Quel 'campo bruciato' così ardente del nostro rapporto culturale con la Russia, dalla Kulikova per LIFE a Biennale via Nori

Imparare a memoria l’inno russo e cantarlo ogni mattina appena svegli: è questa la quotidiana cura di de-programmazione e nuovo patriottismo forzato che i militari al servizio di Putin impartiscono a decine di migliaia di bambini strappati agli ucraini. Sarebbero 744mila i minori ‘rifugiati’, come rivendicano le fonti ufficiali della Federazione Russa, per non dire del milione e 600mila circa che sono rimasti nei territori occupati.

 In tutte le tradizioni il ruolo dei canti per la formazione sociale e politica delle generazioni è fondamentale, in quella russa forse ancora di più. Non è un caso se a questo risvolto particolare dedicano con passione la prima parte della loro ‘Trilogie de la guerre / Un champ brûlé’ due artisti dissidenti expat come Elina Kulikova e Dima Efremov, in uno dei rari esempi di anti-propaganda teatrale d’origine russa che si è visto nell’ Europa di questi anni (dove invece hanno trovato più spazio le voci provenienti dall’Ucraina).

E non è un caso nemmeno che la 'bruciante' perfomance della Kulikova sia andata in scena per due giorni al Festival LIFE contemporaneamente alle proteste delle Pussy Riot e degli attivisti anti-Putin nei Giardini della Biennale dell'arte di Venezia.

Proprio a questa funzione retorico-politica del canto e della musica si è rivolta subito l’attenzione dei curatori chiamati ad allestire il Padiglione nazionale russo alla Biennale dell’Arte, come annunciato dal rappresentante speciale del Presidente per la Cooperazione Culturale Internazionale Mikhail Shvidkoy.

Il promotore principale dell'incursione propagandistica putiniana a Venezia è un funzionario così zelante della Federazione che non si fa scrupoli a chiedere un maggiore impegno degli artisti ‘per favorire la corretta interpretazione dell’operazione militare speciale’, piuttosto che a teorizzare sul giornale ufficiale la necessità di rilanciare la censura, investendo in denaro e personale d’alto livello (‘servono migliaia di illuminati servitori dello Stato’) per ‘preservare un ambiente sano nella comunità creativa’.

La commissaria incaricata Anastasiia Karneeva - figlia di un ex generale dell’FSB e del KGB, che lavorato anche ai vertici di una holding della difesa - nonché già organizzatrice di mostre e iniziative artistiche con Ekaterina Vinokourova - figlia dell’attuale ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e moglie del magnate alimentare Aleksandr Vinokourov -, si è subito sbilanciata in improbabili dichiarazioni.

‘All’interno del padiglione', ha spiegato, 'prende vita un vero e proprio festival di canti e suoni, con musicisti provenienti da diverse regioni della Russia e da paesi come Argentina, Brasile, Mali e Messico. L’evento mette in luce il potenziale creativo di aree e pratiche periferiche, valorizzando tradizioni, linguaggi musicali e approcci sperimentali che emergono lontano dai grandi centri culturali, ma proprio per questo conservano una potenza espressiva autentica e innovativa’.

Secondo un’inchiesta di finestresullarte.com che ha svelato i primi retroscena di questa riapertura ufficiale alla Russia degli spazi in Biennale, i curatori scelti dal regime hanno coinvolto nell’impresa personalità di stretta osservanza putiniana: la ballerina Maria Vinogradova - solista del Teatro Bolshoi che ha persino partecipato a uno dei concerti organizzati dal Ministero della Cultura in sostegno della guerra contro l’ Ucraina -; i Toloka, gruppo di musica popolare russa che ha sempre espresso vicinanza ai soldati russi al fronte e a ‘tutti i difensori della Patria’; e DJ Diaki, maliano che lavora sulla fusione di ritmi africani, folklore russo e musica elettronica. 

'Trilogie de la guerre / Un champ brûlé' alla Fabbrica del Vapore di Milano: 'STOP THE WAR IN UKRAINE - I do theatre' è il motto del profilo social di Elina Kulivova. Il progetto e il tour sono online qui

Dopo che l’annuncio del Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, sulla presenza alla prestigiosa rassegna d’Arte di Venezia della Russia (nonché dell’Iran, che si è poi ritirato, e di Israele, per dire solo dei Paesi belligeranti più inclini alla propaganda) ha creato una temperie politica che ha già prodotto la censura del Parlamento europeo e la sospensione dei finanziamenti Ue all'istituzione culturale italiana.

Peccato che sia stato poco messo a tema, come sarebbe ora di fare, il ruolo stesso delle istituzioni culturali pubbliche e il vizio d’origine delle nomine di diretta emanazione politica.

Il doppio paradosso nel caso della Biennale, ora guidata da un giornalista scelto dalla premier Giorgia Meloni, è che parliamo di un’istituzione di prima grandezza che vive di fondi dello Stato italiano, nonché della Regione Veneto, della Città di Venezia e della Ue; e che poi pure, nelle occasioni dell’Arte e dell’Architettura, i vari padiglioni nazionali nei Giardini della Biennale sono allestiti dai rispettivi governi. Questo è il punto.

Si può e si deve giudicare la linea di una manifestazione del genere, per via della sua natura intimamente ‘pubblica’ e dunque di propaganda. E fa quasi ridere, per non piangere, veder schierate le forze di polizia del governo di una Nazione tanto impegnata nella guerra di difesa dell'Ucraina come la nostra, a protezione del personale d'ambasciata e degli invitati di un Paese imperialista formalmente 'nemico bellingerante' da ormai quattro anni.

Purtroppo, invece di affrontare lo snodo chiave di queste ambiguità, si è assistito alla solita guerricciola politica, con gli esponenti della Lega che, tanto per non smentirsi, hanno difeso a spada tratta l’allargamento alla Russia in nome della ‘libertà dell’arte’: sic, senza nemmeno entrare nel merito di un’idealizzazione ‘dell’arte’ che ormai pare improponibile - bisognerebbe aver letto almeno Adorno - si tratta di una manifestazione in tutto e per tutto di Stato, e quindi si dovrebbe dire, con un eventuale ossimoro, di ‘libera arte ufficiale’.

Tra l’altro, spetta casomai al curatore delle varie rassegne garantire libertà di contenuto, l’ente dovrebbe organizzare e finanziare.

E appare quanto meno assurdo che si sia arrivati oggi a ospitare con tutti gli onori un padiglione-propaganda di Putin, partendo dall’eccesso di vietare le esibizioni dei cantanti lirici e dei direttori d'orchestra dichiaratamente filo russi. Per non dire persino dei corsi sugli scrittori russi, e/o dei viaggi-studio, che hanno reso quasi una star Paolo Nori.

Queste sì censure odiose, che hanno però giovato a Nori l'occasione per proporre una serie di spettacoli teatrali intitolata ‘La libertà’, che da un primo episodio indimenticabile si sono poi moltiplicati fino alla toccante conferenza sulla grandezza umana di Cechov, appena presentata a Milano nella Chiesetta del Parco Trotter in una pre-iniziativa del prossimo festival FringeMi .

E quasi come un richiamo al primo Nori arriva l'annuncio che la nuova produzione di PACTA. dei Teatri, 'CASI - I dimenticati delle Notti Bianche', che andrà in scena dal 12 al 22 maggio, è tratta da un racconto di Daniil Charms, straordinario poeta 'assurdista' russo, magari ancora poco noto al grande pubblico benché oggetto di culto da decenni di grandi scrittori di tutto il mondo.

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