La necessità e il dovere di prendere la parola: una sana lezione dalla Francia per il 25 aprile dei lavoratori dello spettacolo
19.04.2026
La citazione
Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non la si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente.
Quando capita di non vedere la prima rappresentazione di uno spettacolo internazionale, e più che mai di una performance, ma di infilarsi nell’ultima occasione possibile, è facile poter confrontarsi già prima con qualche giudizio.
E tra appassionati che hanno gran cura di evitare gli spoiler, lo scambio intelligente si risolve sempre in piccole note di cronaca sulle reazioni del pubblico della prima. In sostanza: pollice verso, pollice su oppure a metà?
Ed è proprio in quel mezzo oscuro, sintetizzato dalle classiche frasi di amici più preparati e tempestivi, del genere ‘ha diviso molto gli spettatori tra entusiasti e ipercritici’, che in genere si può celare la scoperta di un piccolo capolavoro.
Così è stato anche per il meraviglioso e ineffabile ‘Jiddu’ di Marco Berrettini (1), spettacolo superlativo anche per la soglia d’ingresso culturale che lascia aperta, paragonabile non a caso - si tratta pur sempre di Svizzera! - al miglior teatro di Christoph Marthaler.
Certo, poi come al solito è importante sapersi lasciar portare dentro, oppure anche soltanto riconoscere al volo l’eco delle avanguardie culturali e artistiche del Novecento che si cela così bene nel linguaggio quasi provocatorio di questo teatro-danza, un elenco di ‘-ismi’ che potrebbe suonare insopportabilmente noioso (dall’assurdismo al situazionismo, in ordine alfabetico e temporale).
‘Jiddu’, che sarà al Teatro dell’Ateneo di Roma il 27 marzo, è prodotto dalla *MELK dello stesso Berrettini (2) con Mille Plateux, che sarebbe il Centro Coreografico Nazionale di La Rochelle, il Théâtre de l’Orangerie di Ginevra, nonché proprio FOG di Triennale Teatro Milano.
Basterebbero i pesi delle partnership per suggerire che non si tratti di un blockbuster da teatroni, ma di una bella ‘fiche’ che direttori amanti dell’azzardo si giocano opportunamente al tavolo più cult.
Nel caso milanese, si è di nuovo nella serie ‘del controcanto’ che FOG continua a proporre all’amato pubblico, ovvero nel felice concretizzarsi di un’autocoscienza editoriale critica di chi non si vuole accontentare delle sale facilmente piene e adoranti dei vari articoli di marca, pur pregevoli ma tanto ‘facili’ perché di moda.
C’è vita oltre Marcos Morau potrebbe essere il ‘warning alert’ di FOG sottinteso a coproduzioni come ‘Jiddu’, e forse anche qualcosa di più.
Il lavoro di Berrettini è stato allestito nella stessa Galleria a piano terra del palazzo della Triennale che ha ospitato ‘Credere alle maschere’ di Romeo Castellucci (evento d’apertura di FOG 2026), ed esibendo nel finale persino un elemento che inevitabilmente richiama in chiave satirica l’ultima performance del guru cesenate, sa davvero di spiazzamento.
Eh già, come se una vocina nell’aria ripetesse quasi bestemmiando: ‘Non avrai altro Dio, eh no, per quanto sia il primo comandamento, non vale a teatro’, nemmeno nei confronti del vezzeggiato ed esibito ‘Grand Invité’.
La forza specifica di Berrettini attiene anche alla complessità di contenuti di realtà e di riferimenti celati nella forma sarcastica e leggera. Raccontando in modo così irriverente il linguaggio stesso della coreografia, questo spettacolo è poi pure un saggio d’interpretazione della società europea a trazione tedesca di questi anni e un manifesto politico dichiarato.
E’ esattamente qualcosa di analogo a quello che ha fatto, in chiave icastica però, Boris Charmatz quando ha avuto occasione d’unire in un kolossal, intitolato ‘Liberté Cathédrale’, la storica compagnia di Wuppertal-Pina Baush alla sua Terrain.
Sono coreografi autori che ancora credono alla possibilità di rianimare la funzione originale e millenaria del teatro nella polis.
In questi casi eccezionali è inutile mantenere il criterio di giudizio di genere o di disciplina: bisogna anche dimenticare del tutto la categoria dell’intrattenimento, non si parla di prodotti commerciali e di cattive imitazioni della tv, del cinema o dell’arte.
In stato di grazia personaggi come Berrettini o Charmatz alzano decisamente lo standard: la danza e il teatro si mescolano perfettamente e in qualche modo si nascondono per produrre un risultato culturale e politico di grande significato.
