Ehi, Marah, non è che con quel 'freschino' sbattuto sotto il naso ci volevi far sentire tutti un po' traditori?

Locandina del nuovo spettacolo in tour tra Francia e Belgio (da monty.be)

 D’accordo, non siamo nelle Fiandre, carissima Marah - e per fortuna che dobbiamo solo scriverlo il tuo nome, non pronunciarlo esattamente, ché è quasi impossibile per un europeo, come ci avverte una delle ultime voci che risuonano in questo tuo ‘Language: no problem’.

Siamo di fronte a te nel retropalco del Teatro dell’Arte, in Triennale Milano, per l’ultimo scorcio 2026 del festival più cool del pianeta teatro in Italia, avvolgente sin dal nebbioso logo FOG.

In quest’antro, proprio il 1° aprile e la sera dopo, non siedono altro che appassionati, e non solo d’emozioni artistiche: cittadini sicuramente sensibili alla causa di cui tu, Marah Haj Hussein (con quel suffisso familiare così musulmano nel cognome: Haj starebbe per pellegrino alla Mecca) vai narrando, quella dell’identità e della vita stessa del popolo palestinese, sempre più atrocemente sottoposte al rischio di annientamento.

 Ma no, non siamo proprio tra le fermate del treno dove viaggi con il tuo racconto, tra Antwerp e Gent, luoghi che evocano, anche solo in questa nostra provinciale e vecchiotta realtà culturale italiana, così tanti artisti di tendenza e tante belle sale, dal De Singel all’NTGent, aperte al mondo intero e non ai soliti circoletti degli amici.

E così, di questa tua fugace, insolita e ficcante incursione a Milano non resteranno certo delle tracce critiche o cronistiche corpose e intelligenti come quelli che si possono leggere online in vari ‘.be’, per esempio anche soltanto in una delle recensioni dai dossier sulle annate teatrali del sofisticato magazine e-tcetera.be (vedi testo a seguire).

In primo luogo perché da spettatori siamo stati tutti un po' frastornati, quand'anche propio non disorientati, perché 'Language:no problem' richiede sicuramente una soglia di attenzione notevole e l’apertura totale ai nuovi possibili linguaggi del teatro performativo.

 E’ un peccato, già, ma devi capire che pur in una metropoli che si crede di standard internazionale come Milano, non è lo stesso così facile incontrare appassionati che accettino l’idea di seguire per 70 minuti una non-esibizione di danza, per giunta di una bellissima performer classe 1998, che quando accenna un assolo di movimento lascia senza fiato. 

 (A un certo punto, quasi nel prefinale del suo lavoro, Marah si avvicina a una sorta di telaio di una porta finestra e comincia a salirci sopra e a cascarci dentro e intorno, in un modo da brividi che poteva suonare come metafora della distruzione di Gaza, secondo la solita intelligente dramaholica, trovata per caso alla fine, tra gli astanti dinanzi agli armadietti del guardaroba, in attesa di recuperare zaini e caschi delle moto e delle bici). 

 E devi pure pensare, strepitosa Marah dallo sguardo magnetico, quanto sia strana per noi la tua scelta di concludere una lunga lezione culturale a tratti pure davvero leggera, cuocendo un uovo al burro per poi sbattere il rosso in un piatto, e infine portare in giro qua e là la sostanza stemperata sotto il naso degli spettatori, per due minuti circa, fino a far spegnere le luci. 

 Da queste parti si chiama ‘freschino’ quell’odore sgradevole, e siccome studi così bene e così seriamente il linguaggio, ci fa piacere dirti, ricorrendo a uno dei più grandi esperti di lingua italiana, Manlio Cortelazzo, dizionarista eclettico e pregiato etimologista, che la parola è dialettale veneta originale. E che poi ‘savère da freschìn’ nasce in un mondo contadino del Nord-Est dove le uova sono nell’aia di casa e dove il mare è lì a due passi, Venezia certi giorni con i suoi canali e la Laguna, il pesce che in poco tempo può arrivare a produrre quella stessa fastidiosa puzza.

