Euripide precipitato a contatto con il reagente Marcido, un'autentica sorpresa di chimica del grottesco teatrale
28.10.2026
All'Out Off di Milano, Marco Isidori riscrive Euripide tra grottesco, gioco e metamorfosi. Con le invenzioni sceniche di Daniela Dal Cin, la tragedia ritrova il piacere di farsi spettacolo.
Una voce fuori campo apre lo spettacolo con suoni e richiami. Quando Maria Luisa Abate entra in scena, le luci di sala sono ancora accese. L'attrice sembra uscita da un teatro di varietà: movenze da clown, espressioni deformate, una corda con cui convoca gli altri interpreti. Non c'è nemmeno il buio a segnare solennemente l'inizio di una tragedia greca. Meglio così: Euripide può attendere qualche istante, prima bisogna fare teatro.
È il principio che anima Le Baccanti dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, al Teatro Out Off. Tornato in scena a Milano dal 20 al 25 ottobre 2026, nella versione riallestita per i quarant'anni della compagnia (2025), lo spettacolo porta la riscrittura e la regia di Marco Isidori e le scene e i costumi di Daniela Dal Cin.
Il titolo completo, Istruzioni per l'uso del Divino Amore: mana enigmistico. Le Baccanti di Euripide che «precipitano» a contatto col reagente Marcido, basta quasi da solo a dichiarare le intenzioni.
Euripide finisce dentro una lingua fatta di deformazioni verbali, invenzioni fonetiche, registri popolari e improvvise impennate retoriche. Isidori non modernizza la tragedia appiccicandole riferimenti contemporanei: la smonta e la ricostruisce con il linguaggio della compagnia.
Il comico attenua la pressione tragica, a tratti, e altrove la amplifica proprio deformandola, senza perdere il conflitto fra Dioniso e Penteo, fra il potere che pretende di controllare e una forza che sfugge a ogni controllo.
Ci sono il desiderio, la ribellione femminile, la violenza e, con particolare evidenza, la potenza del teatro stesso.
Dioniso non si limita a rivendicare la propria divinità: modifica le identità, altera le percezioni, trascina gli altri dentro una rappresentazione di cui stabilisce le regole. Penteo vorrebbe opporsi, poi desidera guardare, infine diventa parte dello spettacolo e sua vittima.
Nel racconto dello smembramento il Messaggero definisce Dioniso «Dio di tutto il teatro possibile all'uomo». Non è solo una dichiarazione poetica: la messinscena mostra di continuo come un corpo, un oggetto o uno spazio possano diventare altro. E non si tratta di una liberazione innocente: il teatro che disarticola il potere di Penteo è a sua volta un potere, e lo spettacolo non lo nasconde.
Ed è qui che entra in gioco Daniela Dal Cin. La scena è dominata da una grande struttura architettonica, il palazzo di Penteo: gli attori la scalano, scompaiono sotto i suoi piani inclinati, riemergono dalle aperture.
Ma il suo pregio non sta nelle dimensioni, sta in ciò che riesce a diventare. Alcune superfici si sollevano e si fanno fiamme. Grandi bocche applicate ai volti danno al coro una fisionomia mostruosa. Elementi mobili e strutture oscillanti producono di continuo nuove configurazioni. Dagli anelli dell'armatura di Penteo vengono estratti nastri rosa che ne modificano la figura, accompagnando il travestimento femminile.
Poi lo smembramento. Il corpo di Penteo è ricostruito con elementi figurativi separabili che gli interpreti strappano e portano via. Nessun bisogno di simulare la mutilazione: bastano il disegno, il movimento, la precisione dell'esecuzione. La violenza diventa subito leggibile e conserva tutta la sua forza.
È un teatro che non deve nascondere i trucchi per sorprendere: si vede come funzionano gli oggetti e ci si meraviglia lo stesso. Dal Cin ottiene molto con mezzi semplici, e le sue scene e i suoi costumi non accompagnano l'azione: la determinano. Isidori governa la macchina con una regia fluida, in cui ingressi, movimenti corali e trasformazioni si susseguono senza perdere continuità. Il rischio, con tante invenzioni, sarebbe una successione di numeri indipendenti; invece tutto appartiene allo stesso mondo. Anche le luci di Francesco Fabio Bonfanti accompagnano l'azione con precisione.