Questo che si potrebbe definire ‘post-tanztheater’, certo può non piacere, può non risultare così facile da capire, può irritare chi ha idee del mondo diverse, può essere insomma quello che davvero è, al meglio: cioè, in un aggettivo soltanto, ‘utopistico’.
E in tempi così orribili da non riuscire nemmeno più a distinguere il reale dal distopico, di questa sana e divertente utopia si sente davvero il bisogno. Grazie d’esistere, Marco.
(1) NEL CERCHIO MAGICO DI MARCO
(Dal programma di sala di FOG Triennale Milano)
Jiddu è la storia di una compagnia di danza popolare bavarese. In mancanza di successo, ha deciso di diversificare e diventare globale. A poco a poco, la troupe inizia a prendere in prestito, o addirittura a rubare, passi di danza da altri paesi e culture diverse. Ma questo cambiamento artistico, eticamente parlando, non è ben vissuto da tutti i ballerini. I loro problemi di coscienza vengono espressi e si trasformano rapidamente in contenzioso. Nel bel mezzo di una danza scoppia una discussione accesa e le danze si interrompono. Riusciranno i nostri bavaresi a fare la pace e a riprendere da dove avevano lasciato? Oppure è davvero giunto il momento che ogni persona abbia il proprio percorso e il proprio destino?
Jiddu, il nuovo spettacolo della compagnia *Melk Prod., è una creazione che dedico al tema e alla forma del cerchio. Ho sperimentato il cerchio nella mia infanzia, all'asilo e a scuola. Più tardi, ho sperimentato il cerchio alle feste di paese e l’ho ballato in spettacoli folcloristici. Penso anche al cerchio delle cerimonie spirituali, ai diversi e variegati cerchi delle celebrazioni familiari come i matrimoni o i compleanni. Penso, infine, ai cerchi di attivisti politici, come quelli guidati da Jill Sigman, insegnante di danza e attivista newyorkese, e da cui poi si è ispirato il cerchio infinito degli ostinati, che nel 2009 ha riunito attivisti impegnati contro la riforma del sistema ricerca su una marcia permanente sui centri nevralgici francesi.
Quello che mi colpisce in particolare, e che si oppone a tutti i conflitti attuali nel mondo e alle difficoltà degli esseri umani di essere felici e di “trovare” un senso alla propria vita, è che il cerchio, grazie al suo aspetto universale, sembra mettere tutti d’accordo, cancellando differenze culturali, politiche, economiche e identitarie. Ma d'accordo su cosa, esattamente? Per me c'è qualcosa di misterioso nell'atmosfera che si respira quando balliamo in tondo, quando siamo in cerchio. L'individuo si avvicina allo spazio in cui si svolge il giro. Una parte di lui svanisce, come se si dovesse chiudere una porta per aprirne temporaneamente un'altra.
Questa nuova porta è quella della comunità, della condivisione dello stesso movimento, dello stesso entusiasmo, della stessa ricerca della gioia.
Ciò che è misterioso non è tanto il fatto che ci muoviamo da uno spazio geografico e psicologico all'altro, ma il fatto che questa danza in cerchio sia priva di negatività, contraddizioni, conflitti e giudizi. Da dove viene questo modo di mettere tutti d’accordo, questo candore? Non viene dagli esseri umani che danzano, perché rimangono coscienti, nel profondo, di ciò che sono e del fatto che il cerchio sarà solo un breve intervallo tra il loro “stato” individuale e il loro “stato collettivo”. Appare la sensazione di una “terza entità”. Mi sembra che questa “entità” o “atmosfera” sia qualcosa di simile ad un profumo. La ricerca di questo profumo è la storia profonda di Jiddu.
La creazione comprende danze cecene, indonesiane, italiane, greche, anglosassoni, bavaresi e molte altre. Le mescoliamo e le trasformiamo; le balliamo con nuova musica. I ballerini sono confusi. Un bavarese è disposto ad adattarsi a tutto e a qualsiasi cosa solo perché questo nuovo “concetto” di cultura tradizionale potrebbe portare nuove date per gli spettacoli?
Il titolo Jiddu rende omaggio al pensatore indiano Jiddu Krishnamurti, il cui pensiero influenza da molti anni le mie creazioni. Nel 1929 dichiarò: “La verità è una terra senza sentiero. Cerchiamo sempre di costruire un ponte tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere; e attraverso questo diamo vita ad uno stato di contraddizione e conflitto in cui tutte le energie vengono perse”. Il cerchio rappresenterebbe quindi non solo una forma di luce comune che trascende le differenze tra gli esseri umani, ma anche, come in un circolo vizioso, lo spazio di una nuova fonte di conflitto?