Mai nessuno ci aveva regalato un finale con sgradevole ‘freschino’ da annusare, no davvero: in Italia a teatro ora va di moda chiudere con una qualche musica ritma-applausi, tanto per cominciare a farla franca... 

 Soffermarsi su quel ‘freschìn’ può indicarci qualcosa ancora. E' il diminutivo di un aggettivo d’origine ipoteticamente longobarda, che usiamo impiegare da secoli in tanti modi di dire. Per esempio, ‘finire al fresco’ non è così bello nemmeno nell’èra del riscaldamento globale, dato che indica la condizione del carcerato.

Invece ‘stare freschi’ è un’espressione che risalirebbe all’Inferno dantesco, per estensione quasi scherzosa, dai peccatori condannati al ghiaccio perenne del IX cerchio, che sono non a caso i traditori.

Ecco è questa la condizione in cui tu, con garbo e meticolosità, hai portato di nuovo le nostre pavide coscienze di fronte alla persecuzione del tuo popolo: noi tutti che per decenni abbiamo preferito girarci dall'altra parte e solo a massacro dei gazawi già cominciato siamo stati magari pure bravi a sfilare un sabato in corteo con la kefiah. 

 Non sarà piacevole ma è inevitabile oggi ‘stare freschi’ e sentirsi di fatto traditori della causa ormai del mondo stesso. Ma questo è un discorso generico e il teatro può giusto ricordarci chi siamo e chi dovremmo idealmente essere.

Ora bisognerà tener d’occhio anche il sito del Monty di Anversa, per seguire il tuo lavoro: speriamo che lo faccia anche qualcuno che può invitarti di nuovo in Italia, magari con questo nuovo lavoro ‘In relazione a chi?’ che stai cominciando a portare in giro con la tua nuova compagna di scena da Jaffa Nur Garabli…  

Marah in posizione pre-cooking durante 'Language: no problem' (foto di Boris Breugel)

MARAH PER I NOMADI MOUSSEM

Scheda dell'artista dal sito ‘centro nomadico’ per l’arte Moussem che ha prodotto 'Language: no problem' insieme con Monty

Marah Haj Hussein (n.1998) è una ballerina, attrice e regista di Kofor Yassif nella Palestina occupata. Attualmente ha sede ad Anversa, dove si è laureata nel 2021 con un Bachelor of Dance presso il Royal Conservatory di Anversa. Nel giugno 2023, ha completato il suo master in Dramma presso KASK di Gand. Unendo queste due discipline, Haj Hussein sfida la delineazione che separa il testo dal movimento, cercando allo stesso tempo possibili modi per consentire a entrambi di entrare nello spazio performativi.

Nel suo lavoro, Haj Hussein si affina sul concetto e sulla definizione della lingua madre, esplorando le dinamiche di potere tra le lingue. Questo focus ha portato alle esibizioni Kilma Hilwa & Zayt Zaitoun (2021), In Exile (2022) e Language: no broblem (2023). Oltre al suo lavoro, si esibisce in Another Sacre, coreografie di Alain Platel & Bérengère Bodin, TH LNG GDBY di Tuur Marinus e Colors di Frank Dierens e Jitse Huysmans.

Durante la sua residenza a Moussem, Haj Hussein mira a continuare il suo lavoro sulla performance Language: No broblem, che ha iniziato a sviluppare per la sua presentazione finale al KASK nel 2023. In questa performance, l'artista spazializza diverse voci in una serie di conversazioni in e sull'arabo palestinese, basate su registrazioni autoprodotte che ha raccolto in situ in Palestina dal 2021. In queste conversazioni, vari membri della famiglia di Haj Hussein parlano del loro rapporto con la loro lingua madre - l'arabo - e quella con la lingua ufficiale del paese in cui vivono - l'ebraico.

