Appunti sulla stagione 2025-26 /2: ancora su Ortoleva e 'I Persiani'. Con postilla sul monologo di Giannini a Genova
07.08.2026
La Biennale Danza Venezia che festeggia quest’anno la ventesima edizione, e il suo eccellente curatore nominato nel lontano ottobre del 2020, Sir Wayne McGregor, non sono proprio ‘coetanei’, ma poco ci manca. Pur registrato all’anagrafe nel lontano 1970, il coreografo e creatore inglese risplende di luce propria nell’empireo della danza contemporanea dai primi anni Duemila.
Vale a dire, più o meno, da quando Carolyn Carlson passò dal Teatro La Fenice alla guida del nascente ‘terzo settore’ delle Biennali DMT (le rassegne della Musica e del Teatro sono gemelle molto più anziane, del 1930 la prima e del 1934 la seconda).
Ora, è davvero degno di nota tutto quel fa McGregor, basta scorrere il suo sito istituzionale, di cui si noti subito il vezzo del nome di battesimo del creatore scritto al rovescio e al contrario, in modo che la W iniziale del nome si ritrovi capovolta nella M con cui si apre il patronimico, accostata a un c minuscola rialzata.
Dall’aprile del 2017 l’insegna sui generis domina all’ingresso di un grandioso Studio per le arti creative ‘di livello mondiale’ (così recita la presentazione) a Here East, nel Queen Elizabeth Olympic Park di Londra.
Ma più che all'edificio archi-notevole progettato da We Not I, molti appassionati e critici guardano con ammirazione alla capacità di costruzione che McGregor ha messo in campo, per cinque volte di fila, anno dopo anno, nel festival veneziano.
Non mancano mai le sorprese, le scelte irrituali, i premi coraggiosi, per non dire dell’aspetto formativo, tutto all’insegna di un livello altissimo (vedi il programma a seguire).
Certo per non sembrare partigiani bisogna anche dire che è poi difficile affermare con certezza che McGregor sia il migliore - oddio, che nessuno gli mostri queste note!
Nonostante i vari ‘Deepstaria’ da premio e la bravura straordinaria anche di tanti suoi collaboratori - gli va riconosciuta anche la capacità di scegliere i più bravi e di sapersi confrontare anche con le personalità più solide - , la concorrenza non manca a Sir Wayne.
Per quanto riguarda quel che si vede sui palcoscenici, a dirla tutta, sul podio dei coreografi europei di tendenza al primo posto da qualche stagione sale dritto Hofesh Shechter, che è di cinque anni più giovane di McGregor ma si è traferito da Israele a Londra fondando la sua compagnia più o meno contemporaneamente, nei primi Duemila.
(E diciamo pure che oggi Hofesh sforna capolavori da lasciare il pubblico a bocca aperta, come ‘Theatre of Dreams’, prodotto dal Théâtre de La Ville Paris, mantenendo anche una vivace seconda compagnia di giovani. E così pure tra i nuovi più brillanti coreografi europei si nota un certo ‘Shechter touch’…)
Ma a confezionare cinque festival internazionali come quelli che ha firmato McGregor a Venezia, per ora non sembra esserci riuscito nessuno.
Il segreto è semplice: pur avendo un ruolo di primo piano nell'industria culturale istituzionale di un Paese guida del capitalismo ordoliberista, Sir Wayne ha un’identità artistica alta, decisamente impegnata, cosciente e attenta alla cultura del suo tempo, soprattutto alla scienza e alle tecnologie. Magari non mostra apertamente un profilo ‘politico’ militante, come Milo Rau o - per dire di un’illustre collega della danza - Maguy Marin, ma nella sostanza delle scelte non scende a compromessi con il sistema dominante.
E non rinuncia mai a correre sempre sul filo, come un acrobata, ovvero non gioca mai così precisamente dentro il campo della danza tradizionalmente inteso: dopo aver scartato così bene verso il teatro, l’anno scorso, con il Leone d’Argento a Carolina Bianchi, quest’anno fa un salto all’indietro clamoroso e dichiarato nel titolo ‘Time Does Not Exist’ a partire dal Leone d’Oro al Bangarra Dance Theatre australiano.