– Marco Berrettini
AL DUELLO CON CLAUDIA SCHIFFER
*MELK
La Compagnia è stata creata nel 1986 dal coreografo Marco Berrettini con il nome di Tanzplantation. Tanz significa danza in tedesco e il nome Tanzplantation si riferisce al trapianto chirurgico. Questo gioco di parole evoca un certo approccio di lavoro che consiste nel prendere in prestito vari elementi artistici o non artistici dalla vita quotidiana, e di trapiantarli in pezzi coreografici: pezzi di film, danze già esistenti altrove, dialoghi da film e opere, ecc. che trovano così nuova vita nelle creazioni di danza della Compagnia.
Nel 2000, durante una residenza al teatro Kampnagel di Amburgo, la Compagnia è stata ribattezzata *Melk Prod.. L'Asterisco davanti a "Melk" si riferisce alla frase: "perché non sono inutile" in risposta a Claudia Schiffer che, all'epoca, disse con orgoglio "perché ne valgo la pena!" » in una pubblicità per un famoso marchio di cosmetici.
*Melk Prod. ora ha creato quasi sessanta pezzi. La maggior parte sono opere coreografiche. La Società produce anche spettacoli, installazioni video, nonché collaborazioni con artisti visivi. In diverse occasioni i pezzi sono stati firmati da diversi membri della Società, che periodicamente tenta esperienze “collettive”.
Ad oggi, circa un centinaio di artisti, scenografi, artisti del suono e della luce, dilettanti e professionisti hanno partecipato all'avventura *Melk Prod.
MARCO BERRETTINI
Ballerino e coreografo.
Nato il 23.10.1963 ad Aschaffenburg (D) da genitori italiani, attualmente vive a Ginevra (CH). A 14 anni ha scoperto la danza attraverso lezioni di ballo da sala alla scuola di danza Bier di Wiesbaden (D). Marco Berrettini si iscrive alle competizioni di danza disco e riesce a vincere il campionato tedesco a Stoccarda all'età di 15 anni. Ma, consapevole dei suoi limiti tecnici nella danza, ha iniziato un allenamento molto intenso. Dopo il diploma di maturità nel 1981 è stato accettato alla London School of Contemporary Dance – The Place (Regno Unito) per allenarsi come ballerino. Nel 1983 cambiò scuola e si laureò nel 1985 alla Folkwangschulen Essen (D) diretta all'epoca da Hans Züllig e poi da Pina Bausch. Tra il 1985 e il 1987 Marco Berrettini cerca di sviluppare il proprio lavoro coreografico, in Germania, ma la scena indipendente non esiste ancora davvero. Quindi, nel 1988 si trasferisce a Parigi (F). Nel 1990 Christian Ferri, il direttore del Théâtre de la Bastille di Parigi (F) lo vide e lo programmò con Flack(s) 11, che simboleggia l'inizio della sua carriera come coreografo in Francia. Tra il 1990 e il 2001, quando Marco Berrettini si trasferì a Ginevra (CH), ballò per Georges Appaix e creò circa 30 suoi pezzi coreografici. Ballerà in spettacoli televisivi, apparirà in documentari sulla danza, dirigerà diversi progetti di eventi, pubblicità, sfilate di moda e feste private, oltre a collaborare con altri artisti come ad esempio le coreografe Martine Pisani e Catherine Bay e l'artista visiva Jan Kopp. Nel 1999 la sua compagnia ha vinto il Premio ZKB al Theaterspektakel Festival di Zurigo (CH) per il pezzo Sturmwetter prepara l'An d'Emil. Dal 2004 al 2007 ha diretto il modulo Movimento alla Haute École de théâtre et de danse de Suisse romande La Manufacture a Losanna (CH). Nel 2018 Marco Berrettini ha ricevuto il Premio di Danza Svizzera per il suo pezzo iFeel3. Dal 2021, *Melk Prod. è una società a contratto approvata da Pro Helvetia, la città e il Cantone di Ginevra (CH). Nel 2022, Marco Berrettini riceve il Swiss Dance Prize per tutto il suo lavoro coreografico “ai margini del mainstream”. L'anno 2023 sarà molto movimentato. Oltre a coreografare il duo El Adaptador per la sua compagnia e Songlines per il Ballet de Lorraine CCN de Nancy, dirige il programma Atlas all'Impulttanz Festival di Vienna (AU).