'Attraverso queste conversazioni, mi scopo ad attirare l'attenzione sulle caratteristiche e sull'evoluzione di una lingua all'interno di una serie di condizioni sociali e politiche di impatto. Dare voce all'arabo palestinese parlato e includere l'ebraico, l'olandese e l'inglese, Lingua: nessun problema desidera indagare il ruolo della lingua attraverso narrazioni personali nel plasmare la nostra comprensione dei confini e dello spostamento'.

Passaggio coreografico di 'Language: no problem' (foto di Boris Bruguel)

MARAH E' TUTTO UN/IN PROGRAMMA

Recensione di Paula Rodríguez Sardiñas, storica dell’arte, scrittrice, ricercatrice e redattrice, per ‘Dossier: Theater Aan Zee 2025’ (traduzione per il programma di sala di Triennale Teatro a cura di Maria Cristina Coldagelli per Scriptum)

Vincitore del premio Roel Verniers 2023, ‘Language: no problem’ della danzatrice palestinese Marah Haj Hussein partecipa al Theaterfestival 2024. Il risultato è un vivace spettacolo solista che indaga il potere, le possibilità e i limiti della lingua con energia, carisma e compassione. Che cosa siamo, in fondo, se non i figli e le figlie delle lingue che parliamo?

‘Language: no broblem’ si apre con una lezione di lingua apparentemente improvvisata, in cui Haj Hussein si rivolge al pubblico in tono rilassato e ammiccante. Ci presenta i tre alfabeti che vedremo per tutta la durata dello spettacolo – al-abjadiyah (arabo), alef-bet (ebraico) e latino –, poi si gira verso una lavagna rettangolare. Scrive quattro parole arabe, ciascuna accompagnata da una 'traduzione' fonetica in caratteri latini e da una breve spiegazione del suo significato.

Le parole, spiega Haj Hussein, torneranno in tutto lo spettacolo, e quindi sono importanti per poterlo comprendere: yahoud, che significa cittadino ebreo dello stato di Israele; fosha, l’arabo scritto; nakba, l’occupazione ininterrotta della Palestina da parte di Israele; khalas, basta. Benché usate con moderazione, queste parole formano da subito le colonne su cui si costruisce lo spettacolo e, lette di seguito, danno una frase completa: ‘Occupation no more’. Haj Hussein fissa la lavagna a una carrucola e la issa in alto sulla scena, dove rimarrà appesa come un promemoria per tutto lo spettacolo.

Alla lezione di lingua seguono frammenti audio di interviste che Haj Hussein ha fatto a familiari, amici e conoscenti sul loro rapporto con l’arabo palestinese e con l'ebraico, imposto dagli occupanti israeliani ai palestinesi come prima lingua. All’inizio le traduzioni delle interviste vengono proiettate su un telo teso su un telaio di legno collocato al centro della scena. Le persone intervistate si esprimono sul valore del parlare la propria lingua madre: l’arabo non è solo un mezzo di comunicazione, ma parte integrante della loro identità culturale. Permette loro di sentirsi unite con la propria famiglia, la propria comunità e la propria cultura, e di esprimere il proprio orgoglio per questi legami.

Haj Hussein si accosta alla lingua come a un organismo vivente dalle molteplici funzioni (sociopolitiche): così, è tanto una forma di patrimonio culturale quanto uno strumento di oppressione, un modo per creare legami quanto per escludere l’Altro.

Si nota che, nonostante la funzione esplicativa delle proiezioni, alcune parole non sono tradotte ma mantengono i loro caratteri originali, in molti casi ebraici. Potrebbe essere interpretata come una disattenzione, e invece queste intenzionali mancate traduzioni aprono una nuova linea di pensiero. Mantenendo la lingua e l’alfabeto originali delle parole, Haj Hussein sembra fare appello a ciò che il poeta martinicano Édouard Glissant (1) ha definito 'il diritto all’opacità'. Opacità che, secondo Glissant, rimanda all’intraducibilità che può esistere tra lingue e culture diverse: alcune parole, usi e concetti non hanno, semplicemente, un equivalente in un’altra lingua.

