Da Milano che fa la festa Giuli-va alla Genova dei 'siluri' in palcoscenico, ma sul teatro che diavolo di sinistra sarebbe?!?

Francesco Alberici e Isabella Ragonese in 'Coro degli amanti' al Piccolo Teatro Grassi (foto di Masiar Pasquali): a 10 euro il 17 ottobre per Milano Teatro City

 Dovendo rilanciare vent’anni dopo la vecchia e ormai quasi dimenticata Festa del Teatro a Milano, il Comune del sindaco Sala poteva ispirarsi al recente successo nazionale di Cinema in Festa, con il prezzo del biglietto tagliato a un ‘tot politico’ per pochi giorni (magari non proprio a 3 euro e 50, come ha fatto il Ministero per i film, ma a 5 o a 7). 

 Oppure si poteva addirittura sperimentare l’opzione alla Zohran Mamdani, di una bella Lotteria di biglietti gratuiti aperta in primo luogo ai cittadini meno fortunati delle cosiddette Aree di Disagio Urbano, dei quartieri o delle zone (23!) mappate come fragili, rivolgendosi insomma a chi i consumi culturali non se li può proprio permettere.

Ma si vede che ai vertici della Milano Premium delle cento Week e del Salotto regalato alla Fashion, dell'overtourism e delle case per milionari, il cognome del sindaco di NYC suona soltanto come l’inizio dell’espressione con relativa parolaccia.

 Così, da giovedì 15 a domenica 18 ottobre, per la prima edizione di Milano Teatro City, il nuovo lungo week-end del teatro promosso dal Comune in collaborazione con Fondazione Milano e AGIS Lombarda, con il sostegno del Ministero della Cultura, 49 teatri (dei 66 censiti come spazi teatrali) andranno un po’ in ordine sparso a presentare un complesso di 174 spettacoli, più vari incontri, laboratori e attività ludiche e 9 performance itineranti.

  Alla presentazione auto-elogio istituzionale che si è svolta nella Sala Conferenze di Palazzo Reale, sono bastate le prime tre semplici domande di una giornalista competente (Sara Chiappori de ‘la Repubblica’), a dare il ‘la’ a un caotico giro di risposte, prima della tempestiva chiusura anticipata dell’incontro con la stampa. 

 E’ stato chiesto: quanti spettacoli, aldilà di un lavoro itinerante dei giovani della scuola Paolo Grassi, sono stati fatti apposta per la manifestazione? Quale differenza di prezzo faranno valere promozionalmente i teatri in queste occasioni? E, dato che Milano Teatro City si aprirà con una bella regolare tavola rotonda sullo stato del ‘sistema Milano’, chi sarà chiamato a dare un contributo, a parte i maggiorenti delle varie sale?

 E’ stato addirittura liquidato nel silenzio più assordante l’ultimo punto: ovvero, all’incontro ad hoc parleranno ‘i soliti noti’ e non ci sarà tempo per dare voce al pubblico, che pure del teatro sarebbe il vero padrone.

Del resto, non è che il dibattito sia stato affidato a un Paolo Grassi di turno (no, non il Grande Redivivo ma l’antropologo urbano, omonimo del fondatore del teatro pubblico in Italia), che ha condotto le ricerche sul campo della Milano di oggi e delle sue contraddizioni socio-economiche (ovvero dando voce a quella città ‘fantasma’ troppo spesso ignorata, a cui si rivolgerebbero appunto le iniziative Mamdani-style).

 Sul tema dei lavori fatti apposta, con i cinquemila euro stanziati ad hoc dal Comune per i teatri dal Municipio 2 al 9, qualcuno ha tentato di rispondere che sì, ci sono o, meglio, ci sarebbero stati se non fosse che alcuni sono risultati così indovinati che sono finiti pure - guarda caso - nella programmazione di routine. E’ stato citato in proposito un bel nuovo spettacolo sull’orso nell’appenino ligure…Sic!

 Sui prezzi degli appuntamenti non gratuiti nei giorni della Festa (a pagamento risultano la gran parte degli spettacoli, vedi le pagine specifiche di Yes Milano) si sono esposti a rispondere 10 euro per un tot contingentato di biglietti al Teatro Menotti, e 10 pure al Piccolo Teatro ma giusto per la replica del 17 ottobre di ‘Coro degli amanti’.

Per fortuna poi ci sono tante altre belle proposte delle più piccole realtà, giochi, laboratori, feste musicali, anche nelle strade e nelle piazze, come fa per esempio a Parigi il sempre esemplare Théâtre de la Ville con il suo Festival des Places.

 In compenso per Milano Teatro City si è potuto assistere alla saga dell’auto-elogio istituzionale, per la varietà e l’eccellenza di teatri di Milano, in primis da un compiaciuto assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, fresco di nomina ministeriale nel Consiglio Superiore dello Spettacolo e quindi ‘Giuli-vo’ non solo metaforicamente. 

 Incredibile poi la perorazione del rappresentante dell’Agis allo ‘Stato’ - genericamente citato come tale ma intendendo poi chi decide come destinare i soldi delle tasse di tutti - per invocare la necessità di un più congruo sostegno al modello teatrale Milano: come se fra Teatro alla Scala, Piccolo, 3 Teatri di Rilevante Interesse Culturale, Festival e quant’altro, non fosse già destinata una fortuna economica di denaro pubblico, per via diretta e/o indiretta, ché persino a Roma si lamentano. 

