Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Durante la lectio magistralis Democrazia nell’era dell’accelerazione. Nuovi spazi del “noi” tenuta dall’ex ministro dell’università spagnolo Joan Subirats, fioccano acronimi, termini burocratici e anche qualche neologismo. Ne riporto solo alcuni, pochi, ma utili per indirizzare verso il cuore di questo incontro, ovvero la crisi della prossimità.
APA: Asociación de Padres de Alumnos (“Associazione di genitori degli alunni”). La denominazione è mutata nel giro di pochi anni, a causa del crescente numero di divorzi, in “Associazione dei padri e delle madri degli alunni”, e poi ancora in “Associazione dei familiari degli alunni”, per risolvere il problema alla radice.
Una testimonianza avvilita - e di spirito sospettosamente conservatore - dello sfacelo atomistico di quella già amputata entità detta famiglia nucleare, secondo Subirats.
CAP: Centro de Asistencia Primaria (“Centro di primo soccorso”). Oltre ad occuparsi della salute fisica dei pazienti, nei casi di disagio psicologico prescrivono abitudini socializzanti, come andare in biblioteca o frequentare il centro anziani locale.
VICA: Volatilità Incertezza Complessità Ambiguità. È un acronimo usato spesso dai consulenti aziendali “per dire che non hanno la minima idea di quello che succederà”.
Matrícula Viva: un sistema di immatricolazione universitaria che, sebbene permetta agli studenti appena arrivati in Catalogna, o che hanno cambiato residenza, di iscriversi ai corsi anche quando questi sono già avviati, fa sì che si possa frequentare l’università regolarmente dall’inizio dell’anno accademico senza creare alcun legame con altri impegnati negli stessi studi.
Professore karaoke: un parassita da cui sono affette molte università, il professore karaoke legge, per l’intera durata della lezione, il pdf che si è preparato (lo stesso da decenni), che proietta in classe e che poi spedisce subito agli studenti, causando lo svuotamento, quasi spettrale, della sua aula in seguito alla prima lezione.
Massimo comune denominatore di questi exempla della progressione verso l’isolamento sempre più claustrofobico dell’individuo, è la perdita della capacità di sviluppare e mantenere una forma di intimità e fiducia tra due persone o tra le persone e i propri intermediari politici. Non c’è niente di peggio che affidarsi all’altro, che aprirsi con l’altro, niente di più imbarazzante che mostrare un' emozione, niente di più pericoloso di provare un’emozione. Se sei maschio, poi, figurati.
"Non abbiamo mai un'opinione vera. Un'anima sincera. Un'emozione pura. Però tu come fai? Tu che mi sembri seria, svelami tutti i trucchi", scrive Fulminacci nel 2019 in una canzone che, significativamente, s'intitola La vita veramente. Forse con una punta di ingenuità, ma coglie in pieno lo spirito della sua generazione. Per i giovani di Fulminacci, impacciati da una solitudine che promette protezione dal pubblico ludibrio ma che rende solo più passivi, la vita sociale va sbloccata con un trucco, un hack.
POST-SCRIPTUM
Chiedo scusa per l’intromissione autobiografica, ma casca davvero a fagiolo: fa sorridere considerare, a proposito di prossimità tra cittadini e politici, il paradosso di un episodio avvenuti lo stesso giorno della conferenza di Subirats.
Qualche ora prima è arrivato alla biblioteca Braidense di Milano, praticamente in sordina (quasi non ci si vergognasse di farlo sapere!), il presidente del Senato Ignazio La Russa; l'occasione era la presentazione di un libro di cui l’Insigne rappresentante delle istituzioni aveva scritto la prefazione. Titolo del volume: 'L'impronta. La lezione di Garlasco e la fiducia degli italiani nella giustizia', già proprio così, Garlasco...
Pur di far spazio a cotanti tema e prefatore, sono stati gentilmente cacciati fuori gli studenti dell'Accademia di Brera che si erano mobilitati per una protesta, come la sottoscritta. Al mio pugno chiuso sollevato di fronte alla sua macchina, la seconda carica dello Stato sbrocca, scende e, seguito da una decina di poliziotti nervosissimi e tutti già con la mano sulla fondina delle pistole, gracchia contro me e le mie compagne: “C’è qualcosa di cui volevate parlarmi ragazze?”
“Viva l’Italia antifascista, presidente!” grido io. “Ormai è troppo tardi” replica lui. Sic!
Poche ore dopo, il politologo spagnolo racconta di tutte le volte in cui, come rappresentante e amministratore pubblico, si è confrontato con i suoi cittadini, accogliendo le critiche e cercando insieme a loro delle soluzioni, comprese quelle difficili a problemi giganteschi come la regolarizzazione di mezzo milione di migranti in Spagna. E conclude con una studiatissima, ma apprezzabile, frase ad effetto: “Non c'è da chiedersi se i giovani credono nella democrazia, ma se la democrazia dà ai giovani ragione per credere in essa”.
Già. Per questo non è mai 'troppo tardi'.