Isola e Tesoro, ma solo Nazione: metti Taiwan in tre caratteri, alle Colline Torinesi, nel gioco di specchi di Rimini Protokoll

'Ceci n'est pas...' in un'immagine da rimini-protokoll.de (Claudia Ndebele by Stefan Kaegi)

 Torna Keb saltella al Festival delle Colline Torinesi al Teatro Astra, dove il 26 ottobre ha visto la prima di ‘Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan)’ di Rimini Protokoll e gentilmente ci scrive questa cronaca puntuale, tutt’altro che gracidante.

 Devo premettere che non sono solita informarmi in anticipo su ciò che vado a vedere - soprattutto per quanto riguarda il cinema - vado spesso ‘a scatola chiusa’. Così ho fatto anche questa volta. Avevo solo dato un’occhiata veloce al sito del Teatro: da una lettura superficiale, mi era sembrato un lavoro fortemente improntato sull’aspetto politico, e temevo quindi di annoiarmi. Tuttavia, mi sono ricreduta completamente. 

 Lo spettacolo si apre con lo sventolare della bandiera, sulla quale si sovrappongono immagini proiettate di Taiwan: una scelta fortemente cinematografica e di grande impatto visivo. La bandiera, con le sue pieghe e trasparenze, diventa letteralmente lo schermo su cui si proiettano frammenti di memoria collettiva, paesaggi e simboli identitari. 

 Fin da subito si percepisce che ciò che vedremo non sarà un semplice ‘racconto politico’, ma un dialogo continuo tra immagine, corpo e rappresentazione.

 Successivamente, gli attori iniziano a presentarsi uno alla volta: Chiayo Kuo, Debby Szu-Ya Wang, David Chienkuo Wu.

Queste presentazioni mi hanno un po’ spiazzato, soprattutto quando si è presentato David Chienkuo Wu. Ho perso per un momento il filo della realtà e non capivo se ciò che raccontavano fosse reale o frutto di finzione. Un gioco di specchi tra autobiografia, identità collettiva e costruzione scenica.

 Molto interessante anche l’idea dei ‘layers’ di cartone utilizzati come elemento scenografico e narrativo: ogni attore si presentava mostrando un pannello con fotografie che ne sintetizzavano la storia o il punto di vista. Questi strati diventano metafora della complessità dell’identità taiwanese, composta da sovrapposizioni culturali, politiche e linguistiche.

 Un altro elemento di grande suggestione è stato l’uso dei caratteri cinesi: man mano che gli attori si presentavano, sullo sfondo si illuminava un carattere corrispondente. I tre principali erano Isola, Nazione e Tesoro.

 Nazione, in particolare, racchiude un significato affascinante: sta letteralmente per ‘territorio difeso con le armi’. È un carattere composto da due elementi - confine e soldato - che evocano la costante tensione tra identità e difesa, tra appartenenza e minaccia.

 Durante tutto lo spettacolo, i tre caratteri non si sono mai illuminati insieme. 

 Nazione rimaneva sempre isolato, mentre Isola e Tesoro apparivano associati, a simboleggiare il fatto che la Cina non riconosce l’indipendenza di Taiwan. Un dettaglio semplice ma di grande potenza simbolica.

 Più che teatro, mi è sembrato meta-teatro.

 Il pubblico si trovava fisicamente davanti agli attori, ma ciò che accadeva sul palco veniva costantemente filtrato e rielaborato dalle telecamere e dalle proiezioni. L’uso di più camere (almeno tre), di un grande proiettore e - in un secondo momento - dei telefoni cellulari, creava un continuo scambio tra realtà e rappresentazione.

 I cellulari, in particolare, venivano impiegati in modo molto intelligente anche per interagire con il pubblico. A metà spettacolo gli attori hanno iniziato a coinvolgere direttamente, inquadrando e concentrandosi talvolta su un singolo spettatore, che per un momento era come se assumesse la carica politica di un determinato ruolo.

 Il momento in cui le immagini del pubblico sono state proiettate sui ‘layers’ dello sfondo è stato forse il più emblematico: lo spazio scenico diventava così un mosaico di identità sovrapposte, dove performers e spettatori si confondevano. 

 In alcuni momenti, mentre un attore parlava, sul suo volto si proiettava l’immagine di un altro, creando una sorta di cortocircuito visivo tra soggetto e rappresentazione, individuo e collettività. 

 P.S: Alla fine di ‘Ceci n’est pas une ambassade’ non resta che aggiungere… un’ambasciata per Stefan Kaegi e compagni, che s’estende a Colline Torinesi e Giorgia Mortara di TPE: grazie ancora! E anche a Elisa, con un ‘Torna Keb!’ (ndr)

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