Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Nel luglio 2019 usciva nelle sale cinematografiche statunitensi un film destinato a sconvolgere anche i fegati più rodati al genere horror: Midsommar, distribuito poche settimane dopo anche in Italia con il sottotitolo Il villaggio dei dannati.
Scritto e diretto da Ari Aster, il film racconta la celebrazione del solstizio d’estate da parte di una comunità rurale svedese, alla quale partecipa un gruppo di studenti americani invitati da un amico originario del luogo. Man mano, la vicenda assume toni sempre più macabri, fino a che – scusate lo spoiler! – non muoiono tutti, a eccezione della protagonista che viene incoronata 'Regina di Maggio'.
Tra gli aspetti più interessanti del film si può notare il modo in cui il regista rappresenta la comunità. Fin dall’inizio, Pelle (il ragazzo svedese promotore del viaggio) la descrive come la sua “famiglia”, estendendo il termine all’intero gruppo: e in effetti lo è, anche in virtù di pratiche endogamiche esplicitamente menzionate.
Aster attinge poi anche a un immaginario riconducibile alle comunità “fricchettone”: una volta arrivati nel villaggio, i giovani studenti ricevono dei funghetti allucinogeni e vengono poi progressivamente coinvolti nelle pratiche rituali del gruppo. Pratiche che, nonostante una tesi da scrivere in Antropologia, non sono minimamente in grado di comprendere. Agli occhi dei protagonisti americani, infatti, la comunità svedese – tra canti, celebrazioni pagane che includono suicidi, studio delle rune e incantesimi d’amore – appare più come una setta, impressione probabilmente condivisa anche dagli spettatori italiani, se si considera l’eloquente sottotitolo scelto per la distribuzione.
Ma l’intento di Aster – come evidenziato da Rolling Stone Italia – sembra essere quello di «mettere in discussione il nostro modello culturale invece di puntare il dito sull’assurdità di quello dei pagan-hippie». E, in effetti, da questa idea di “comunità” emerge una questione problematica: il termine continua a essere utilizzato un po’ per tutto, segno del fatto che forse non ne abbiamo ancora compreso pienamente il significato.
Durante il terzo incontro del Life Festival dedicato al tema della partecipazione, Bertram Niessen, direttore scientifico di cheFare, ha riflettuto proprio sull’ambiguità del termine “comunità”.
A partire dalla distinzione tra Gemeinschaft (comunità) e Gesellschaft (società) introdotta nel 1887 dal sociologo tedesco Ferdinand Tönnies [1], passando per il Movimento Comunità di Adriano Olivetti, le comunità hippie degli anni ’70, le comunità di accoglienza, la comunità LGBTQIA+, e arrivando alle comunità online, Niessen ha mostrato come la parola venga impiegata in modo talmente estensivo e generalizzato al punto da rischiare di svuotarsi di significato.
Un uso eccessivamente elastico del termine può portare, infatti, alla costruzione di comunità “in vitro”: entità artificiali, che nascono nel momento in cui vengono nominate, ma in cui i soggetti coinvolti non condividono, nei fatti, nulla. A ciò si aggiunge il fenomeno del community washing, per cui tutto diventa “comunitario”, con l’effetto di indebolire le esperienze che comunità lo sono davvero.
L’antidoto, secondo Niessen, sta nell’impegnarsi a nominare la complessità, trovando parole più precise per pensare e agire la molteplicità dei soggetti collettivi, così da far emergere pratiche di gruppo realmente significative.
Una di queste può essere rappresentata dalla Casa del Quartiere Bagni Pubblici di via Agliè, gestita dalla Cooperativa Sociale Liberitutti e parte della rete degli «spazi di comunità generatori di prossimità» di Torino. Come ci ha raccontato Erika Mattarella, i Bagni Pubblici di via Agliè sono un luogo aperto quotidianamente a tutte e tutti, in cui si costruiscono legami e relazioni in uno spazio inclusivo di servizi per la comunità e di produzione culturale.
In via Agliè 9 trovano infatti posto numerose realtà che contribuiscono a renderla un ecosistema comunitario articolato: laboratori, una sartoria sociale, spazi artistici, un bistrò, sportelli dedicati all’orientamento e al supporto nella compilazione di pratiche e domande, una biblioteca gestita da bambini, un cortile verde e il servizio di docce pubbliche, da cui la Casa prende il nome.
Per Mattarella, la partecipazione è al tempo stesso un metodo e una necessità, che si declina ogni volta in forme diverse ma che permette a tutti di ritrovare modalità di attivazione e coinvolgimento.
Naturalmente, non tutto è rose e fiori e apprezzo sempre chi è in grado di raccontare anche gli aspetti meno luminosi delle cose, visto che i troppi entusiasmi tendono a generare – almeno in me – una certa inquietudine. Le molte “diversità” che abitano il quartiere comprendono infatti anche una crescente diffusione della dipendenza da sostanze, che coinvolge sia sedicenni sia – per citare direttamente Mattarella – «tossichelli over 70».
Si tratta di dinamiche complesse che inevitabilmente si riflettono nella vita quotidiana dei residenti. In questo contesto, ciò che si costruisce in una dimensione comunitaria è soprattutto un lavoro di relazione: piccoli spazi quotidiani di confronto e dialogo con la cittadinanza che permettono di trovare e ridefinire insieme, ogni volta, alcune coordinate comuni e condivise sul piano valoriale.
Dunque, come nominare questa complessità? Evidentemente, il termine “comunità” da solo non basta. E allora, ripescando tra le categorie teoriche introdotte da Bertram Niessen, possiamo definire la Casa del Quartiere Bagni Pubblici di via Agliè come uno spazio di comunità a gestione cooperativa.
Certo, vivere nell’epoca della velocità e dei riassunti gentilmente offerti dall’intelligenza artificiale non aiuta la ricerca di quelle «parole giuste» tanto care a Nanni Moretti che - come opportunamente mi ricorda il caro amico Patrizio - in accappatoio e cuffia da pallanuoto, ammoniva tutti, già nel lontano 1989, su quanto le parole siano importanti.
Altrimenti le immagini di comunità che ci restano, rischiano di ridursi a caricature di fricchettoni che vivono di raccolto e funghetti allucinogeni, più utili a chi deve costruirci un film che a restituire la complessità dei modi di stare insieme.
NOTA [1] Secondo la dicotomia Gemeinschaft – Gesellschaft, i legami sociali possono essere classificati da un lato come una forma di interazioni dirette e personali, su cui si basano ruoli, valori e credenze comuni (Gemeinschaft, normalmente tradotta come “comunità”); dall’altro come interazioni indirette, da cui derivano ruoli più impersonali, valori formalizzati e credenze meno condivise (Gesellschaft, comunemente tradotta come “società”).
[4] Dal film Palombella rossa, 1989. Devo a un caro amico, Patrizio, il merito di aver menzionato oggi questa scena che mi ha permesso – finalmente – di concludere l’articolo.