 I teatri milanesi più importanti sono quasi tutti nelle mani di protagonisti consumati, troppi in plateale conflitto d’interesse in quanto registi e autori, perlopiù maschi e diversamente giovani (l’ultimo che ha avuto la fortuna di ricevere una sala pubblica in dono è il più giovane, classe 1967).

 Le eccellenze e i modelli tanto vantati, sul piano del risultato squisitamente estetico e culturale, delle nuove produzioni soprattutto - fatte pochissime e ben note eccezioni -, non sono nemmeno paragonabili a quel che esce da un qualunque teatro artistico di una provincia media, belga o francese, o anche solo del Friuli, fate voi. 

 Perciò è sempre più vivace e mista la tribù degli appassionati da ‘Milano Teatro Intercity’, ovvero perennemente tarantolati per rincorrere in treno o in auto, o addirittura con il Westfalia, gli appuntamenti da non perdere in giro per l’Italia o nella vicina Europa. 

(rielaborazione dal blog di Paolo Martini in ilfattoquotidiano.it)

Un lavoro degli studenti della Scuola Civica Paolo Grassi in Porta Nuova a Milano

 IL PICCOLO GRANDE ‘CASO GENOVA’ 

  S’allarga giusto il Campo dei dubbi, giorno dopo giorno: Primarie sì o no, Conte-Schlein sì o no, Renzi sì o no, armi all’Ucraina sì o no, Calabresi a Milano… più ‘ni’ che ‘so’!

Che noia questo Campolargo che non è ancora nato: dovrebbe ripartire da zero, addirittura dal pre-politico, dai grandi temi come ecologia e cultura, tanto rimossi nel dibattito attuale perché fa comodo accapigliarsi sulle scelte tattiche del momento invece di guardare in faccia la realtà.

Così ci si limita al piccolo cabotaggio delle risposte politiche improvvisate, anche sulle stesse più cogenti questioni sociali, che la de-predazione dei beni comuni compiuta dall’ordo-liberismo ha reso drammatiche, e che discendono appunto in primis dalla visione del mondo di cui si è consapevoli. 

 E se, per esempio, l’emergenza epocale dovuta al global warning è tutto sommato evidente a tutti, si fa fatica a prendere coscienza della profonda crisi culturale, nonostante i mille segnali, per esempio il disagio diffuso tra le nuove generazioni piuttosto che il consenso alle pulsioni identitarie radicali riemerse a destra.

A questo proposito viene il sospetto che si vogliano celare le gravi responsabilità storiche di un’intera classe dirigente di area democratica, da decenni alla guida delle più importanti istituzioni pubbliche, e di una radicata borghesia intellettuale di contorno, che in fondo hanno preparato il terreno su cui la stessa destra ha potuto costruire la sua contro-egemonia, più ‘ridicola’ che altro. 

 Immaginate mai se qualcuno avesse il coraggio di dire apertamente che l’ora della ‘diserzione’, sulla cultura, sarebbe giunta da tempo.

L’arruolamento, più volontario che forzato peraltro, nell’esercito al servizio del Dio Mercato, ha prodotto i disastri delle privatizzazioni striscianti dei luoghi dell’arte e delle arti, evidenti come non mai a chi abita le capitali modello ‘hyper-polis’, con in testa Milano, dove il vuoto della religione del marketing viene spacciato per contenuto creativo. E dove non sembra esserci quasi più spazio per la libera fruizione delle emozioni artistiche.  

 Per non dire, poi, dei criteri di selezione dei tanti ‘nominati’ dalla sinistra nelle istituzioni culturali, oltre tutto spesso con finti regolari concorsi. Non l’hanno inventato certo i Fratelli d’Italia l’amichettismo, e neppure il premio di fedeltà a questo o quel capetto di partito.

Per citare un solo ultimo esempio, Silvia Salis ha appena nominato Presidente del Teatro Nazionale di Genova l’ex ministro della Difesa Pd Roberta Pinotti, alla quale peraltro era stata affidata, nel ’25, dal tentacolare Guido Crosetto, una neonata Fondazione del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea a La Spezia, presso il Centro di Supporto e Sperimentazione della Marina Militare. Già: non è che si possano ripulire i vecchi ‘siluri’ della X MAS, bisognerà pure costruirne di nuovi per il Comando Subacquei ed Incursori…

L'aspirante-Premier sidaco di Genova avrà pensato di poter così un giorno tagliare il nastro al primo spettacolo sottomarino, chissà. Intanto ha lasciato che il teatro restasse pure saldamente nelle mani di un regista molto amato dall’ex ministro Enrico Franceschini - riconfermato con i voti anche del centrodestra - come David Livermore, uno che passa agilmente da ‘Fantozzi. Una tragedia’ all’‘Elettra’ di Eugene O’Neill, con scenografie imponenti. 

 Ma è solo un piccolo caso, certo particolarmente significativo oggi, mentre la Salis imperversa sui media e nel chiacchiericcio politico, senza che nessuno, Fabio Fazio in primis, le rivolga un’educata domanda a tema del nesso tra teatro e armi.

E’ facile fare i riformisti così, vituperare il regimetto di Giorgia Meloni e poi lottizzare insieme a Sangiuliano o Giuli; perculare il Generale del Futuro Nazionale, e poi mescolare la Marina al teatro. Altro che la litania dei Sì e dei No, qui siamo proprio alle basi etiche da recuperare.

(rielaborazione dal blog di Paolo Martini in ilfattoquotidiano.it)

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