C'è tutto un mondo di stupori e culture a Transart 2026, non solo eventi attesi con nomi di richiamo
19.08.2026
Attesa insieme con la definitiva rottura di un insopportabile clima d’afa e canicola, la ripartenza che precede le stagioni teatrali è ancora segnata, come il resto dell’estate, dagli appuntamenti eccezionali delle migliori rassegne.
E una particolare attenzione va al 46mo Oriente Occidente Dance Festival - questa la dizione completa dell’appuntamento: Rovereto è pur sempre ormai uno dei luoghi capitali della danza contemporanea e della cultura, al pari con pochissimi altri in Europa. Certo non ha il budget di un Festival di Montpellier o di un ImpulsTanz di Vienna, ma è pur sempre un avvenimento di peso, da oltre 1 milione di euro, con più i 53 professionisti al lavoro. Per non dire dell’indotto e delle ricadute anche artistiche sul territorio.
Quest’anno s’aggiunge al tradizionale richiamo la presenza come ‘curatore artistico associato’ del catalano Marcos Morau, ormai una vera e propria stella internazionale, che affianca il fondatore di Oriente Occidente Lanfranco Cis anche nella ricerca di un nuovo direttore artistico per il triennio 27-29.
Di buoni motivi per non perdere questa prossima rassegna, che riparte il 2 settembre con un’anteprima per poi dipanarsi dal 3 al 12 settembre, se ne potrebbero trovare tanti, basta dare un’occhiata all’articolato programma.
Ci saranno cinque prime nazionali e sette debutti assoluti che costellano i 45 eventi complessivi in cartellone, con la presenza di 15 diverse compagnie, un congruo numero di workshop e conferenze, incursioni all’interno dei musei e feste di strada.
Tra gli atout fondamentali di ‘Vuoto’ (1) - questo il titolo di Oriente Occidente 2026, seconda parte del ciclo ‘Corpi assenti’ -, in primo luogo si nota un elemento strutturale: i tradizionali spazi in cui si dipana il festival, dal glorioso Teatro Zandonai all’avveniristico MART, fino al cuore storico della cittadina e all’Urban Center, a cui s’aggiunge quest’anno un doppio appuntamento al Muse di Trento, si allargano con nuova arena nella galleria coperta affacciata sul Leno di Progetto Manifattura, che oggi ospita uno dei principali poli europei dedicati alla ricerca e all’innovazione nella green economy.
Questo spazio recuperato dalla lavorazione industriale del tabacco, coltivazione un tempo fiorente in zona, fornisce al Festival - in linea con quanto già fanno alcune tra le più importanti rassegne di danza europea - un luogo perfetto per ospitare le pratiche più contemporanee e i linguaggi in evoluzione.
Non è un caso se ad aprire il nuovo ‘teatro fuori teatro’ è stato chiamato il coreografo Marco Da Silva Ferreira - sicuramente uno dei nomi più lodati e applauditi della nuova scena contemporanea - con il nuovo ‘F*cking Future’, in prima nazionale il 5 settembre: lo spettacolo, una sorta di rave generazionale e informale, aveva incantato il pubblico e gli addetti ai lavori all’ultima Biennale di Lione, dove è stato allestito appositamente per gli spazi ricavati in una fabbrica dismessa di locomotive.
Per quanto riguarda invece la migliore tradizione del teatro-danza, che a Rovereto ha trovato asilo da subito (basti citare il rapporto particolare costruito per anni con Pina Baush), l’appuntamento da non perdere è il 4 settembre al Teatro Zandonai, con il capolavoro di Maguy Marin ‘May B’ dedicato a Samuel Beckett (notevole pure l’occasione d’incontro a seguire con questa personalità unica della scena europea).
Chi ha già avuto occasione di vedere ‘May B’ nell’attuale nuovo allestimento, per esempio nell’omaggio che a Parigi ai primi d’aprile lo Chaillot –Théâtre national de la Danse ha organizzato per Maguy Marin, sa bene di quale incantevole capolavoro si parli.
Ancora nello Spazio Manifattura, il 7 settembre appuntamento con l’esito finale del singolare progetto di ‘Symphony #2 ''true and eternal bliss!'' + Dies Irae’ che Gloria Dorliguzzo sta mettendo a punto da anni.
Danzatrice, coreografa e autrice emersa per la collaborazione con guru Romeo Castellucci, firma un lavoro presentato come ’una partitura coreografica e sonora che lavora sul contrasto tra tensione e accumulo, costruendo un’esperienza immersiva in cui movimento e musica dialogano in modo serrato, dando forma a un paesaggio emotivo stratificato’.
E’ un progetto unico perché prevede la presenza in scena di un gruppo di donne non professioniste addestrate a ‘suonare’ con martelli delle incudini, guidate dalla performer Monica Barone.
Infine, ma certo non per ultimo, l’immancabile Morau che presenta nel ‘suo’ primo Oriente Occidente, l’11 settembre, chiudendo la programmazione nella nuova arena di Progetto Manifattura, la prima assoluta del nuovo ‘Living & Leaving’ della sua compagnia La Veronal: un lavoro sulla carta più vitalista e tradizionale (è un duetto) rispetto agli ultimi kolossal ‘Totem Danz’ e ‘La mort i la primavera’.
E, giusto per spiazzare tutti, Il visionario ‘non coreografo’ e artista catalano ha poi chiamato per la chiusura del festival Emanuel Gat, uno dei maestri riconosciuti della danza contemporanea, oggi nel pieno di un percorso cult di omaggi a grandi musicisti classici: con il titolo ‘Bach to Sacre’ Gat presenterà un ‘triple bill’ che unisce pezzi ripresi dal suo repertorio e un inedito, in scena per la prima volta proprio a Oriente Occidente, il 12 settembre al Teatro Zandonai.
Si può pensare quello che si vuole, anche in senso critico, a proposito del momento straordinario di successo che sta vivendo Morau (a Milano, dopo Triennale Teatro, quest'anno arriverà persino alla Scala). Nessuno dubita delle sue capacità teatrali che tanto piacciono a un certo pubblico.
E oggi si può dire che, con la stessa 'facilità' con cui costruisce le sequenze d'immagini evocative nei suoi spettacoli, firma il suo primo programma da curatore associato senza alcun timore di confrontarsi con i coreografi più innovativi e freschi, come Da Silva Ferreira, più impegnati e sofisticati come Maguy Marin, più puri e raffinati nelle linee e nel rapporto con la musica, come Gat. Tanto di cappello!
NOTA (1) LO SPAZIO DELL'ASSENZA
Dalla presentazione stampa: Il secondo capitolo di Corpi Assenti sposta l’attenzione dal concetto di “assenza” a quello di “vuoto”. Non come mancanza, piuttosto come condizione del possibile. Se tutto appare pieno, compatto, già definito, il vuoto riapre uno spazio necessario: dove non c’è spazio per perdersi, non si cerca una strada nuova. In un presente segnato dalla fragilità delle narrazioni collettive e dall’indebolirsi dei riferimenti culturali, il vuoto torna come una condizione da riconoscere e abitare, l’unica capace di riattivare il senso del ritrovarsi, con sé stessi e con gli altri.
“Vuoto” è l’intervallo che permette l’incontro, il tempo di passaggio tra ciò che è stato e ciò che sarà, è il silenzio che permette la musica, lo spazio che concede alla danza di esistere.