Appunti sulla stagione 2025-26 /2: ancora su Ortoleva e 'I Persiani'. Con postilla sul monologo di Giannini a Genova
07.08.2026
A Santarcangelo Festival gran bel finale di direzione di Tomasz Kireńczuk. Nell’ultima domenica si notava la durational performance ‘Like it is' di Ewa Dziarnowska, collocata nella palestra dell’Istituto Tecnico Molinari, dove è poi andata in scena ‘Ode’ della brasileira Carol Teixiera, mentre nel teatro Il Lavatoio veniva ospitato il nuovo lavoro di Wojciech Grudziński 'CUTE & AWKWARD’. Una sorta di triplice chiusura che in fondo rispecchia la linea stessa della direzione di Kireńczuk: ricerca anche di linguaggi performativi, con uno spettacolo che ribalta addirittura la concezione lineare del tempo (Dziarnowska), poesia pura per cantare ciò che potrebbe essere con Teixeira, e infine la storia queer che chiude il dittico di Grudziński aperto con ‘Threesome’. Va detto che, al termine del suo quinquennio, Kireńczuk ha concesso anche qualche apertura, con alcuni spettacoli più ‘larghi’ già programmati anche in contesti teatrali tradizionali.
Per tradizione Santarcangelo è e resta un festival ‘impegnato’ dalla forte caratterizzazione politica, fin dalle prime edizioni quando era ancora il ‘Festival del teatro in piazza’. Quest’anno, 56ma edizione, svettava la bandiera palestinese accanto alle altre istituzionali davanti alla sede del Comune di Santarcangelo di Romagna, in piazza Ganganelli, dove nei giorni del festival c’è il quartier generale e il refettorio. E a brillare di gran luce sono stati proprio diversi artisti del martoriato Medioriente, in varie location, non proprio in piazza però. Il centro della cittadina, soprattutto durante i fine settimana, si rivela un contesto teatrale alquanto dispersivo: per esempio, l’ambizioso progetto sugli inchini ‘BOW’ di Grudziński, lavoro sofisticato scelto per l’apertura, scandito da una ripetitività quasi ossessiva, non si è giovato certo della collocazione in piazza intorno all’ora di cena, in mezzo al via vai di cittadini e ospiti, anche se, a dire il vero, nelle prime file con le sedute c’era una certa attenzione del pubblico.
I contesti extra-teatrali, come il parco Baden Powell, ai margini della meravigliosa cittadina cantata da Tonino Guerra, Lello Baldini e altri poeti dialettali, sono un banco di prova davvero impegnativo per i perfomers. Eppure, nonostante il disturbo dei vari rumori esterni, del traffico e del passaggio dei gitanti, dei cani dei dintorni e persino di un parapendio a motore che è comparso in cielo, si è perfettamente ricreata tutta la magia del meraviglioso testa-a-testa costruito con il solo respiro da Mehdi Dahkan, in scena con Mohamed Bouriri per ‘KMs of RESISTANCE’ (già molto applaudito, per esempio, al festival LIFE di Milano). Dahkan, che ha approfittato dell’invito a Santarcangelo per seguire attentamente alcuni altri spettacoli del festival stesso, ora parte alla volta di New York City: è annunciato al Watermill Festival della Bob Wilson Foundation, la prima edizione della rassegna dopo la scomparsa del Grande Maestro di origini texane.
Non si può che definire incantevole, anche perché costruito come un perfetto crescendo verso l’esplosione finale (no spoiler!), il nuovo lavoro di Marah Haj Hussein, performer e autrice nata a Kofor Yassif, nella Palestina occupata, ed emigrata ad Anversa - aveva già mostrato la sua bravura in ‘Language no broblem’, a Milano ospitato da Triennale Teatro. Questo nuovo progetto, affinato con una residenza stessa a Santarcangelo, è presentato con Nur Garabli, che viene da Yaffa ed è particolarmente impegnata nella tutela del patrimonio culturale palestinese. Super-brave davvero, hanno lavorato inizialmente con il titolo ‘Lululeesh' (riferito al grido che scandisce i balli tradizional), sui temi del confronto generazionale tra donne palestinesi. Poi lo spettacolo in realtà si è concentrato sulle tecniche stesse della danza in un contesto dove la militarizzazione anche dei corpi è la strategia deliberata di controllo dell’occupante israeliano. Il nuovo titolo in arabo e inglese 'مرتاحة؟ In relation to whom?' allude alla possibilità di elaborare la ‘rieducazione’ autoritaria e liberarsi dai gesti inculcati a forza per riconnettere compiutamente il corpo e se stessi al mondo vitale da cui non si vorrebbe essere strappati. Ed è assolutamente encomiabile anche soltanto la scelta di Marah di presentare proposte davvero originali, ironiche e commoventi, tanto quanto completamente prive di manifestazioni esplicite di risentimento nei confronti degli israeliani.
