Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
“Studia. E poi vai all’estero”. E se non volessi?
Riguardo alla fuga dei cervelli italiani Confindustria riporta come negli ultimi dieci anni oltre 337 mila giovani se ne siano andati. Non da biasimare. Anzi anche da invidiare per le risorse economiche che glielo permettono.
Probabilmente in questo decennio mi saranno volati tanti di loro sopra la testa e, forse, mentre io guardavo su e loro osservavano giù, entrambi pensavamo: “cosa farò?”.
Di certo non posso rispondere per loro, a cui auguro il meglio, ma non che sia invece capace di tranquillizzare me stessa. Per fortuna però a quanto pare mi sanno rispondere gli altri che mi consigliano in quale nazione espatriare.
Non posso nascondere quanto sia deprimente ricevere questa risposta dai professionisti nel settore culturale italiano (persino da un dramaholic doc, ndr): quasi come se fosse un tavolo dei grandi a cui non puoi avere accesso - figuriamoci ribaltarlo - né a Natale né il resto dell’anno.
Forse in Olanda hai una seggiolina, mi dicono, in Francia invece hanno un ottimo buffet, mentre al tavolo tedesco le sedie sono molto comode. Nei paesi anglosassoni? Lì hanno le posate d’oro. Con la consapevolezza che a queste proposte è allegato un paio di occhiali rosa per ripararsi dal sole onnipresente del precariato, la mia domanda viene spontanea: perché per loro non posso rimanere in Italia?
A un tavolo dei grandi mi sono seduta, in realtà, il 7 maggio 2026, imbandito per una colazione con caffè, frutta, brioches, tè, biscottini e il distributore d’acqua più grande che abbia mai visto. Alle Cisterne della Fabbrica del Vapore quella mattina si è tenuto infatti l’incontro Libera l’arte. Arte Libera. Libera tutt*. Produzione e curatela artistica tra ricerca e comunità ibride.
A parlare erano presenti le direttrici artistiche di ZONA K / LIFE Theatre Arts Media Festival, Valentina Kastlunger e Valentina Picariello, il curatore ed esperto di politiche culturali Chris Torch e il coreografo e direttore artistico Paolo Mangiola. A moderare invece c’erano la consulente culturale Noemi Satta e la project manager Giulia Alonzo. Di certo l’esperienza non mancava.
Satta è partita subito a domandare a Kastlunger e Picariello: “Cosa vuol dire questo tema della libertà nella curatela, nell’organizzazione? Quali sono le difficoltà, come incide la dimensione della libertà?”
A mio modesto parere la risposta forse più esaustiva è arrivata dalla signora seduta accanto a me: “eeeee so cazzi”. La risposta però più lunga e altrettanto stimolante è stato invece il dialogo avvenuto in quelle due ore tra gli oratori e i presenti: riconosciuto il legame tra la libertà e la disponibilità delle risorse economiche, è stato affrontato il tedioso processo di compromessi presente nella comunicazione con le istituzioni e i loro bandi.
La ricerca del consenso in una realtà istituzionale che pensa attraverso i numeri aziendali porta infatti ad adottare strategie che lasciano l’amaro in bocca. E quella mattina questo amaro è stato riversato tutto. Spero che il tavolo culturale italiano sia ben fornito di sputacchiere.
Dopo aver avuto l’ulteriore pungente assaggio di quello che succede in Italia, comprendo sempre più che i consigli esterofili ricevuti negli anni fossero stati fatti a fin di bene, a fin di protezione da un nebbioso ecosistema.
Ma, riportando il teorico Richard Buckminster Fuller citato da Roth per un'affermazione di 'Critical Path' (St,Martin Press, NY, 1981): “You never change things by fighting the existing reality. To change something, build a new model that makes the existing model obsolete.” Ovvero, in italiano, per DeepL, non si cambia mai nulla combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, bisogna costruire un nuovo modello che renda obsoleto quello esistente.
Seppur sia ammirevole come enunciato, non si può ignorare la difficoltà a realizzarlo nel sistema capitalistico odierno. Per fortuna tra i sorsi e le confessioni sono state suggerite delle possibili tattiche da aggiungere al caffè di quella mattina: una miscela di comunità pensante, un pizzico di “infiltrazione” nelle rigide istituzioni, un goccio di furbizia democristiana - da rimuovere se allergici - e una spuma di rete sociale tra le associazioni locali.
Tanta spuma. Tantissima. Questa infatti si rivela come il mezzo più potente per ottenere una maggiore libertà, singola o di gruppo, in questo settore così traballante. O forse è quello che preferisco io. Sono gusti. Ma mi sa che sempre un po’amaro questo caffè rimane.
Non sono l’unica però ad apprezzare questa visione comunitaria: diverse ore dopo la colazione il politologo spagnolo Joan Subirats ha tenuto nella stessa sala la sua lectio magistralis, Democrazia nell’era dell’accelerazione. Nuovi spazi del “noi”, in cui ha esposto l’attuale erosione della democrazia. Se la mattina il tavolo dei grandi mi ha ricordato le spine che ricoprono le loro sedute, la sera Subirats mi ha fatto notare come anche la mia sedia ne fosse piena. Ma a questo arriveremo più tardi.
