Un alveare di argilla. La lunghissima trance creativa di Lina Lapelyté per FOG raccontata da molto vicino

Dalla fotocronaca dell'autore

you can travel / to these places / in your dreams / in what it is to be with others. / in the way that you are with others. / here / forever. / now.
- Bhanu Kapil

(puoi viaggiare / verso questi luoghi / nei tuoi sogni / in ciò che significa stare con gli altri. / nel modo in cui stai con gli altri. / qui / per sempre. / ora.)

'Mud Works - Durational Clay Musical' di Lina Lapelytė è il manifesto d’apertura di quest’anno per FOG, il festival di arti performative di Triennale Milano Teatro che ogni anno accoglie pubblici inediti e grandi affezionati negli spazi di Palazzo dell’Arte.

E' un manifesto a tutti gli effetti, poiché 'Mud Works' chiama a gran voce, proclama poesie, prende per mano e invita all'incontro.

Lina Lapelytė (Kaunas, Lituania, 1984) è un’artista e compositrice nota ai più per Sun & Sea (Marina), realizzata con Vaiva Grainytė e Rugilė Barzdžiukaitė, opera vincitrice del Leone d’Oro alla Biennale d’Arte di Venezia nel 2019.

Come allora, anche in questo lavoro l’artista lituana crea un paesaggio visivo, sonoro e umano stratificato che esplora in qual modo le azioni collettive possano generare forme di connessione: stavolta non da osservare dall’alto di una balaustra, ma da vivere in prima persona.

'Mud Works' è una performance di lunga durata nella forma di musical che si protrae per quasi cinque ore nel Giardino della Triennale. I performer del collettivo teatrale milanese ALOT cantano e danzano poesie musicate e riadattate dall’artista stessa, dando vita a un’armonia malinconica e senza soluzione di continuità. I temi sono il lutto, l’isolamento e il senso incombente di perdita e fragilità.

Intorno al palco centrale sono disposti dodici tavoli dove Steven, Arianna, Michele, Giovanni e le loro colleghe e colleghi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi accolgono e coinvolgono il pubblico per realizzare dei cubi di terracotta.

Questi oggetti, cotti a Milano grazie alla collaborazione della Fondazione Officine Saffi, saranno poi spediti a Vilnius per una seconda fase del progetto e la costruzione collettiva di una scultura monumentale.

Ogni cubo è la traccia tangibile del tempo trascorso insieme, in quel determinato luogo, uniti alle altre persone da un’attività comune.

Il Giardino è vivo come non mai. Si assiste a un continuo viavai di appassionati, passanti incuriositi, bambini e turisti, affiancati dagli stessi performer che, cantando in gruppo o in solitaria, si muovono tra il palco centrale e i tavoli di lavoro.

Uno dei momenti più concitati è un girotondo dai toni gioiosi che intona i versi del poeta e scrittore palestinese Mahmoud Darwish (Al-Birwa, 1941 - Houston, 2008):

But our wisdom needs a song / with a lively tempo / so that hope doesn’t flag.

(Ma la nostra saggezza ha bisogno di una canzone / dal ritmo vivace / affinché la speranza non venga meno).

Intorno, il flusso è incessante: chi entra ed esce dall’edificio portando vassoi carichi di nuove lastre di argilla da lavorare, chi preleva i cubi pronti per disporli ordinatamente su altri piani d’appoggio.

A muoversi continuamente è la stessa Lapelytė, elegantissima, foriera di un’aura nordica e magica, che dopo un po’ si abbandona alla manipolazione dell’argilla, seduta su una tovaglia stesa sul prato.

Passa l'artista (a destra di spalle), che partecipa vigile all'opera

Fermandosi agli angoli di questo microcosmo operativo, si colgono bene i meccanismi di un alveare fiabesco.

Non sono solo gli artisti nei loro grembiuli ad animarlo, ma soprattutto il pubblico: persone che si avvicinano incuriosite ai tavoli, si siedono, apprendono la tecnica, chiedono consigli, conversano, fanno conoscenza, si uniscono.

Come si fa un cubo di argilla? E da quanto tempo non ne modellavano uno? 

Due signore si siedono accanto a me rivolte verso il palco; osservano e ascoltano la performance come un sottofondo mentre parlano di ceramica, ristrutturazioni, case, mariti, intelligenza artificiale.