La riconosciuta caratura sociale e umana del luogo accentua la tradizionale convivialità da festival, non soltanto degli artisti ma anche dei numerosi spettatori professionali che si mescolano con gli appassionati. Già la prima domenica spiccavano, tra i tanti, i volti di alcune figure femminili di riferimento nel teatro impegnato, come Silvia Bottiroli del Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles o Valentina Kastlunger di Zona K. Alla fine di un tour de force da spettatrice, Kastlunger sembrava aver apprezzato parecchio non solo gli spettacoli politicamente impegnati, assimilabili al genere del teatro di realtà che l’associazione milanese sostiene e propone da anni, ma anche una sofisticata incursione nel territorio dei sentimenti come ‘Joyaux Lourdement Sous-estimés’ di Bast Hippocrate. Performance che era presentata così: ‘una favola d’amore gay in cui il corpo diventa terreno di conflitto e riconciliazione. Una discesa nella tenerezza, nella fusione, nella dipendenza, nella violenza, seguita da un gesto di rinascita’. Peraltro dello stesso Hippocrate nel programma si leggeva: ‘è un artista svizzero, afrodiscendente e queer, di seconda generazione’.
La citazione
Mo viaza tè, mè a stag bén dò ch’a so,/ch’i vén fura, aquè, (…)/ (...) mo ‘lòura/ csa vét zarchè vaiéun, che mè sno e’ lèt/ furistír, e’ cuscéin, che s’a n’ò e’ méi,/ pu tótt, t vé véa se sòul, t’aréiv ch’e’ pióv,/ ta n cnòss niseun, u t tòcca dmandè sémpra,/e al gambi quant l’è nòta,/ vdai e’ mònd?/ Che dop t si piò pataca ca né préima(...)
Anche Federica Rosellini, aut-attrice italiana tra le prime e più brave, fresca di nomina alla condirezione del Festival delle Colline Torinese, s’è impegnata a seguire vari spettacoli. In versione privata e normalizzata da occhialini professorali, davvero diversa dalla ‘tigre di Treviso’ che appare in scena, Rosellini è sembrata non indispettirsi nemmeno quando il solito fan l’ha scoperta per arpionarla, all’uscita dall’originalissimo ‘CLAP & SLAP’. E' il nuovo lavoro della performer e attivista lituana Agnietė Lisičkinaitė, stavolta in coppia con il bielorusso Igor Shugaleev. Lo spettacolo riporta perfettamente il devastante clima di tensioni nazionalistiche che domina nelle aree intorno all’Ucraina invasa da Putin, partendo proprio dalle esperienze personali di Agnietė e Igor, ovvero dall’incontro-scontro tra i due, umano, politico e fisico, con tanto di memorabile lunga scena di schiaffoni. Un lavoro assolutamente da rivedere, speriamo presto, in qualche altro festival, magari con un serio dibattito dopo. Non sono mancati, in una terra di vecchi comunisti, gli spettatori che hanno trovato ‘CLAP & SLAP’ troppo anti-russo, addirittura ‘fascista’…
A rompere lo schema consolidato negli ultimi cinque anni dal curatore polacco, un mix tra impegno politico e incursioni nel privato, è atteso ora Luigi Noah De Angelis, autore e regista teatrale e cinematografico di Fanny&Alexander. In occasione della nomina a nuovo direttore artistico, ha dichiarato d'immaginare la rassegna come 'una foresta di sguardi' non preordinati né per forza coerenti e ha promesso d’impegnarsi per mantenere ‘l’ecosistema’ artistico complesso del festival con grande attenzione curatoriale, e costante apertura agli stessi artisti. In bocca al lupo!