Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Questa è una pagina di diario, in cui racconto di quella volta in cui il macellaio si è sbagliato e ha spedito a casa di mia nonna due galline vive, anziché col collo già bell’e tirato.
Non è vero.
Cioè non è vero che si tratta di una pagina di diario, l'episodio del pollame è accaduto sul serio.
Questo è un articolo. E anche se non c’è nessuno a leggerlo rimane un articolo.
Se dovessi scegliere un titolo, sarebbe: “Ma tu vuoi che intervenga IO durante lo spettacolo?” “Noooooo” - o di come il teatro partecipativo ci eccita e ci inquieta. (Vedo già la perplessità sul volto del lettore che pensa: troppo saggistico...)
Un articolo, parlando di teatro, è più complesso, perché come si fa a dire che qualcosa è teatro? Domanda che evoca la ancor più temuta gemella, come si fa a dire che qualcosa è arte?
I clowneschi interpreti del collettivo belga Ontroerend Goed provano a metterla così: se noi, gli attori, siamo galline su un palco e voi, il pubblico, umani seduti in sala, funziona, è teatro. Se siamo tutte galline, no, non è teatro.
Similmente, il palcoscenico non è una struttura architettonica definita ma tutto quello che viene illuminato dai faretti e introdotto dall’apposita, e spiritosissima, Leonore Spee, che continua a riempire 'il nero' tra i vari passaggi dello spettacolo entrando e indicando beffarda la scena vuota, per dire soltanto: 'Stage'.
Componente relazionale a parte, Ontroerend Goed mette finalmente sotto i riflettori il presupposto specista dello spettacolo: è teatro se qualcuno, umano, vi assiste.
“Voglio che immaginiate…E adesso, voglio che immaginiate il contrario” così viene scandito quello che, più che un summit, sembra essere una sessione di meditazione guidata, con tanto di musica inspirational.
Sessione che ci conduce, tra l’altro, alla rivelazione che non è perchè all’inizio ci hanno detto di mettere i telefoni sotto chiave in un armadietto che noi, il pubblico, dovevamo farlo per forza (nonostante qualche dramaholico abbia apprezzato talmente la prassi da proporre di implementarla obbligatoriamente in tutti i luoghi di spettacolo).
I nostri Virgilio ci traghettano attraverso questa sequenza assurdista e metateatrante e ci chiedono: “L’avete sentita quella del clown che urla ‘Al fuoco!’ ma nessuno gli dà retta e bruciano tutti ridendo?” e poi ci promettono che “Non morirete bruciati stasera”, ma nel frattempo, fuori dal teatro, passa un’ambulanza: coincidenza così macabra e perfetta che si fatica a credere che sia casuale.
Questo è un articolo. Perchè c’è scritto che è un articolo e perchè tutti - mi raccomando, tutti - pensano di stare leggendo un articolo.
“Consumo dunque sono” (Zygmunt Bauman, trad.it Laterza di 'Consuming Life', 2007 Cambridge) obbedisco perché non c’è altro modo, tengo ben tese le funi che reggono il tendone di questo circo horror, anche se mi segnano le mani, anche se mi inchiodano lontano dagli altri che tengono le altre funi.
Siete tenuti a pensare di star leggendo un articolo perchè se non lo fate, tutti insieme, qua la cosa non regge, si spengono le luci, i pixel, crolla il tendone.
Eppure il re è nudo, Ontroerend Goed ce lo indica in modo ironico e grazioso, con coreografie minimali e brevi momenti di pausa, occasioni di riflessione e di confronto, che durano esattamente 4 minuti e 33 secondi (e pure la citazione colta a John Cage è fatta, così quella parte di pubblico che la coglie si sente intellettualmente masturbata e va via contenta).
I faretti dell’oggi sono puntati sui mostri a cui, velatamente, si riferiva Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere. Occupando il palcoscenico della realtà, questi atrofizzano la capacità di immaginare il dietro le quinte, il dopo-spettacolo, l’alternativo.
Ma non esiste solo quello che si vede o quello che è illuminato, esistono anche le galline che svolazzano sopra le teste dei mostri: se tutti ci crediamo.