Leggere per credere le articolate risposte che McGregor ha dettato online a il manifesto per presentare questa sua (ultima?) Biennale. Degli aborigeni del Continente nuovissimo, che saranno premiati nella Sala della Colonne - chissà se alla presenza di qualche rappresentante del nostro governo sovranista accanto al pur anomalo Fratello d’Italia Presidente Pietrangelo Buttafuoco -, Sir Wayne dice: ‘sono portavoce di una conoscenza geologica straordinaria, e nonostante siano sostenuti, si confrontano con un sistema politico non propriamente accogliente. Vincere questo premio è importante per loro. Bangarra esplora un tempo ancestrale, che è uno dei temi che mi interessa: nelle loro danze, nei loro corpi, passato e presente vivono simultaneamente, intrecciati e non distesi in una linea cronologica tradizionale’.
‘Il tempo ancestrale’, continua McGregor, ‘lo ritroviamo anche in 'Láhppon/Lost' della regista e coreografa lappone Elle Sofe Sara. Firmato in tandem con Hlín Diego Hjálmarsdóttir per il Norwegian National Ballet, si ispira a un episodio antico della cultura Sámi, la rivolta di Kautokeino (1852) contro le autorità norvegesi. Il lavoro di Elle Sofe Sara è fortemente connesso al contesto in cui l’artista vive, legato ai ritmi della giornata delle renne, delle quali si occupa, e su cui si regola anche il tempo delle prove, incredibile, no?’
Abbastanza sorprendente anche il Leone d’Argento alla sudafricana, Mamela Nyamza, dallo spiccato profilo di attivista, che gli spettatori appassionati di FOG hanno già avuto modo di conoscere in Triennale Teatro Milano (la lista dei talenti rilanciati da Umberto Angelini si fa lunga ormai...). ‘È una straordinaria artista’, dichiara Mc Gregor. ‘Il suo lavoro è molto conflittuale, ha bisogno e merita grande supporto. Stiamo vivendo un tempo difficile per quelle voci che hanno urgenza di farsi ascoltare attraverso la loro opera’.
BIENNALE DANZA 2026: IL TEMPO NON ESISTE
Il 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, intitolato Il tempo non esiste, si svolgerà a Venezia dal 17 luglio al 1 agosto sotto la direzione di Wayne McGregor.
140 artisti per più di 60 appuntamenti lungo l’arco di due settimane e un programma di tutte novità: 9 prime assolute, 3 prime europee, 8 prime italiane.
Dalle Prime Nazioni australiane al Sudafrica, i Leoni della Biennale Danza 2026 portano a Venezia Bangarra Dance Theatre (Leone d’oro alla carriera), la prima formazione interamente composta da danzatori aborigeni australiani, e la danzatrice, coreografa, regista e attivista Mamela Nyamza (Leone d’argento) con l’omonima compagnia.
Entrambe le formazioni debuttano con due prime europee: rispettivamente Terrain, coreografia di Frances Rings, spettacolo che evoca la forza del corpo e della terra ispirato alla bellezza senza tempo del più grande lago salato dell’Australia, il Kati Thanda-Lake Eyre, e The Herd/Less, un’opera sull’ambiguità di un mondo meraviglioso che evoca violenza e vulnerabilità esplorando il doppio significato di “gregge”: simbolo di armonia collettiva, ma anche di controllo e sottomissione.
Un atteso ritorno a Venezia e alla Biennale quello di Emanuel Gat, figura di spicco della danza israeliana e fra i coreografi più amati anche in Europa, dove è attivo in Francia da un ventennio. Five Days in the Sun, sulla quinta sinfonia di Mahler, è la novità che questo artista dalle linee coreografiche pure, modellate sulla scrittura musicale, riserva a Venezia insieme a un nuovo ensemble di dodici danzatori.