Subirats è professore di Scienza Politica all’Università Autonoma di Barcellona, città di cui è stato assessore della Cultura, Educazione e Scienza tra il 2018 e il 2021 per poi ricoprire la carica di ministro dell’Università fino al 2023. Se non mi avesse insegnato qualcosa ipotizzo che sarebbe stato un bel problema.
Col suo tono sagace ha portato davanti a tutti la sua esperienza politica e culturale, illustrando come la democrazia sia affaticata a tenere il ritmo di una velocissima società digitale e tecnologica. I cambiamenti tecnologici recenti hanno portato infatti a valori sempre più crescenti di individualizzazione, di disintermediazione e di frammentazione della sfera pubblica, minando il sentire e l'identità di un “noi” comune.
Per fortuna il professore è anche un ottimo narratore, così con le sue battute non c'è stato nell’aria un eccessivo calo di temperatura visto l’argomento. Anche se, reduce dalla mattinata, sinceramente io un po’ di brezza fredda l’ho percepita.
Tornando a noi, Subirats ha ribadito l’importanza dell’operare sul locale “perché la prossimità è l’elemento chiave per lavorare nella complessità”, è il veicolo essenziale per la ricostruzione democratica. Ben venga pure se porta con sé anche dell’attrito, affinché ci sia l’apertura che possa portare a un’accettazione e far ritrovare un senso comune. Ovviamente nel bene e nel male della democrazia.
Sono passati diversi giorni dal 7 maggio: in essi ho tessuto i diversi discorsi ascoltati, e non so se ciò che è ottenuto sia da preservare come mappa o da bruciare dalla frustrazione.
Poter rimanere a lavorare in Italia risulta infatti sicuramente difficile, ma possibile, anzi, quasi necessario attraverso uno sguardo rivolto al futuro. Così come lo sia abdicare alla sedia più grande per poter costruire tavoli culturali (dei) più piccoli, sì, ma probabilmente più affollati.
Questa dinamica non è sicuramente nuova, bensì è purtroppo storica all’interno del sistema culturale italiano, però si presenta più urgente che mai nella prospettiva globale contemporanea. Non che tutto ciò mi fosse sconosciuto, anzi, ma mi chiedo: rispetto a prima fin dove si muove la mia effettiva libertà per far ciò? In un’epoca dove anche quando sono immateriale, per esempio facendo ricerca o creando rete sociale online, ricado ad essere un prodotto per il sistema, quanto è possibile costruire il “nuovo modello” di Buckminster Fuller?
Se poi le stesse istituzioni, dalle università allo Stato stesso, non agevolano queste costruzioni collettive, offuscando sin dal principio la loro immaginazione, non è sconvolgente l’espatrio giovanile da cui è afflitta l’Italia.
Ai miei occhi ingenui per ora l’unica strada percorribile per rimanere sembra essere quella dell'auto- organizzazione, sebbene ci sia la paura che nel suo percorso si possa dissolvere sempre di più e diventare fantasma di se stessa. Un esito non così improbabile, visti i frequenti spiriti ideologici che, cannibalizzati dal mercato, continuano oggi ad agitarsi fingendosi vivi.
Senza soffermarci troppo su certi destini, queste riflessioni sono solo alcune delle spine che ho trovato sulla mia sedia quando mi sono alzata quella sera. Tra loro c’erano sparsi anche dei petali, petali di giglio a ricordarmi da dove scrivo.
Sebbene infatti voglia rimanere, in realtà sono già andata via: non avrò preso un aereo, ma ho comunque lasciato Firenze per venire a studiare a Milano. Per quanto sia una bellissima città, negli anni il capoluogo toscano si è piegato sempre più alla domanda commerciale estera, torcendosi su se stesso per diventare la sua cartolina.
È logico quindi comprendere come lì i piccoli tavoli scarseggiano, seppur per fortuna sembra, almeno da lontano, che le nuove generazioni stiano rispondendo a ciò e stiano riattivando il tessuto sociale della città. Riconosciuta quindi la mia posizione da fuorisede, la prossimità come campo di lavoro si rivela ambigua: quale si intende? E qual è quella giusta?
Allontanandoci però da possibili risposte da preferenza personale, la vera domanda che segue è: dove è effettivamente reso possibile lavorare nella prossimità? È necessario infatti discostarsi dalla favola liberale in cui è assolutamente possibile far tutto quello in cui si crede e riconoscere le strutture in cui viviamo.
E forse sarà proprio identificare quest’ultime quello che mi porterà domani a portare un tavolino sul marciapiede, invitare a sedersi la prima persona che passa e parlarci con un caffè davanti. Coffee on me! E anche la multa per occupazione del suolo pubblico.
P.S.: E magari la vita fosse un fumetto di Charles M. Schulz: a Lucy no, non è mai successo di ricevere contravvenzioni per aver messo fuori il suo 'Psychiatric help: the Doctor in in'...