Gran Dibattito, signori Presidenti: addormenta persino voi! Un rituale sul vuoto della rappresentazione nella democrazia

'Le Gran Débat' di Rousset&Hémon

Un tavolo lungo tre metri, due sedie ai lati opposti, due telecamere a vista e uno schermo. Un uomo e una donna siedono uno di fronte all’altra, mentre due tecnici preparano le camere per la trasmissione televisiva. In diretta dalla cattedrale della Fabbrica del Vapore: Ritual 4: Le Grand Débat.

Una voce fuori campo annuncia al pubblico le regole di comportamento durante il dibattito: non disturbare i candidati, lasciare che possano esprimere liberamente le proprie convinzioni politiche – anche quando non condivise – e rispettare rigorosamente i tempi di parola concordati. Persino la temperatura della sala, precisa la voce, è stata fissata di comune accordo a 21°C.

"Questo dibattito deve essere quel momento di democrazia di cui i francesi hanno bisogno": è con questo auspicio che si aprono le dichiarazioni dei due candidati. S'intuisce però, fin da subito, l’impossibilità di mantenere una promessa simile. Quasi un’anticipazione di tutte quelle che seguiranno nel corso del confronto.

Emmanuelle Lafon e Laurent Poitrenaux vestono i panni di due candidati qualunque, figure immediatamente riconoscibili perché costruite sull’immagine archetipica del politico contemporaneo, un perfetto mix tra gli ultimi duellanti per la Presidenza di Francia degli opposti schieramenti.

In abiti formali dai colori tenui, seduti composti e con lo sguardo fisso sull’avversario, danno vita a un dibattito che prende forma come un rituale già scritto: si parla di tasse e agevolazioni fiscali, lavoro e industrializzazione, disoccupazione, avanzata tecnologica e giustizia sociale, qualche accenno anche alla destra e alla sinistra.

Ogni candidato ha a disposizione un tempo prestabilito e, almeno inizialmente, il regolamento viene rispettato con rigore. È poi questa la prima promessa a infrangersi. Poco alla volta, ciascuno comincia a divorare il tempo dell’altro, interrompere, sovrapporsi alla voce dell’interlocutore. Non si assiste più a un confronto, ma a due monologhi simultanei che occupano lo stesso spazio scenico.

Ne sorge un dialogo profondamente vuoto, in cui gli unici momenti davvero incisivi coincidono con le domande che i candidati si rivolgono reciprocamente. Le risposte, invece, restano evasive e prevedibili: formule costruite per aggirare il problema, prendere tempo e spostare immediatamente l’attenzione altrove.

È proprio qui che il dibattito si trasforma progressivamente in una gara retorica. Le parole sulla giustizia e sulla tollerabilità si accumulano fino a perdere consistenza; i candidati sembrano contendersi non tanto il consenso del pubblico, quanto il dominio della scena. Vince chi interrompe di più, chi alza maggiormente la voce, chi riesce a trasformare l’insulto nell’argomento più efficace.

Dalla sfera politica il confronto scivola presto in quella personale. Ecco, il rituale n.4 costruito dalla regista teatrale Émilie Rousset con la regista cinematografica Louise Hémon, fa emergere quanto non sia soltanto l’assenza di una reale utilità alla base di questa forma di dibattito, ma soprattutto la mancanza di principi autentici in chi vi prende parte.

Perché, alla fine, non esiste un vero soggetto collettivo al centro della discussione. Non il popolo francese, né la “grande Francia”, ma soltanto l’immagine che queste personalità costruiscono di sé: non come la telecamera li inquadra, ma fin dove sono disposti a spingersi pur di restare nell’inquadratura. 

Dopo quasi un’ora, i due candidati appaiono esausti, distesi e prossimi all’abbandono, quando improvvisamente la donna si rialza e pronuncia un intenso monologo sulla libertà: una possibilità concreta, non un’utopia irraggiungibile.

Ma proprio mentre quelle parole sembrano finalmente acquisire peso, la candidata esce di scena. La sua immagine, trasmessa sullo schermo sospeso sopra il palco, continua però a parlare.

Alla fine non resta che questo: un’immagine che continua a parlare anche quando non ha più nulla da dire.

Deprimente conclusione del Débat e della 'mediatizzazione' della democrazia

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