E pensare che dovremo lasciare tutto questo. 'Dedicato' di Ermelinda Nasuto e le storie contro l’insopportabile
10.06.2026
La citazione
Che bello non essere di professione critico d’arte, ma andar vagabondando ad adocchiare tele e disegni, e dir sciocchezze.
Di Emanuele Aldrovandi non avevo ancora visto niente a teatro. Però, mi è capitato più volte di osservare le locandine dei suoi spettacoli che riportano sempre dei titoli molto belli come ‘Assocerò sempre la tua faccia alle cose che esplodono’ o ‘Come diventare ricchi e famosi da un momento all’altro’. Mi preme sottolineare la sua capacità di scrittura, non solo del testo, ma anche dei titoli, di cui sono avido collezionista. ‘Scusate se non siamo morti in mare’ (il cui titolo non tradisce per bellezza) sta a metà tra una commedia della grande distribuzione e una produzione off.
Recitazione un po’ troppo calcata per i miei gusti, ma indiscutibile la bravura degli attori e delle attrici. Uno in particolare, Tomas Leardini, perfetto per il suo ruolo, mi ricorda il migliore Fabio De Luigi e il Walter Leonardi del Terzo Segreto di Satira (gruppo con il quale Leardini ha collaborato).
Certo, se fossi un critico di mestiere come Lorenzo Donati o Maddalena Giovannelli m’impancherei in un confronto sulle modalità di rappresentazione del tema e delle migrazioni e della catastrofe facendo riferimento a ‘L’abisso’ di Davide Enia, allo spettacolo arrivato sino agli onori del FIND di Berlino ‘A place of safety’ di Kepler-452 e pure a ‘OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande’ di Fabiana Iacozzilli. Purtroppo, però, ammetto i miei limiti e la mia pigrizia. E dirò semplicemente che questi spettacoli si parlano, si rispondono e, in generale, tengono aperta una domanda: come si racconta la migrazione, la tragedia e, più in generale, il disastro?
Aldrovandi usa un registro più ironico, Iacozzilli decisamente tragico, Enia uno più lirico e i Kepler-452 fanno un’operazione di tipo documentaristica. Oltre al contenuto, però, sarebbe interessante provare a capire di più sulle diverse rese formali e fare una riflessione sulle scenografie, le musiche e le luci. Dispiace deludere, ma anche per questo rimando a critici di riconosciuto rango.
Il pubblico del giovedì sera al Teatro Fontana - che ha riproposto a Milano un pugno di repliche di ‘Scusate se non siamo morti in mare’ - è composto da un professore con al suo seguito una classe del liceo. Provo una certa tenerezza, non tanto l’età di questi ragazzi così tormentata, quanto nel vedere un docente che ci crede ancora. Vi sono poi alcuni giovani attori e attrici che si riconoscono per il loro oscillare rapidissimo tra l’entusiasmo per il proprio lavoro e la disperazione per lo stesso; infine spiccano gli appassionati di teatro che, prima del calare delle luci, bisbigliano degli spettacoli che programmano di vedere.
Una nota finale sulla sala del Teatro: sarà che sto invecchiando, sarà che sono sempre più snob, ma segnalo che, oltre al un fastidioso spiffero che mi ha costretto a tenere la sciarpa per tutto lo spettacolo, la platea forma una sorta di conca al centro e le poltroncine, seguendo l’andamento del pavimento, costringono a una poco piacevole seduta in obliquo. Spero che qualcuno faccia qualcosa, non per il mio snobismo, ma per rendere più confortevole l’esperienza in platea.
Fine dei piccoli appunti di una recensione mancata.