Tenete a mente questo nome: Tara Manić. Pensate che è giovane, brava e così senza paraocchi da capire persino Dua Lipa...

Manifesto originale dello spettacolo di Tara Manić, ospite a FOG il 28-29 marzo

 In tempi tanto oscurantisti e terribili, piace pensare che esista un dio del teatro. Se non c’è niente di simile, a volte appare comunque all’orizzonte degli appassionati qualche fenomeno che si può pensare venga calato come da una forza immateriale superiore.

E’ il caso di cui bisogna parlare dopo la due giorni, con doppio appuntamento quotidiano, nella sala prove di Triennale Teatro, di ‘How I Learned to Drive’ nella versione allestita dalla regista serba, classe 1994, Tara Manić.  

 Per i soliti bene informati almeno il punto di partenza era chiaro: trattasi del capolavoro di una magistrale drammaturga americana, Paula Vogel, ‘Lezioni di Guida’ appunto, Premio Pulitzer 1998, di cui le schede recitano sic et simpliciter: ‘L’opera tratta il tema delicato dell’abuso sessuale con una narrazione non lineare e una potente introspezione psicologica’.

Trattasi pure di una prima italiana preziosa anche solo per misurare la temperatura di una scena balcanica dove questo spettacolo ha fatto subito man bassa di premi (dal Festival Internazionale degli Attori Zaplet di Banja Luca nel 2024, Migliore Produzione, Miglior Attore e Migliore Attrice, al riconoscimento come miglior concept nel 2025 all’INFANT, International festival of alternative and new theater di Novi Sad).

 L’evento - attenzione: stavolta questa odiosa e abusata parola ha un senso - si apriva con una quasi iniziatica doppia discesa di scale per gli spettatori, verso il teatro e poi ancora più giù, con tanto di attesa davanti allo scalone laterale, ormai adibito ad uscita d'emergenza, che un tempo era l’accesso diretto al Teatro dell’Arte. Da questo androne si veniva introdotti, attraverso un breve corridoio semibuio, in un ammezzato che funge da sala prove, con affaccio su viale Alemagna a Milano, per fortuna ormai in parte chiuso al traffico. 

 Una possente e attentissima addetta di produzione Heartefact (vedi oltre) controllava la disposizione della sessantina scarsa di fortunati che si erano procurati per tempo i biglietti. L'assistente di palco, peraltro, s'aggirava in deliziosa T-Shirt bianca con graffiante sovrascritto che celiava il concetto di ‘femme fatale’, con un ‘fatalmente femminista’ in serbo - altro che la remissiva ’Ask Me’ nera della divisa dei ragazzi di Boeri che affiancano le maschere in Triennale.

 Dopo la rituale disposizione su sedie distribuite in quadrati concentrici, che lasciavano libero solo uno spazio di pochi metri - facendo caso a non occupare quelle sei-otto impilabili di plastica contrassegnate da vistosi bollini bianchi, e una seduta pure con un giubbotto da uomo lasciato sopra, che si rivelerà poi essere l’unico elemento scenico - gli spettatori hanno visto entrare la straordinaria protagonista Marta Bogosavljević

 Non un’attrice nel senso in cui siamo abituati in Italia, ma un’interprete di grande scuola internazionale e di apparente sotto-recitazione, che ha cominciato un racconto di frammenti di vita di una giovane donna.

Un racconto del genere letterario che si direbbe di formazione, sempre che si badi bene a non pensare all’opposto che il contenuto rivela, ovvero alla drammatica distruzione di una persona che la sorte ha fatto nascere di sesso femminile in un contesto familiare malato di una società rurale arcaica (ma forse è questa da secoli, in gradi diversi certo, ‘la normalità’). 

 Poco dopo entra in scena - cioè lì in mezzo, a pochi metri dal pubblico - il coprotagonista, un eccellente attore con notevole curriculum, Svetozar Cvetković, ché chissà quanto spenderà di analista per riprendersi dalla perfetta interpretazione del ‘normale zio pedofilo’. 

 Il testo è quel che è, straordinariamente efficace e così difficile da accettare, ma sicuramente si vede il lavoro del drammaturgo Vuk Bošković, che ha affiancato la giovane regista.