Tradurre con una parola inadeguata in una lingua occidentale determina una perdita di significato del termine originale. Per questo Glissant difende il mantenimento tout court di alcuni termini e l’accettazione dell’illeggibilità che ne deriva. Questo sembra il caso di ‘Language: no broblem’: non traducendo le parole ebraiche che durante i decenni di occupazione si sono insinuate nell’arabo palestinese, si chiariscono la loro presenza e la loro condizione di 'infiltrati'.

Haj Hussein usa la forza dell’opacità per assegnare alle parole una condizione diversa: quella del prestito, dell’intruso, dell’occupante.

Mentre le persone intervistate raccontano le loro storie, Haj Hussein non sta ferma un attimo. Sposta scatole nere da una parte all’altra del palco, persino una grande tavola da dietro il telaio di legno, che apre e fornisce di un cuscino. Sulla scatola vicina sistema un piccolo olivo. Così, in un batter d’occhio, trasforma l’angolo sinistro del palcoscenico in un salotto improvvisato.

Faretti dalla luce ambrata fanno svanire le traduzioni proiettate e puntano su Haj Hussein, che si è accomodata nel 'salotto'. Qui inizia un racconto che si dipanerà per tutto lo spettacolo: una serie di incontri con i passeggeri del treno in viaggio da Gent Sint-Pieters ad Anversa. L’aneddoto viene a integrare i frammenti delle interviste, permettendo di riflettere non soltanto sul ruolo della lingua nei territori colonizzati, ma anche su come la lingua dà forma alla vita dei migranti che ne parlano una diversa.

In ‘Language: no broblem’ la lingua diventa una cosa complessa: viene mostrata come uno strumento poliedrico, che arricchisce la vita e al tempo stesso la complica. Haj Hussein si accosta alla lingua come a un organismo vivente dalle molteplici funzioni (sociopolitiche): così, è tanto una forma di patrimonio culturale quanto uno strumento di oppressione, un modo per creare legami quanto per escludere l’Altro.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente evidente nel contesto palestinese. Come testimoniano le persone intervistate, l’introduzione dell’ebraico come prima lingua ha rappresentato un tentativo dello stato di Israele di approfondire il controllo sulla Palestina. La lingua assicura, tra le altre cose, che i palestinesi abbiano un accesso limitato tanto alle principali istituzioni pubbliche come la scuola, quanto a servizi 'privati', come medici e psicologi.

Ma l’uso della lingua come criterio di esclusione si osserva anche in occidente. Così, tra urla e risate, Haj Hussein dà voce alle sue frustrazioni sull’idea di essere 'ben integrata'. Seduta a gambe incrociate, esegue una serie di esercizi di respirazione, ripetendo 'I am well integrated'.

Eppure non sempre parlare una lingua diversa, 'esotica', si scontra con un rifiuto: ad esempio, Haj Hussein racconta che l’uomo che le siede di fronte nel treno si mostra improvvisamente interessato a lei dopo averla sentita parlare al telefono in arabo. Tutto fiero la informa che sta imparando quella lingua per sua scelta. Nella bocca di quest’uomo, l’arabo non è lo strumento di resistenza culturale che è in Palestina o il segno di scarsa integrazione che può essere per un immigrato ma uno status symbol, un modo per distinguersi come cittadino impegnato che non rifiuta l’'Altro'.

Benché ‘Language: no broblem’ si presti a molteplici interpretazioni, è importante sottolineare il grande movimento che lo attraversa tutto: lo spettacolo si definisce per un dinamismo costante. Se non è Haj Hussein che passeggia per il palcoscenico, sono i molti oggetti di scena che vengono spostati, aperti, chiusi. Persino le traduzioni proiettate non sono statiche, compaiono in punti sempre diversi: ora sul coperchio di una scatola, ora sul corpo di Haj Hussein, o sul telaio di legno al centro della scena. Persino la storia del viaggio in treno dà una sensazione di movimento ininterrotto, con Haj Hussein che elenca le ben note fermate tra Gent e Anversa.

