E' pur sempre tutta una questione d'emisferi: prime piccole cronache indiscrete dalla 20ma Biennale Danza

Molissa Fenley (foto di Huger Forte)

 Certo, per dire che sia davvero finita, la ventesima Biennale Danza di Venezia, bisognerà aspettare, prima ancora della nomina di un nuovo direttore, la doppia malinconica ‘prima mondiale’ del 31 luglio - 1° agosto al Teatro Malibran, dove andrà in scena Winndance con ‘Scirocco’.

Un evento pubblicizzato sic et simpliciter come parata di stelle, coprodotto da Biennale con alcuni enti teatrali tedeschi e il plus degli sponsor, modaioli e farmaceutici, dato che Winndance sta per l’acronimo di When if Not Now, nuova formazione di Stoccarda che raccoglie ‘i più bei nomi della danza sopra i quarant’anni’ con alcuni ‘autori di punta’ (1).

 Alla nota sentimentale di questa nostalgica compagine allestita all’uopo, che si propone addirittura come ‘riscrittura della longevità, maturità e rilevanza nelle odierne arti dello spettacolo’, contribuisce il contenuto stesso dei due capitoli dello ’Scirocco’ che vengono messi in dialogo da Winndance: ‘Morte a Venezia’ e il ‘Ponte dei sospiri’…

 Forse non doveva finire così malinconicamente, o chissà. A ‘Scirocco’ s’intrecciano gli altri due ultimi appuntamenti di prestigio, altrettanto non giovanilistici. Il primo con l’incrollabile americana Molissa Fenley, classe 1954 e più cinquant’anni passati in scena, che a Venezia torna pure, ‘in via eccezionale, nuovamente interprete di ‘Bardo’, l’assolo che aveva concepito per Keith Haring nel decennale della scomparsa dell’artista e amico (nella tradizione tibetana bardo indica lo spazio liminale tra morte e rinascita)’. 

 E il secondo con ‘What is war’ di altre due protagoniste di consolidata fama, la giapponese Eiko Otake, formatasi con i maestri del butoh Kazuo Ohno e Tatsumi Hijikata, attiva a New York dal 1976 e presente in tutto il mondo con le sue opere multimediali, e Wen Hui, ‘carismatica pioniera della danza moderna in Cina, dove fonda a Pechino nel 1994 la prima compagnia indipendente, fuori dal sistema statale, oggi di stanza a Francoforte’. 

 Si può pur notare che ha fatto bene a girar anche tanto lo sguardo all’indietro, stavolta, Sir Wayne McGregor: un certo passatismo intride ormai i festival di danza, e d’altro canto, in quest’edizione finale delle sue cinque Biennali Danza, lo stesso McGregor per la prima volta ha dato qualche segnale di stanchezza come talent-scout (ma questo fa parte delle osservazioni pur sempre opinabili).

Per il resto, il palinsesto della Danza 2026 era talmente vario e originale, che c’è poco da dire. 

 L’ultima Biennale del coreografo d’origine scozzese che a Londra è diventato uno dei grandi protagonisti della scena contemporanea, se n’è andata di fatto il 26 luglio, in una bella tarda mattinata domenicale di un’insolitamente mite giornata estiva veneziana.

Per dire davvero come sia finita ci vorrebbe una sovrumana obiettività, ché parlando di spettacolo e di emozioni artistiche ha persino poco senso.  

 Gli appassionati frequentatori di una manifestazione che va considerata preziosa perché unica per respiro internazionale si dividono tra tifosi sfegati di un direttore che s’è impegnato per anni con imprevedibile passione anche extra-settoriale, e critici puristi comunque malmostosi.

Si distinguono, questi ultimi, per un certo tono sempre un po' di sufficienza nei confronti di qualunque proposta poco conosciuta o troppo impegnata (fors’anche la meravigliosa storia Sami di ‘Láhppon / Lost’ con il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Oslo che ha segnato questa rassegna, tanto quanto i due Leoni). 