L’allestimento, per usare una definizione che in questo caso sa quasi di parolaccia, è di quel sapiente minimalismo che farebbe resuscitare per gli applausi persino Peter Brook

 Il risultato complessivo, grazie appunto a una non-recitazione trattenuta, soprattutto nella gestualità, è un bagno di realtà da cui in fondo ciascun spettatore, come la protagonista, non vede l’ora di poter scappare.

Sono appena 80 minuti ma semplicemente anche un’esperienza sconvolgente, nel bene e nel male. E tra la quota in positivo c’è la sensazione di aver finalmente ritrovato il teatro. Il teatro-teatro, non la brutta copia della brutta televisione post-berlusconiana e nemmeno il rimescolamento di altri ‘più nobili’ immaginari, cinematografici o dell’arte figurativa: non è l’operazione a tavolino di un remake di questo o quel genere da mostro sacro.

Lo spettatore ‘addetto ai livori’ - copyright Dagospia - si può persino chiedere retoricamente: allora, questo sarebbe davvero il fantomatico ‘teatro di parola’ di cui ancora vantano le virtù gli eredi di tradizioni ormai seppellite dall’affermazione del performativo?

 Ecco, per ritrovare il teatro-teatro, anche in un festival come FOG, pur così ricco di offerte internazionali, multidisciplinari e davvero contemporanee di ‘performing arts’, forse è necessario proprio ridurre drasticamente la scala del rapporto con gli spettatori, forse fa gioco fare passare il pubblico attraverso la prova di una sorta di nuova iniziazione.

O forse, semplicemente, ci vogliono talenti limpidi come quello che ha mostrato di avere Tara Manić. 

 Ed è chiaro che per arrivare al risultato di questa versione gioiello di ‘Lezioni di guida’ dalla Serbia, c’è bisogno di lavorare sodo in una bottega dove i diamanti vengono lucidati alla perfezione, dove gli artisti si esprimono in totale libertà pur in un contesto collettivo dai chiari intenti, come è quello appunto del laboratorio di ‘artefatti del cuore’ fondato nel 2009 a Belgrado da Andrej Nosov, regista teatrale e attivista per i diritti umani, al fine di ‘promuovere la consapevolezza critica e l'impegno artistico su tematiche sociali e politiche di attualità’.

 Una bella fabbrica d’arte politica, una bella compagnia di giovani militanti e appassionati che dalla capitale serba si è ormai allargata e gemellata un po’ in tutta la regione circostante, che è balcanica anche nel senso dell’effervescenza culturale.

 Se magari vi piace il teatro-teatro ma non quello politico o impegnato, come appare con nitidezza questo strepitoso ‘Come ho imparato a guidare’ di Tara Manić, dal capolavoro di Paola Vogel, considerate che non si parla affatto di autori, registi e interpreti vittime di paraocchi ideologici, tutt’altro.

Tara è una in grado di far vibrare le corde di un autentico e profondo femminismo, tanto quanto di apprezzare - sorpresa! - il successo di Dua Lipa, una delle popstar più sexy (vedi la sua cronaca-recensione a seguire).

 E sia benedetto il dio del teatro che con i suoi Angelini ci regala ancora questi piccoli miracoli.    

Marta Bogosavljević con Svetozar Cvetković in 'How I Learned to Drive'

L’OTTIMISMO RADICALE DI DUA LIPA,

FENOMENOLOGIA DI UN EVENTO POP 

Stiamo pubblicando il testo originale “Radical Optimism from a Kosovar Hill” della regista Tara Manić, uscito per la prima volta il 4 settembre 2025 sul newsmagazine serbo ‘Nedeljnik’. Tara ha scritto il testo al suo ritorno da Pristina, dove, come parte del nostro programma di visita Kosovo-Serbia, ha partecipato a un concerto della principale pop star di oggi - Dua Lipa. Stiamo condividendo il testo per intero.

