione del greenwashing con Carbon Negative (16>17 ottobre Fondazione Merz), spettacolo tra laboratorio e performance, che invita il pubblico a scegliere, riflettere e agire su un futuro climatico possibile.

 La scena artistica libanese torna anche quest’anno con Hashem Hashem, poeta e performer di Beirut, parte attiva in diverse organizzazioni LGBTQIA+, per la prima volta in Italia. Propone الصّوت الذي يبقى – The Sound that Remains (16 ottobre Coro di Santa Pelagia), performance che, intrecciando scrittura poetica e sound design con un set che ricorda i lavori di Kae Tempest, restituisce un paesaggio sonoro vivo e politico. Si parte dall’esplosione del porto di Beirut del 2020 per giungere alle nuove guerre del 2024 e 2026, aggiungendo stratificazioni di suoni, ferite e memorie. 

Conclude il Festival un altro notevole colpo, il Focus su e con Núria Guiu Sagarra, coreografa e danzatrice catalana pluripremiata, anche lei per la prima volta in Italia con i suoi spettacoli.

In scena porterà Supermedium (17>18 ottobre Teatro Astra), nel quale 'otto corpi femminili o non binari agiscono come medium, canalizzando movimenti provenienti da tempi e contesti diversi'.

Ancora, Sagarra presenterà il suo ultimo lavoro, l’assolo POV (17>18 ottobre Teatro Astra), 'che esplora un corpo posseduto da una molteplicità di altri corpi, immagini e immaginari, provenienti da tempi e spazi differenti, siano essi reali o fittizi', ruotando appunto attorno al 'punto di vista' digitale di oggi.

Infine, arricchiscono le due settimane di Festival varie iniziative, laboratori, proiezioni e incontri di contorno. Notevole il programma delle prestigiose masterclass, tra cui la prima della Leite intitolato FRAGMENTS FOR A MONSTER. L’archivio eterogeneo come pratica drammaturgica e quello conclusivo della stessa Núria Guiu Sagarra, DANCING IMAGES. Un’esplorazione incarnata dell’immagine e della cultura digitale. (Per tutte le informazioni vedi qui sul sito del TPE)

P.S.: Piccolo dettaglio, non senza una qualche importanza: in questo primo giro da condirettrice Federica Rosellini ha scelto di tenersi un passo indietro, rinunciando ad andare in scena con qualche suo lavoro. Dice che non voleva ripetersi né improvvisare, e ha fatto due volte bene. Anche perché non poteva, proprio lei, cadere subito nella trappola egotica da 'direttorello patriarcale' all'italiana.

POV di Núria Guiu Sagarra chiude il 31mo Festival delle Colline Torinesi (foto di Silvia Poch)

AFTER THE CRASH

Colori acidi, sopravvivenze, nuove forme 

di Isabella Lagattolla e Federica Rosellini, direttrici Festival delle Colline Torinesi

Ogni crash produce una frattura. Interrompe una traiettoria, sospende un ordine delle cose, apre uno spazio di incertezza. Ma ogni crash è anche una soglia: il punto in cui una forma di vita, un’immagine, un linguaggio o una comunità sono costretti a reinventarsi.

La proposta di queste masterclass prende avvio da un dialogo inatteso tra due artisti lontanissimi per geografia, storia e linguaggio: Andy Warhol e Mmakgabo Helen Sebidi. Due autori che, in modi radicalmente diversi, hanno interrogato ciò che accade dopo l’impatto.

Negli anni Sessanta Warhol realizza la serie Death and Disaster, all’interno della quale le opere dedicate agli incidenti automobilistici – Orange Car Crash Fourteen Times (1963), White Burning Car III (1963), Green Disaster Twice (1963) e altre – trasformano la cronaca nera americana in una riflessione sulla percezione contemporanea della morte.

Attraverso la serigrafia, la ripetizione seriale e l’uso di colori violenti e artificiali, Warhol svuota progressivamente l’immagine del suo carattere documentario. Il disastro viene moltiplicato fino a diventare icona. 

L’arancione, il verde acido, il viola, il rosso industriale non illustrano l’incidente: ne evidenziano piuttosto la trasformazione in superficie visiva, in spettacolo, in consumo collettivo dello shock. Le automobili distrutte e i corpi assenti o appena intuibili diventano il sintomo di una società che osserva la catastrofe attraverso i media e che, proprio attraverso la ripetizione, rischia di anestetizzarsi. 

Le opere di Warhol sembrano allora porre una domanda essenziale: cosa rimane quando l’evento traumatico è stato visto, rivisto e consumato? Quale immagine è ancora possibile dopo la saturazione dello sguardo? 

A questa domanda sembra rispondere, da un’altra parte del mondo e da un’altra esperienza della storia, l’opera di Mmakgabo Helen Sebidi. 

Artista sudafricana tra le figure più significative dell’arte contemporanea africana, Sebidi attraversa alla fine degli anni Ottanta un trauma profondo: il grave incidente automobilistico nel quale perde la vita il suo maestro e sostenitore Bill Ainslie.

Da quel momento il suo lavoro assume una dimensione ancora più visionaria e spirituale. Opere come Lost Human Life e molte delle grandi tele successive trasformano il trauma individuale in una meditazione collettiva sulla memoria, sull’assenza e sulla continuità della vita. 

Se Warhol guarda il crash come immagine pubblica, Sebidi lo attraversa come esperienza esistenziale. Nei suoi dipinti figure umane, animali, antenati e forze naturali si intrecciano in organismi complessi, dove la separazione tra vita e morte, passato e presente, individuo e comunità si dissolve.

Il trauma non viene congelato nell’istante dell’impatto: diventa processo di trasformazione.  Le sue immagini non chiedono allo spettatore di osservare una fine, ma di immaginare una metamorfosi. 

Tra Warhol e Sebidi si apre così uno spazio di riflessione che riguarda profondamente il nostro presente. Da una parte la catastrofe come evento spettacolarizzato, moltiplicato all’infinito dai dispositivi della visione contemporanea; dall’altra la possibilità di trasformare la ferita in racconto, memoria, conoscenza e immaginazione. 

In questo senso il crash non è soltanto un incidente automobilistico. È una categoria attraverso cui leggere il nostro tempo. Sono crash le crisi ecologiche, le guerre, le trasformazioni tecnologiche, le migrazioni, le fratture sociali e politiche, ma anche gli eventi biografici che interrompono una vita e ne modificano il corso. 

Le masterclass diventano allora un luogo per interrogare non tanto la catastrofe in sé quanto il suo lascito. 

Che cosa nasce dopo una collisione? 

Quali immagini, quali linguaggi, quali corpi e quali comunità emergono dalle macerie di un ordine precedente? 

Tra i colori artificiali e velenosi di Warhol e le visioni rigenerative di Sebidi si disegna una traiettoria che attraversa l’intera storia dell’arte e arriva fino a noi: quella che vede nella crisi non soltanto una fine, ma l’occasione per immaginare nuove forme di esistenza. 

Non una riflessione sulla distruzione, ma sulle possibilità che la distruzione rende visibili. Non sull’istante dell’impatto, ma sul difficile, necessario e creativo lavoro del dopo. 

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