 Nessuno ovviamente osa contestare l’incantevole apertura con ‘Five Days in the Sun. Cinque giorni nel sole’ sulla Quinta Sinfonia di Mahler, nella registrazione dei Wiener Philharmoniker diretti da Bernstein, firmata dall’illustre coreografo ‘expat’ israeliano Emanuel Gat e coprodotta con il festival Montpellier Danse, ma il resto viene passato al setaccio persino crudelmente.  

 E’ finita com’è finita, con la consegna del Leone d’Oro a Bangarra Dance Theatre, compagnia unica che orgogliosamente rivendica la cultura delle ‘prime nazioni’ che abitano da 6mila e 500 anni l’Australia, nell’emisfero Nord, dove adesso sarebbe inverno: ma qui la questione non è solo geografica o di opposti ambientali, il pianeta è lo stesso e avremmo tutti tanto da imparare come difenderlo, anche grazie a questo riconoscimento, dicono i direttori coreografi della compagnia ricevendo il premio.

Il Presidente Buttafuoco, Frances Rings e Stephen Page di Bangarra con Wayne McGregor a Ca' Giustinian il 26 luglio per il Leone d'Oro (foto di Andrea Avezzù)

 Lo spettacolo di Bangarra ‘Terrain’, presentato in prima europea al Teatro Malibran, è stato doppiamente incantevole per ricchezza di contenuto ed eleganza formale, riflettendo a specchio la bellezza e la complessità del Country (il Territorio Ancestrale) che la Compagnia vuole rappresentare, esattamente come i ballerini mostrano una diversità e una dedizione che definiremmo monacale, dato che con la riscoperta e la rappresentazione delle culture aborigene si entra comunque in una dimensione considerata sacra. 

 Per intenderci, niente a che vedere con la danza contemporanea ‘fighetta’ e un po’ tanto d’intrattenimento cult che va tanto per la maggiore nel nostro emisfero. E’ datato 2012 ‘Terrain’, perché Bangarra produce con il contagocce e mediamente lavora per cinque anni alla preparazione di ogni spettacolo, seguendo un protocollo preciso che prevede l’approvazione collettiva e la supervisione passo dopo passo degli anziani. 

 L’orgoglio delle ‘prime nazioni’ non ammette errori: vedi anche solo l’avvertenza culturale a proposito della poco discreta ‘citazione di persone decedute’ che apre la bella intervista dello storico fondatore della compagnia Stephen Page (‘membro dei popoli Quandamooka Nunukul/Ngugi e della nazione Yugambeh Munaldjali’) e della nuova coreografa Frances Rings (‘appartenente alla comunità Mirning della costa occidentale dell’Australia Meridionale’), concessa a Uzma Ahmeed (che con Sarah Crompton costituisce l’eccellente team McGregor di scrittrici per il catalogo).

 E quando qualcuno prova ad avvicinarsi con un approccio post-colonialista, per esempio con l’immancabile citazione di Bruce Chatwin che un’intervistatrice propone compiaciuta, la risposta da brividi arriva senza nemmeno nominare l’autore de ‘Le vie dei canti’: il rapporto con la nostra cultura è qualcosa da affrontare con grande serietà e rispetto, dice Frances, non è certo il metodo giusto quello dell’ospite che sceglie di farsi incidere un tatuaggio o l’altro perché gli sembra carino.

 Alla festosa e insolita cerimonia del Leone d’Oro con aborigeni, gli italiani respirano invece già un po’ nell’aria quella certa malinconia da fine corsa, un tono minore che l’assenza quasi assoluta di divise e autorità alla cerimonia certifica: tra parentesi, contribuisce al clima la permanenza beffarda - sulla facciata davanti a Ca’ Giustinian, accanto al gonfalone della Biennale e alla bandiera italiana -, del vessillo d’Europa, quel cielo blu con dodici stelle che sarebbero il simbolo ‘de la perfection et de la plénitude’. 

 Dopo la controversa riapertura del padiglione russo per l’Arte, con il conseguente taglio di due milioni di euro di fondi Ue, i corsi e i ricorsi del caso, anche il Presidente Pietrangelo Buttafuoco appare forse meno brillante del solito, insolitamente poco formale, in spezzato con giacca azzurra, camicia a righe con collo francese, senza cravatta. 