Storia e traumi si inscrivono nella memoria del corpo con due artiste che della pratica coreografica fanno un gesto contemporaneo, poetico, politico. In prima per l’Italia, What is War interroga i segni lasciati dalla guerra sul corpo e nella memoria collettiva delle generazioni a venire. In scena Eiko Otake, formata in Giappone dai maestri del butoh Kazuo Ohno e Tatsumi Hijikata, attiva a New York dal 1976 e presente in tutto il mondo con le sue opere multimediali, e Wen Hui, carismatica pioniera della danza moderna in Cina, dove fonda a Pechino nel 1994 la prima compagnia indipendente, fuori dal sistema statale, oggi di stanza a Francoforte. Tra nuove guerre e crisi globali Wen Hui ed Eiko Otake ci ricordano quanto sia fragile, e quanto preziosa, ogni vita individuale.
Il corpo come forma di documentazione storica, sociale e politica si esprime anche in Láhppon / Lost della coreografa e regista Elle Sofe Sara, che nella cultura Sami e nella natura totalizzante della Finnescandia delle sue origini, alla confluenza tra Norvegia, Russia, Finlandia, Svezia, trova fonte di energia creativa. L’opera riecheggia e rifrange nel presente un episodio cruciale della storia Sami, la rivolta di Kautokeino (1852) contro le autorità norvegesi e le pratiche di assimilazione forzata, per riflettere sui meccanismi umani della paura, dell’ingiustizia, della speranza. Per la prima volta, un’artista lappone, Elle Sofe Sara, insieme alla coreografa islandese Hlín Diego Hjálmarsdóttir, dirige 19 dei 70 ballerini del corpo di ballo del Teatro dell’opera di Oslo, debuttando lo scorso anno sul suo palcoscenico principale.
Va alla ricerca di un vocabolario che unisca corpi e storia, i figli della diaspora ai loro luoghi d’origine, letteralmente spogliandosi di ogni tradizione accademica per reinventare le proprie radici sepolte, la coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana, che ha alle spalle studi con De Keersmaeker e Charmatz, prima di fondare la compagnia Kintana a Bruxelles lo scorso anno. Fampitaha, fampita, fampitàna, novità per l’Italia, sviluppa un approccio collettivo alla coreografia, messa in dialogo con narrazione e musica, assieme a quattro partner, tre danzatori e un musicista, esponenti della diaspora di Haiti, Martinica, Guadalupa.
Omar Rajeh, figura centrale per la diffusione e lo sviluppo della danza contemporanea in Libano e nel mondo arabo, oggi noto anche in Europa dove è di stanza a Lione dal 2020, porta al festival il suo ultimo lavoro, Dance people. Considerato pietra miliare di un percorso artistico che smantella gerarchie e strutture di potere normalizzanti e disciplinanti del corpo, Dance People afferma il valore aggregante e comunitario della danza, facendone un atto dalla valenza fortemente politica. Rajeh reinventa il teatro concependolo come territorio condiviso dove lo spettatore è parte integrante, libero di muoversi e di modellare insieme ai danzatori lo spettacolo. Da un’estetica dello sguardo a un’estetica della partecipazione. Perché Dance People non è uno spettacolo da contemplare da lontano, ma un gesto da condividere, uno spazio da abitare.
L’arte effimera della danza, che nasce, muore e sempre si rinnova nello spazio circoscritto di un gesto è al centro dell’opera di alcune compagnie invitate alla Biennale Danza.
Testo, movimento e ipnotiche illusioni sceniche in cui il tempo si inverte, la gravità svanisce e le leggi della natura si dissolvono, Tempo è firmato dall’artista finlandese Kalle Nio, capace di fondere teatro visivo, cinema sperimentale, circo contemporaneo e nuova magia, insieme al coreografo brasiliano di stanza in Svezia Fernando Melo. La danzatrice e burattinaia slovena Barbara Kanc, il danzatore italiano Luigi Sardone e il danzatore e acrobata svedese Winston Reynolds si muovono in un paesaggio tra danza, teatro e acrobazia.