E poi ci sono gli attori. Maria Luisa Abate, Tiresia e pianista, è una presenza irresistibile per controllo comico, versatilità vocale e mimica: ogni gesto apre una deviazione ulteriore.
Paolo Oricco offre un Dioniso memorabile. Vestito di bianco, con lunghi capelli e scarpe rosse dal tacco alto, attraversa seduzione, ironia, minaccia e caricatura con una libertà sorprendente. Deforma il volto, trasforma la voce, passa dalla leggerezza a una durezza inattesa senza smarrire il personaggio. Un vero mattattore.
Felice la scelta di affidare Penteo a Ottavia Della Porta. Non soltanto una donna che interpreta un uomo, ma un'attrice chiamata a costruire un'identità maschile destinata ad assumere sembianze femminili. Ha una fisicità autorevole e una voce che sostiene l'ambiguità: quando Penteo si trasforma, qualcosa dell'uomo resiste sotto il travestimento, ed è questa sovrapposizione a dare interesse alla metamorfosi.
Valentina Battistone affronta Agave con sicurezza, soprattutto nel passaggio verso la scoperta dell'uccisione del figlio. Qui lo spettacolo avrebbe potuto cambiare registro, abbandonare il grottesco e cercare il pianto. Non lo fa: la tragedia arriva parlando la stessa lingua scenica che ci ha accompagnato fin lì. Non occorre cambiare spettacolo per far entrare il dolore.
C'è anche il piacere di guardare chi sta ai margini. Alessandro Bosticco merita attenzione proprio quando non occupa il centro: durante il racconto di Agave ne segue l'azione con lo sguardo, e nella sequenza dello smembramento le braccia tese e un avanzamento quasi di tacco e punta danno precisione a un gesto che potrebbe passare inosservato. Sono gesti nei quali si riconoscono attenzione, disciplina e quella voglia di fare teatro che non scompare quando il pubblico guarda altrove.
Bisognerebbe forse diffidare delle feste troppo ben riuscite, soprattutto se a organizzarle è Dioniso. Qualche sbavatura, naturalmente, c'è. In un passaggio corale Penteo si unisce alle Menadi senza liberarsi dell'armatura: il costume continua a denunciarne l'identità proprio mentre la scena vorrebbe assorbirlo nel gruppo, e per una volta il travestimento non inganna l'occhio. Durante lo smembramento uno degli elementi figurativi lascia intravedere il proprio retro nero, un piccolo tradimento del trucco proprio dove l'invenzione chiede massima precisione. E nel finale Dioniso sembra concedersi qualche parola di troppo: Oricco resta magnifico, ma a un certo punto viene voglia che qualcuno chiami il buio.
Non perché l'interesse sia calato, ma perché lo spettacolo ha già raggiunto il proprio compimento. Perfino gli dèi, qualche volta, potrebbero lasciare la scena un istante prima.
Sono riserve di misura, non crepe. Resta invece una cosa che mi pare la più rilevante e la meno dichiarata: queste Baccanti parlano di potere, desiderio, identità, genere e trasformazione senza farne un programma.
Penteo affidato a un'attrice, il travestimento che incrina una virilità già recitata, Agave che scopre l'orrore senza uscire dalla lingua dello spettacolo: nessuno diventa portavoce di una tesi, e le contraddizioni lavorano attraverso il teatro. Mi pare una libertà maggiore di quella che ha spesso il teatro che questi temi li scrive in locandina.
Quarant'anni di teatro non hanno tolto ai Marcido la loro frizzantezza. Il linguaggio è maturato, ma conserva il gusto dell'invenzione, del gioco e della sorpresa. La riscrittura e la regia di Isidori, le invenzioni di Dal Cin e il lavoro degli interpreti rendono possibile questa vitalità.
I conflitti di Euripide non vengono risolti, ma rimessi in movimento, restituendo loro un corpo, una voce e un'immagine.
Si esce dall'Out Off piacevolmente brilli, con un sorriso che nemmeno la tragedia è riuscita a togliere.