Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Due cerchi di sabbia accolgono il pubblico di LIFE nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore. Al centro del primo cerchio, lo spettatore incontra Mohamed Bouriri, che respira a fatica.
Piegato in due, con gli occhi spalancati, osserva chi prende posto in sala mentre, a bocca aperta, tenta di recuperare quel poco di ossigeno che sembra rimasto attorno a lui.
Poi il silenzio.
Poi un altro respiro, più forte e ansimante del suo. È Mehdi Dahkan - coreografo e interprete di Kms of resistance - che si trascina verso il punto di congiunzione dei due cerchi e verso la sua controparte, dando vita al primo incontro. Due corpi vicini, appoggiati l’uno all’altro, che cercano di respirare all’unisono senza riuscirci.
Mehdi è disteso a terra con lo sguardo rivolto al soffitto, Mohamed, invece, siede con il capo chino: due corpi che, nonostante la vicinanza fisica, sembrano abitare due luoghi diversi e distanti. E i loro respiri lo dimostrano.
Comincia così un'insolita drammaturgia del respiro, un dialogo di respiri senza pause, che accelera e rallenta continuamente, mettendo a dura prova i danzatori. Le gabbie toraciche si aprono e si chiudono freneticamente, i corpi si innalzano e si trascinano sul pavimento in cemento e la coscienza sembra non avere il tempo di elaborare ciò che il corpo sta compiendo. O forse non è quella dei performers a essere davvero chiamata in causa.
'Con il loro respiro, io faccio fatica', sussurra una spettatrice in sala, mentre i respiri raggiungono le note più acute. L’atmosfera iniziale di Kms è tutta qui: nell’impossibilità di stare dietro ai respiri dei danzatori, in questa ricerca incessante di aria, inspirata e subito espulsa con una violenza tale da far pensare che i polmoni non abbiano avuto nemmeno il tempo di trattenerne una traccia. È una Aïta dolorosa, che manifesta il dolore senza tentare di contenerlo in alcun modo.
Ed è qui che lo spettatore comprende che ciò a cui sta assistendo non è una semplice mancanza d’aria, ma una vera e propria privazione del respiro, a cui soltanto i danzatori stessi possono tentare di porre rimedio. L’espiro di Mohamed diventa l’inspiro di Mehdi, in una ricerca disperata di un respiro condiviso che possa garantire la sopravvivenza di entrambi.
Il respiro si trasforma così in un grido sordo di sopravvivenza, un tentativo che però non reggerà a lungo. Perché solo due soli respiri non bastano.
Mehdi allora si avvicina al pubblico, appoggiandosi alle gambe di una spettatrice, mentre Mohamed resta in disparte a osservare. Quello che accade poco dopo è sorprendente: Mehdi si volta verso la donna e comincia a respirare con lei, trasmettendo poi quel respiro a Mohamed, che a sua volta lo restituisce al resto del pubblico. Poi di nuovo Medhi si sposta alla sua sinistra, poggia il capo sulle gambe di un uomo e con lui ripete lo stesso gesto.
Anche Mohamed inizia questo nuovo rituale: si alza in piedi e all’imitazione del respiro aggiunge anche un movimento cadenzato delle braccia, che provoca così variazioni di ritmo nei respiri in sala.
In breve tempo, gli assordanti respiri dei performer vengono sostituiti da quelli degli spettatori. Dapprima timidi, si trasformano ben presto in respiri più sicuri e partecipi, fino a dettare un nuovo ritmo alla danza.
Sul volto dei performers appare un sorriso e su questa nuova melodia iniziano una nuova danza. La rigida e circolare sabbia iniziale lascia ben presto posto ad una marea dispersa sul pavimento grigio: non c’è più nulla di definito, ora tutto è libero, tutto è respiro.