Ridere quando non c’è più alternativa: del lavoro tormentato di Niccolò Fettarappa prima dell'Orgasmo

Al centro, illuminato, Niccolò Fettarappa nel recente 'Orgasmo' (foto di Matilde Piazzi)

Perché gli uomini non si decidono una buona volta a farla finita con il loro lavoro?

 Emil Cioran

Durante lo spettacolo di Niccolò Fettarappa (1) e Lorenzo Maragoni Solo quando lavoro sono felice, ho pensato più volte che mi sarebbe piaciuto portar Chiara a vederlo.

Chiara, è una mia amica che lavora per una grande azienda italiana e che, insieme ai suoi colleghi, dice 'oggi ho fatto mezza giornata' per riferirsi alle giornate lavorative che finiscono all’orario concordato nel contratto stipulato con la grande azienda italiana. La maggior parte dei giorni esce più tardi e, ovviamente, gli straordinari non le vengono pagati da quella grande azienda italiana.

Chiara l’ho vista stare su un divano, a lavorare, dopo cena, con il computer sulle gambe, perché doveva finire una consegna per quella grande azienda italiana. Chiara mi ha detto più volte che, a lei, di quella grande azienda italiana lì, francamente non gliene frega niente. Perché guadagna uno stipendio che fatica a stare al passo con l’inflazione.

Perché Chiara, soprattutto, mi ha detto più volte che vorrebbe fare l’atleta ma che, a causa degli orari di lavoro e della stanchezza, non trova tempo per coltivare questa passione. Tutto ciò nonostante Chiara faccia lo smart working, il lavoro agile, in cui lo spettro del cottimo è travestito da un poco rassicurante 'lavorare per obiettivi'.

Ma Chiara non è certo l’unica vittima del lavoro e la sua storia – ahinoi – non è sicuramente tra le peggiori.

E allora, quando guardavo Lorenzo Maragoni che provava a trattenere gli impeti luddisti di Niccolò Fettarappa in preda a un burnout che, con una pala, si avventava per distruggere uno smartphone (mezzo di produzione che prolunga il tempo lavorativo nella sfera privata), oppure mentre sentivo Fettarappa inneggiare alla rivoluzione, o ancora nell’ascoltare il monologo sulla Great Resignation (il licenziamento di massa avvenuto nel 2021) di Lorenzo Maragoni, mentre i due autori facevano delle prove di licenziamento sbattendo una porta, mi tornava in mente Chiara, la sua storia e il suo lavoro nella grande azienda italiana.

Mi veniva da pensare che, magari, vedendo questo spettacolo, avrebbe avuto la spinta per pensare a un futuro altrimenti.

Poi, però, mi sono ricordato di quello che scriveva Gottfried Benn: 'Per sua intrinseca sostanza la letteratura non può cambiare nulla'. Benn era un cinico nichilista, ma forse aveva ragione. Troppo spesso alle arti – in particolare al teatro – viene chiesto di cambiare ciò che fuori dal teatro non si riesce a cambiare, ma cosa può fare il teatro che, a stento, riesce a salvare se stesso?

Il problema è che nel segmento temporale che viviamo non è solo la letteratura che 'per sua intrinseca sostanza […] non può cambiare nulla', ma anche la politica sembra essere nella stessa situazione. Com’è noto, negli ultimi anni, si sta assistendo ad una crescente sfiducia in essa, che si manifesta soprattutto nell’astensionismo. Quest’ultimo è stato più volte letto come una forma di qualunquismo: 'non vado a votare che tanto sono tutti uguali, sono tutti corrotti'.

C’è sicuramente chi aderisce a questo motto tra le file degli astensionisti, ma la sfiducia ha origini più profonde, nell’inconscio collettivo: nella consapevolezza che il nostro tempo, come insegna Mark Fischer, è quello dell’assenza di alternativa e che la politica (o più in generale la volontà umana) non può fare nulla di fronte al caos contemporaneo e alle sue manifestazioni violente.

Se avessi portato Chiara a vedere questo spettacolo non credo che si sarebbe fatta travolgere dal luddismo e avrebbe distrutto i computer aperti sulle schermate di Excel della grande azienda italiana per cui lavora; e non credo nemmeno che, uscita dal teatro, si sarebbe lasciata tentare dal desiderio di fare volantinaggio e fondare un collettivo di fabbrica. Perché il nostro segmento di storia è stato impregnato dall’individualismo e dall’imprenditorializzazione di se stessi che, aggiunti ad altri fattori come la precarizzazione del lavoro, hanno sfibrato le soggettività e la possibilità di organizzazione di esse. Perché, soprattutto, il nostro tempo sconta la sconfitta del comunismo.

E allora, se la letteratura non può cambiare niente per sua intrinseca natura e se la volontà politica sembra potere poco o nulla di fronte al caos, perché avrei dovuto portare Chiara a vedere questo spettacolo in cui viene ritratta così puntualmente la disperazione contemporanea? Perché il teatro è una forma di catarsi? Probabile, ma trovo poco interessante pensare al teatro come una sorta di lavatrice collettiva che purifica delle frustrazioni o come spazio di depurazione dalla disperazione in cui si entra avvelenati e si esce riconciliati.

Solo quando lavoro sono felice di Niccolò Fettarappa e Lorenzo Maragoni è – mi preme sottolinearlo – uno spettacolo che fa ridere. Aspetto non scontato per una produzione teatrale contemporanea, soprattutto perché i due autori padroneggiano varie strategie comiche: dallo slapstick al demenziale passando dal gioco di parole e il nonsense.

Mi avrebbe fatto piacere portare Chiara a teatro – territorio del possibile – perché, a mio avviso, è uno dei posti migliori non per sfogare il malessere, ma per accoglierlo, ridendo (come nel caso di questo spettacolo che, tra l’altro, non sarebbe così divertente se la nostra condizione non fosse così disperata) o piangendo dell’assenza di alternativa al reale; dove creare complicità ironica con l’altro. Il teatro è, in ultima istanza, il luogo perfetto dove – per dirla con Franco ‘Bifo’ Berardi – vivere in amicizia il tempo della fine.

NOTA 1 Fettarappa è da poco entrato nella scuderia degli artisti associati al Piccolo Teatro di Milano, dove presenterà il suo nuovo 'Orgasmo' anche al festival Presente Indicativo.

Iscriviti
alla newsletter

Ultimi Articoli

Iscriviti
alla newsletter

-->