Vincitore del bando nazionale per una nuova coreografia, Andrea Salustri vanta una formazione transdisciplinare che mette in gioco nei suoi spettacoli, dove plasma un mondo di oggetti da manipolare, trasformare, assecondare con il corpo rivelandone la segreta vitalità. Dopo Materia, un passo a due tra corpo e oggetto che aveva affascinato il pubblico della Biennale Danza 2023, con Invisible () Salustri si concentra sugli agenti immateriali – aria, luce, fumo, vento, nebbia - chiedendosi se la danza può essere un modo per far diventare, anche solo per un breve istante, visibile l’invisibile.
Vincitore del bando internazionale, Oli Mathiesen, neozelandese di origine Maori, attraversa con la sua pratica di performer e coreografo diverse discipline - danza, teatro, cinema. A Venezia presenterà Just Between Me and Jesus, un lavoro ispirato alla cultura del clubbing e alla liturgia che lo sottende, con sette danzatori neozelandesi (Aotearoa), mettendo in risalto rituali condivisi, devozione e senso di appartenenza in un’espressione di euforia collettiva.
Tante le figure cardinali della danza provenienti da una parte e dall’altra del globo:
Adam Linder, australiano attivo tra Los Angeles e Berlino, autore di opere presentate in contesti teatrali e anche espositivi come il MoMa di New York, già alla Biennale con la Sydney Dance Company, torna a Venezia con Drip Tekhne, concepito in stretta connessione con i dieci interpreti, residenti all’Opera Reale di Copenhagen, Dansk Danseteaters: un’esplorazione sull’evoluzione del processo che ha portato i nostri corpi a diventare strumenti tecnici per la danza.
Una parata di stelle con la Winndance, acronimo di When if Not Now, nuova formazione di Stoccarda che raccoglie i più bei nomi della danza sopra i quarant’anni e autori di punta: John Neumeier, che ha riscritto la storia del balletto contemporaneo insieme a Kylián e Forsythe, con cui è cresciuto alla scuola di Cranko, Imre e Marne von Opstal, coreografi associati al Nederlands Dans Theater, dopo una lunga attività con le migliori compagnie del mondo, Rainer Behr, già attivo con le maestre del Tanztheater Susanne Linke e Pina Bausch, Javier de Frutos, fra i più influenti coreografi latino-americani attivi in Europa, Omar Román de Jesús, esponente della coreografia portoricana, noto in tutto il mondo. Presenteranno in prima mondiale il progetto Scirocco, ovvero due capitoli in dialogo: Morte a Venezia e il Ponte dei sospiri; gli interpreti sono fuoriclasse come Diana Vishneva, Silvia Azzoni, Kayoko Everhart, Mara Galeazzi, Silas Henriksen, Igone de Jongh, Marijn Rademaker, Oleksandr Ryabko, Gil Roman.
Ha fatto la storia la danzatrice e coreografa americana Molissa Fenley, che sarà a Venezia in triplice veste. Anzitutto come autrice del pezzo di culto State of Darkness, con un singolo danzatore a cimentarsi con un’intera orchestra nella Sagra stravinskiana vista sotto una nuova luce, nell’interpretazione di Cassandra Trenary, già prima ballerina dell’American Ballet Theater e ora della Wiener Staatsoper. Poi come autrice e in via eccezionale nuovamente interprete di Bardo, l’assolo che aveva concepito per Keith Haring nel decennale della scomparsa dell’artista, con cui la Fenley era in diretta amicizia collaborando a diversi progetti insieme. Nella tradizione tibetana “bardo” indica lo spazio liminale tra morte e rinascita. Infine Molissa Fenley sarà maestra per i sedici giovani danzatori e i due coreografi di Biennale College in vista di una nuova creazione in prima mondiale per il festival.