 Certo, non è un Pirlo qualunque, Buttafuoco, ma ci sono pur sempre i pirla di Futuro nazionale o della Lega che pensano di difenderlo citando anche la sua contestata ultima Biennale Arte a proposito del dietrofront della Federazione Calcio sul candidato allenatore della Nazionale. Anche i giornali amici fanno qualche scherzetto del genere, per esempio parlano in prima pagina dell’oscuramento del sito russo di scommesse pubblicizzato da Pirlo come di un ‘caso Biennale del calcio’ prodotto ‘della psicosi da Putin’.

 Dettaglio a parte, l’ospite che Buttafuoco s’è fermato a riverire prima della serata d’onore al Malibran per Bangarra, Francesco Borgonovo, vicedirettore de ‘La Verità’ e opinionista televisivo, ha pubblicato il giorno dopo una paginata dal grande titolo in neretto: ‘La tratta arabo musul­mana degli schiavi afri­cani sma­schera l’ipo­cri­sia woke’, con tanto di schietto sommario che recita:Per il traf­fico negriero si accusa solo l’Occi­dente. Ora un libro ricorda le depor­ta­zioni orga­niz­zate dai fedeli di Mao­metto. Che dura­rono ben 13 secoli. Ma nes­suno ne parla’. Sic.

 Chissà che ne avrà detto Giafar al Siqilli, alias musulmano dello stesso Buttafuoco, scelto dopo la conversione dichiarata dieci anni fa. In ogni caso, più woke di così, questa Biennale Danza 2026, perfettamente allineata allo spirito originale dell’ultima gemella maggiore dell’Arte, con tanto di premio agli archaîos-woke Bangarra, era difficile immaginarla.   

 Forse per questo il Presidente Fratello d’Italia ormai mezzo ripudiato dai famigli Giuli, Fazzolari and Co., ha proprio evitato di spiccicare parola, quest’anno, durante la premiazione degli australiani, e qualche giorno prima al Teatro Piccolo Arsenale per la commovente consegna del Leone d’Argento alla splendida Mamela Nyamza, coreografa sudafricana nera, lesbica e attivista che pratica la danza come forma di resistenza e di lotta. 

 All’emisfero australe verso cui Sir Wayne ha posato lo sguardo per gli ultimi insoliti e pregevolissimi premi di questa Biennale Danza di cui bisognerà parlare ancora e più profondamente, Buttafuoco preferisce di certo gli emisferi cult della copertina della sua nuova amata Rivista della Biennale, fascicolo 2/26, dove campeggia la riproduzione di ‘Duvan No. 13 (Colombo n. 13, 1915)’ di Hilma af Klint.

Di lei si legge in didascalia: ‘artista svedese, tra le figure più radicali dell’astrazione del primo Novecento: legata allo spiritismo, alla teosofia e alla ricerca di linguaggi visivi capaci di dare forma all’invisibile, af Klint sviluppò un’opera attraversata da simbolismi alchemici, spirituali e cosmologici’. 

'The Herd/Less' di Mameòa Nyamza al Teatro Piccolo Arsenale (foto di Andrea Avezzù)

NOTA 1: WINNDANCE NOMI E COGNOMI
‘Fuoriclasse’, specifica il programma, come Diana Vishneva, Silvia Azzoni, Kayoko Everhart, Mara Galeazzi, Silas Henriksen, Igone de Jongh, Marijn Rademaker, Oleksandr Ryabko, Gil Roman; gli autori, citando nell’ordine comunicato, sono: ‘John Neumeier, che ha riscritto la storia del balletto contemporaneo insieme a Kylián e Forsythe, con cui è cresciuto alla scuola di Cranko, Imre e Marne von Opstal, coreografi associati al Nederlands Dans Theater, dopo una lunga attività con le migliori compagnie del mondo, Rainer Behr, già attivo con le maestre del Tanztheater Susanne Linke e Pina Bausch, Javier de Frutos, fra i più influenti coreografi latino-americani attivi in Europa, Omar Román de Jesús, esponente della coreografia portoricana, noto in tutto il mondo.

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