C'è già chi giura che sarà buono come il 'Geppa' anche 'Legna', il bello della fiction. La lunga volata del nuovo 'Miracolo a Milano'

Alle prove di 'Miracolo a Milano' al Piccolo Teatro, ultimo a destra Longhi accanto a Lino Guanciale e Giulia Lazzarini (foto di Masiar Pasquali)

 Se parlassimo di ciclismo, sarebbe persino qualcosa di più della classica ‘lunga volata’ che le squadre più forti ‘tirano’ per far vincere il campione.

‘Miracolo a Milano’ sarà la produzione di punta del Piccolo Teatro nel 2026, e non solo perché la firma come regista il direttore artistico Claudio Longhi. Così al debutto del 4 marzo arriverà forte di una rosa d’iniziative promozionali che in qualche modo amplificano a priori il valore culturale, e anche politico, dello spettacolo rispetto alla città, in un momento davvero particolare.

 Siccome siamo nel mondo del teatro, e non nel ciclismo su strada, la sorpresa di questa volata ‘Aspettando…Miracolo a Milano’ è cominciata dal primo sprint, affidato non al giovane ‘attaccante’ più promettente di squadra o un vero e proprio ‘finesseur’, ma al corridore più esperto.

Nel caso ha preso il via con la proiezione, lunedì 9 febbraio al Cinema Arlecchino, della pellicola originale di ‘Miracolo a Milano’, (1951, regia di Vittorio De Sica dal romanzo ‘Totò il buono’ di Cesare Zavattini), presentata egregiamente dal critico cinematografico di lungo corso Maurizio Porro, che ha saputo in poche battute riportare il contesto della Milano del cinema e dello spettacolo di allora.  

 E’ stato il primo appuntamento di una breve rassegna che la Cineteca di Milano propone per l’occasione, rilanciando alcuni film d’autore che hanno raccontato la città (1), dal capolavoro di Luchino Visconti ‘Rocco e i suoi fratelli’ (6 marzo) a ‘La vita agra’ da Luciano Bianciardi di Carlo Lizzani (12 marzo) fino a ‘Teorema’ di Pier Paolo Pasolini (2 aprile), passando per il più recente documentario di Maria Mauti sul carteggio tra Giorgio Strehler e Giulia Lazzarini.

Si noti bene che l’indimenticabile Ariel della Tempesta strehleriana tornerà, a 90 e rotti anni compiuti, a calcare le scene del suo teatro, nei panni della Lolotta del film di De Sica, ovvero la madre adottiva del protagonista e la sua 'santa in paradiso', che allora fu interpretata da Emma Gramatica.

 Scattò proprio a margine di quel set che fu allestito nella periferia di una misera Milano di 76 anni fa, la vocazione attoriale della stessa Lazzarini, che dopo aver visto giovanissima girare un film da De Sica, chiese ai suoi genitori di poter andare a Roma a frequentare la Scuola di cinema al Centro Sperimentale.

L'aneddoto è stato riferito dallo stesso Claudio Longhi all’Arlecchino, nel primo incontro pubblico sul suo prossimo lavoro. In quest’occasione il regista ha fatto giusto pochi cenni a proposito della genesi del progetto, che è avvenuta in qualche modo per analogia con ‘Quer pasticciaccio brutto de via Merulana’ che Luca Ronconi volle allestire al Teatro Argentina nel 1996, come omaggio a Roma, dove dal 1994 era diventato appunto direttore del Teatro della città. 

 Longhi, come noto, è arrivato a Milano per volontà del sindaco Giuseppe Sala nel 2020, ma bisogna considerare che i suoi primi due anni al Piccolo, di fatto, sono stati segnati dalla pandemia e dai lockdown, oltre che dal perdurare, aggravato dall’avvento della destra al governo, di una aperta ostilità politica nei suoi confronti.

 Fa riflettere e discutere già l’idea stessa di scegliere di riproporre a teatro, proprio adesso, nella Milano olimpica al termine di un’epoca post-Expo che ne ha fatto un modello di metropoli Premium per ricchi, un film così particolare.

L'originale cinematografico - va sottolineato - non solo è ambientato proprio ai margini della società, ma racconta pure la miseria e l'opulenza in stile sì neorealista, ma fino a un certo punto, perché sia la storia di Zavattini sia la versione di De Sica lo fanno assomigliare anche a certi classici catalogati come surrealisti (anche se da qualche anno se ne parla come di un'opera di 'realismo magico', ma intendersi sulle definizioni è impossibile).

Addirittura, come bene ha detto ancora Porro, i ricchi del film di De Sica sembrano usciti direttamente da un quadro di Georg Grosz e Longhi per parte sua ha scomodato il riferimento al meglio del teatro di Bertolt Brecht, che come noto aveva teorizzato nel suo 'pensiero operativo' la rappresentazione del negativo, ovvero anche dei ricchi kattivi, come precondizione per far maturare il positivo rivoluzionario.

 L'adattamento e rifacimento contemporaneo di 'Miracolo a Milano' è un'impresa che probabilmente ha richiesto a Longhi anche di rispolverare i ricordi di quanto ha studiato e visto dei primi classici strehleriani, piuttosto che di quando è stato assistente alla regia di un grandissimo visionario come Eimuntas Nekrošius.

E’ anche ben cosciente, da bravo Professor Direttore, di affrontare un percorso politicamente delicato, come in qualche modo ha lasciato intendere sempre in questa prima presentazione.

Già ai tempi, il classico di De Sica e Zavattini, così non catalogabile e tutt'altro che facilmente pop, finì nel mirino politico anche della sinistra, che non perdonò il presunto ‘buonismo’ fantastico.