Per un attimo ho pensato che non fosse stata un’ottima idea venire in compagnia, temendo che si stessero perdendo qualcosa di intimo e rituale. Poi, però, una delle due afferma: «Hai un parco giochi, puoi tornare bambino anche tu. Non sembra di tornare all’infanzia?».

E l’altra subito: «Hai ragione. A me ha ricordato le danze nordiche al sole. È come andare in trance».

In effetti, un dettaglio notato in precedenza era rimasto sullo sfondo: tra il pubblico, i primi a buttarsi a capofitto nella costruzione dei cubi sono proprio signore e signori di una certa età. La signora continua: «Quando eravamo piccoli venivamo qua… e giocavamo», con una lunga pausa, mentre si volta verso Parco Sempione con un’aria improvvisamente malinconica.

Il resto del Parco, in effetti, si fa sentire con i suoi rumori e le sue distrazioni: mantenere la concentrazione è un esercizio complesso.

Mi sono chiesto più volte quanto Lapelytė fosse riuscita a creare un ambiente realmente accogliente per il pubblico, nonostante il costante brusio esterno fatto di sirene, urla di bambini e rimbombi di musica techno.

Ma il bilancio è decisamente positivo. L’enorme catena di montaggio creativa ed emotiva messa in moto dall’artista riesce a catturare gli spettatori in una fascinazione che mi richiama alla memoria quella di Selma (Björk) in Dancer in the Dark (2000) di Lars von Trier. Qui, tuttavia, il fascino non risiede nel ritmo dei macchinari industriali, ma nella coralità ipnotica dei canti. 

Tutto appare spontaneo e genuino, ma basta poco per accorgersi che il progetto di Lapelytė è minuziosamente architettato: ogni movimento, per quanto naturale, è il frutto di un calcolo rigoroso.

Un’organizzazione capillare che lega indissolubilmente artista, performer e pubblico. Due performer raggiungono un tavolo. La loro concentrazione è tangibile: isolate dal resto del gruppo continuano a cantare, assemblano nuovi cubi, respirano all’unisono, scrutano lo spazio circostante pur restando sintonizzate sui compagni degli altri tavoli.

Ogni gesto, segnale e pausa risponde a un tempismo perfetto.

Non è un’impresa semplice come potrebbe sembrare a un primo sguardo, specialmente se rapportata alla lunga durata dell’opera: è una lunghissima trance creativa finalizzata a ritrovare una semplicità perduta.

Tra i tavoli e il palco è una processione continua: chi trasporta materiale, chi porta il proprio cubo con aria soddisfatta, chi è appena arrivato e gira incuriosito a ispezionare lo spazio.

Qualcuno torna una seconda volta, cambia postazione e avvia una nuova creazione.

È semplice voglia di creare ancora, fare un secondo giro di giostra (come suggeriva il parco giochi evocato dalla signora) o forse la paura segreta di lasciarsi sfuggire un momento di innocenza che si pensava perduto per sempre?

In fondo, 'Mud Works' non ha bisogno di approfondite sovrastrutture teoriche. Vive interamente di ciò che accade nella sua durata: dei cubi modellati con cura, dei canti, delle relazioni che si stringono in uno spazio straordinario per la sua semplicità.

E' ormai pomeriggio inoltrato e ancora si costruiscono relazioni e cubi d'argilla

Sure.

I am a tree. I do not want to judge you. It is not my mission in life. I register and take mental notes. Perhaps you think I am no better than you. But I am standing out there in touch with society. Engaged. In my stiff contrapposto. And I am bewildered as to why you are sitting in there. How you hide from the world.

It is a shock to hear a tree telling me all this.

I am blushing.

 - Dana Sederowsky

(Certo./ Io sono un albero. Non voglio giudicarti. Non è la mia missione nella vita. Registro e prendo appunti mentali. Forse pensi che io non sia meglio di te. Ma io sto là fuori, in contatto con la società. Impegnato. Nel mio rigido contrapposto. E sono sconcertato dal fatto che tu te ne stia seduto lì dentro. Da come ti nascondi dal mondo./ È uno shock sentirsi dire tutto questo da un albero./ Arrossisco.)

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