Questa sensazione di movimento culmina in quella che può essere interpretata come la penultima parte dello spettacolo. Dopo avere scoperto che la ragazza bionda, dall’aspetto fiammingo, seduta di fronte a lei parla in ebraico, Haj Hussein si ritrae in sé stessa. Cerca di calmarsi, si sforza di avere una reazione 'normale' al fatto che la passeggera definisca l’ebraico la lingua 'di casa'. Invece sembra cadere in una sorta di limbo meditativo, delimitato dai suoni di casa. Tira fuori l’olio, una padella e una confezione di uova, che 'cuoce' nel buio.

I rumori ambientali e il sibilo della padella si mischiano e formano una sinfonia meccanica, e su questa Haj Hussein inizia a danzare. Si arrampica sul telaio di legno, lo attraversa. Si rotola sul pavimento, si tira su e si lascia cadere di nuovo, sempre spinta ai suoni trascinanti che ora inondano lo spazio. È un potente spiegamento di emozione, per il quale le parole non bastano.

‘Language: no broblem’ si conclude con un passaggio sulla zankha. Si tratta di un odore che può essere definito come la puzza lasciata sui piatti e sulle pentole dalle uova cotte. Mentre Haj Hussein invita al pubblico a passarsi e annusare l’uovo che ha preparato sul palco, due delle donne intervistate parlano della zankha. Dicono che a volte chi non padroneggia l’arabo non riesce nemmeno a sentire quell’odore, dal momento che non dispone del lessico per parlarne.

Questa conclusione sottolinea il ruolo di una lingua madre non solo come forma di comunicazione ma anche come un genitore. Come una forza creatrice che non si limita a fornire gli strumenti per comprendere il mondo ma a quel mondo contribuisce a dare forma. La lingua determina i colori che vediamo, le trame e i sentimenti che possiamo riconoscere, gli odori che possiamo percepire.

‘Language: no broblem’ è uno spettacolo in cui la semplicità è sempre ingannevole. Non c’è niente di semplice nel 'monologo del treno' che Haj Hussein recita, o nelle interazioni e nei sentimenti contrastanti che vi descrive. Anche se lei li fa apparire naturali, gli spostamenti delle scatole e di tanti altri oggetti di scena non hanno nulla di casuale ma sono una danza dalla coreografia accuratissima, e il minimo errore farebbe sparire i sottotitoli, o farebbe finire a terra lei stessa durante la sua danza sul telaio.

Pur aprendosi con una lezione di lingua, ‘Language: no broblem’ è tutto tranne che pesante: è sempre informale, come una conversazione che prende forma lì per lì. Haj Hussein tratta il pubblico come un suo pari e non sottovaluta mai ciò che noi, spettatori profani, non possiamo capire. Però capiamo che davanti a noi c’è un’artista sincera e dal carisma smisurato che ha talento da vendere. Capiamo che le interviste che ha raccolto e montato accuratamente danno voce a persone che vengono private della vita e della lingua per raccontare la loro storia. Capiamo che, anche se non c’è un appello accorato, veniamo chiamati a scegliere con cura la nostra lingua madre e a impegnarci per le persone intervistate, per Haj Hussein e per la nostra umanità collettiva. Alla fine, è quella a essere in gioco.

(1) Glissant, Édouard (da treccani.it) Scrittore francese della Martinica (Sainte-Marie, Martinica, 1928 - Parigi 2011). Influenzato nelle prime opere dal surrealismo, autore di poesie, romanzi e di saggi, si è interessato ai problemi dell'identità nazionale in epoca postcoloniale. Tra i suoi saggi più importanti vanno citati Poétique de la relation (1990; trad. it. 2005), la sua opera più sistematica sulla situazione coloniale, e Introduction à une poétique du divers (1996; trad. it. 1998), in cui si propone l'idea di una continua "creolizzazione" di tutte le culture.

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