  Seppure, a ben vedere, è un film inequivocabile: si potrebbe considerare un manifesto del nuovo socialismo d’impronta quasi più proudhoniana che marxista, che in effetti ha avuto la sua culla privilegiata nella Milano del dopoguerra e fino agli anni Ottanta, prima che la sinistra intera si autodefinisse banalmente 'progressista e riformista'.

 Sia quel sia, chi ha potuto già sbirciare qualcosa mentre lo spettacolo viene montato, racconta che il clima pare davvero miracolosamente sereno, e Longhi sembra molto tranquillo, anche grazie a un cast sperimentato, in primis il suo attore feticcio Lino Guanciale, fresco di nuovi successi fictionali televisivi e capace d’incantare tutti, e soprattutto le giovani donne, persino alle prove.

Per non dire della meravigliosa presenza di una guest-star di casa come Giulia Lazzarini.

 Spiega un comunicato del Piccolo che attrici e attori della compagnia (Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Giulia Trivero) saranno impegnati anche nella volata di ‘Aspettando…’, con la lettura integrale del romanzo originale ‘Totò il buono’, cominciata il 9 febbraio e prevista anche per il 16, sempre alle 18, in varie biblioteche di zona.

 Continuano, poi, gli appuntamenti, di ‘C’era una volta Milano’, il laboratorio teatrale ispirato ai temi dello spettacolo e, in particolare alla struttura della fiaba, a cura di Daniele Cavone Felicioni e Giulia Trivero, realizzato dal Piccolo in collaborazione con MM, negli stabili ERP di Via Val Bavona 2 (11 e 18 febbraio, ore 17.30) e Via Fratelli Rizzardi 22 (12 e 19 febbraio, ore 17.30), a ingresso libero.

Atteso il clou del 17 febbraio, quando alla lettura tra i caseggiati d'edilizia popolare pubblica si dedicherà in prima persona il più noto Lino Guanciale.

 Un piccolo miracolo del nuovo Miracolo riguarda proprio il personaggio protagonista, che De Sica affidò a un interprete davvero sui generis, Francesco Golisano, non certo un canonico bello e men che meno una star. Uno che nei casermoni ERP poteva davvero abitarci.

D’origine siciliana - era nato a Riesi nel 1929 -, lavoratore dipendente alle Poste, Golisano fu pescato tra le tante comparse non professioniste nel 1948 per ‘Sotto il sole di Roma’ da Renato Castellani, regista capostipite del neorealismo, che gli affidò la parte di un ragazzo di vita di nome Geppa, destinato poi a diventare il suo stesso soprannome. 

 Da ‘Geppa’ a Guanciale c’è un salto notevole, e tanto per sprecare ancora un po’ d’energia del pianeta ecco che cosa suggerisce sul nuovo ‘Totò il buono’ teatrale l’AI Overview di Google.

‘Il soprannome di Lino Guanciale, legato al suo passato di rugbista, era ‘Legna’. Questo soprannome deriva dal suo stile di gioco durante gli anni in cui praticava rugby prima di dedicarsi alla recitazione. Curiosità: Il soprannome è legato alla sua grinta sul campo. Oltre al soprannome, Guanciale è noto come uno dei volti più amati della fiction italiana, spesso definito ‘il re delle fiction’. 

Sic, il 'Legna' o 'il re delle fiction', con due link a TikTok e una citazione de ‘La Repubblica’. E hai voglia d'essere stato premiato, sempre grazie a Longhi, addirittura come nuovo Gian Maria Volontè per il remake teatrale di 'La classe operaia va in paradiso'!

 La storia di ‘Geppa’ Golisano racconta davvero di un altro mondo: rilanciato da De Sica dopo l’esordio con Castellani, ha preso parte nel 1951 a ‘Un ladro in Paradiso’ con Nino Taranto (da ‘Una cantata’ di Edoardo De Filippo) ed è stato presente giusto in qualche altro melò all’italiana dei primi anni Cinquanta, per poi sparire, proprio quasi letteralmente, terminati i suoi ciak in un biografico musicale su Luciano Tajoli nel 1953.

Wikipedia alla voce Golisano si limita a chiudere con un semplice: ‘dopo soli nove film abbandona la carriera cinematografica ritirandosi a vita privata’. Confrontando con le enciclopedie del cinema online, non è ben chiaro quando sia morto, se 1990 o 1991, e dove, se a Roma o a Velletri.

 Tornerà a volare anche lui sul cielo sopra Milano, nel film proiettato dietro la scena teatrale: in fondo se la scena finale è stata dichiaratamente un riferimento di Steven Spielberg per 'E.T.', il Totò buono di Golisano è un po' l'antesignano martinitt di 'Forrest Gump'. E chissà se qualcuno - magari uno scrittore - si ricorderà della sua storia, di quando ancora giocava a pallone con le comparse, mentre aspettavano che fosse pronto il set.

Francesco Golisano - al centro con il cappello - gioca a calcio con una palla di fortuna in una pausa delle riprese del film "Miracolo a Milano", 13 febbraio 1950 Publifoto (© Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, s.s. da artissima.art)

NOTA SUL GRANDE CULT CHE MANCA

 (1) Come ha ammesso lo stesso Porro è una scelta parziale e incompleta, per esempio manca ‘La notte’ di Michelangelo Antonioni (con Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau e Monica Vitti) che davvero un evento culturale, prima di tutto a Milano: si trovano ancora online le foto di una presentazione con regista e cast mescolati al premio Nobel Salvatore Quasimodo e all’editore Valentino Bompiani, piuttosto che all’allora intellettuale rampante Umberto Eco. 


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