 Nella prima settimana di agosto, con un gruppo di amici e colleghi di Heartefact, e grazie al programma di visita Kosovo-Serbia, sono andato a un concerto della pop star di successo - e donna del tipo più consapevole del proprio sex appeal - Dua Lipa, al festival di Sunny Hill vicino a Pristina. Il festival, che lei stessa ha fondato e organizza con la sua fondazione familiare, si concentra sulla salute mentale, incoraggiando i giovani a rispettare i confini e lo spazio personale propri e degli altri, a evitare di mescolare l'alcol con sostanze psicoattive, a prendersi cura degli altri e a rispettare i ‘no’ degli altri. Questa campagna si è rivelata molto efficace, poiché il pubblico prevalentemente giovane è stato sensibilizzato e ha apprezzato, soprattutto, la musica.

 Anche se il festival in molti modi ha superato le capacità turistiche di Pristina (che ha portato a un crollo totale di internet e del traffico in città), è stato accolto a braccia aperte dai tassisti locali, che ne hanno felicemente approfittato, cantando le canzoni di Lipa mentre ti guidavano in giro.

 La mia preparazione per un concerto del genere non era solo logistica ma anche rituale: prevedeva l'apprendimento delle coreografie, il trucco e il travestimento ispirato dalla star (con il trucco YSL, di cui Dua Lipa è il volto), un vestito MATES che assomigliava a uno dei suoi look scenici e l'ascolto costante delle sue canzoni nei giorni precedenti lo spettacolo, mentre indovinavo con quale brano avrebbe aperto.

 Il concerto ha avuto una chiara drammaturgia in diversi atti, ognuno dei quali ha portato cambiamenti di costume e genere. Insieme a Dua Lipa c'era la sua band completa e ballerini di alto livello - con arrangiamenti di moderni ‘inni’ femminili progettati appositamente per questo tour, ispirati alla musica pop degli anni '80 e alla cultura aerobica. Ha aperto il concerto con ‘Training Season’ in un body bianco con cristalli e coreografia di piume (che riecheggia gli atti burleschi di Sally Rand degli anni Trenta) - compresi i momenti in cui è scesa tra la folla e si è rivolta a loro in albanese. Il secondo atto ha portato numeri vocalmente esigenti e successi ad alta energia (‘Physical’, ‘Electricity’, ‘Hallucinate’, ‘Illusion’, ‘Love Again’) in un body rosso rubino di Giuseppe di Morabito (di cui si dice ‘incrostato con oltre un milione di microcristalli Red Siam’) e stivali Jimmy Choo, con effetti pirotecnici. Nell'atto finale, ha eseguito i suoi più grandi successi - ‘Be the One’, ‘New Rules’, ‘Don't Start Now’, e come climax  ‘Houdini’ in un body Chanel nero, reinterpretazione di un abito haute couture del 1992 (indossato anche da Penélope Cruz in ‘Broken Embraces’ di Almodóvar), abbinato a stivali Louboutin neri. I suoi caratteristici capelli dall'aspetto bagnato, il trucco sottile e i body artigianali sono diventati il suo marchio di fabbrica.

Il concerto è stato uno spettacolo accuratamente composto: con una scaletta dinamica, cambi di costume, coreografie contagiose eseguite con facilità atletica, light-design che ha trasformato lo spazio, un design scenico monumentale a forma di segno infinito cromato, suono impeccabile e un pubblico estatico. Il picco emotivo è arrivato quando, invece di una ‘local cover’, ha scelto la canzone ‘Era’ della band kosovara degli anni '90 Oda - eseguendola come un duetto con suo padre, Dukagjin, già frontman di quel gruppo. In quel momento, il concerto si è trasformato in un'esperienza emotiva condivisa tra figlia e padre, famiglia e pubblico, ma anche con Pristina stessa.

Dua Lipa, tanto criticata all'inizio della sua carriera per le ‘esibizioni dal vivo poco convincenti’, ora dimostra che i suoi concerti possono essere altamente estetizzati, produzioni emozionanti che celebrano la forza, il sex appeal, la libertà e il diritto di scelta di una giovane donna di trent'anni. E, come dice il nome del tour stesso, oggi non rimane nulla per noi se non un ottimismo radicale.

Svetozar Cvetković, Marta Bogosavljević e Tara Manić ritirano il primo dei premi ricevuti per questa produzione, le maschere dello Zaplet di Banja Luca (da vecernjenovosti.ba 28.10.2024)

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