Euripide precipitato a contatto con il reagente Marcido, un'autentica sorpresa di chimica del grottesco teatrale
28.10.2026
Nel rincorrere il successo si inciampa molte volte, l’importante è che una delle cadute non porti all’esplosione, oppure, che provochi un’esplosione fenomenale. Insomma, se bisogna fallire l’importante è sentirsi kamikaze, “vento divino”.
E detonare spinti da un’ispirazione alta o da una vocazione eroica, allontanando qualsiasi possibilità di essere visti solo come una baka bomb, una “bomba stupida”, soprannome con cui gli statunitensi chiamavano i velivoli suicidi usati dai giapponesi.
Lungi dall’essere autoreferenziale, accusa dalla quale in più momenti lo spettacolo cerca di difendersi, ‘KAMIKAZE. Spero vada meglio dell’ultima volta’ di Giulio Santolini e Lorenza Guerrini (prodotto da La Corte ospitale e visto a Campo teatrale di Milano in apertura di stagione) illustra con tre performance la storia dell’attore protagonista, ma potrebbe plausibilmente essere la storia dell’Attore di teatro genericamente inteso, il rappresentante metonimico di tutti gli appartenenti alla categoria di persone che fanno tanti lavori per poter fare l’unico lavoro che vogliono davvero fare, gratis - o quasi.
Tra una performance e la successiva, l’Attore riflette sui vari stadi del suo fallimento, lo viviseziona per spiegarne le cause. Le cerca nei rapporti con figure chiave del suo passato: i genitori, l’ex fidanzata, tutti interpretati con più o meno ritrosia da membri del pubblico che, al vedere l’Attore quando si avvicina per dare loro il microfono, cercano di farsi un tutt'uno con la seduta, spolverando vecchie tecniche di mimetizzazione che si pensavano inutili e dimenticate dopo le interrogazioni del liceo.
La ricerca prosegue con un confronto con i Grandi Maestri, questa volta incarnati dai faretti sul palco, con grande sollievo dei presenti. Intervengono per consigliare l’Attore, tra gli altri, Simone Weil, con la proposta della distruzione dell’ego, prontamente equivocata dal Tecnico - altro personaggio-metonimia, interpretato da Daniele Boccardi - che la attua tramite lo scempio di oggetti simbolici del passato del protagonista.
La scena ricorda il principio distopico attorno cui ruota anche la serie tv Severance, distopia di un vicino futuro in cui gli impiegati di un’azienda dimenticano la propria identità durante le ore di lavoro per poter essere più efficienti e meno corruttibili.
Fraintendimenti a parte, l’intervento più incisivo è quello di Tristano Martinelli, istrione cinquecentesco e inventore di Arlecchino, da cui arriva una critica non tanto all’attore, quanto al pubblico contemporaneo.
Il pubblico è evoluto, educato, o per meglio dire, ha aderito a certi protocolli di comportamento mascherati da buone maniere, e questa adesione lo ha immobilizzato. Troppo abituato alla ritualità del teatro per reagire a ciò che vede, troppo assoggettato per pensare la possibilità dell’azione, anestetizzato davanti allo “spettacolo” debordiamente inteso.
Santolini e Guerrini, che questo problema sembrano esserselo posti eccome durante la fase di scrittura, coinvolgono il pubblico non solo dandogli il potere (o il permesso?) di esprimere un giudizio sulle performance, ma soprattutto fornendo la soddisfazione immediata di vedersi concretizzare le conseguenze del giudizio, secondo un meccanismo che, sotto le “spoglie” di spassosi premi o punizioni, a tratti pare un esperimento di democrazia diretta e a tratti rimanda a fantasie più inquietanti à la Hunger Games.
Lo spettacolo diventa così un esercizio di potere senza mediazione, un dispositivo attraverso il quale si dà seguito concreto a un’opinione formata in pochi minuti. Ma questo è teatro o sono le prove generali della realtà? Dopo le proteste del 17 ottobre le tendenze securitarie del governo Meloni hanno subito una decisa impennata e in tempo record è stato introdotto il nuovo reato di “Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”.
Immagine, reazione, attuazione. Altro che confine labile tra verità e finzione, qui sono le immagini a produrre la realtà: rimane sempre tristemente attuale che “il vero è un momento del falso”. Con questo non si vuole certamente dire che si tratti di uno spettacolo meloniano, anzi. Qui, a differenza che in altri luoghi ben più “reali”, una buona dose di autoconsapevolezza c’è: “Il teatro è un posto dove i ricchi parlano ad altri ricchi dei problemi dei poveri”.
E su questa battuta le luci di sala lasciate parzialmente accese, con una mossa che di meta-teatrale non ha nulla e ha tutto dello studio preciso del peso della verità, iniziano a sentirsi invadenti, indiscrete.
A distoglierci dall’imbarazzo della realtà torna il giullare, o l’attore che dir si voglia, che si esibisce per noi in un ultima performance.
Fallire bene è fallire fino in fondo. Ma l’Attore non riesce nemmeno a fallire con successo, e consegna la (prima) fine dello spettacolo a uno pseudo-spettatore, membro del pubblico, che, dopo qualche secondo di silenzio e con un po’ di imbarazzo, fa partire un applauso.
Poi, quasi come se ci avesse ripensato, ritratta, e si esibisce in una seconda fine, un concertino, ma già con lo smontaggio in corso da parte del Tecnico, d’altparte anche il teatro ha i suoi tempi e poi si rischia che il ristorante chiuda.
Va bene l’arte, va bene la passione, ma ci sono cose più importanti.