Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna

Uno dei tre poster firmati Daniela Berti con foto di Michele Latini per la nuova rassegna

I dramaholici 'kepleriani' di complemento si erano già accuratamente segnati in agenda la data del 23 e 24 ottobre e la meta di Cesena, Teatro Bonci: come apertura della prossima stagione di Emilia Romagna Teatro arriverà finalmente in prima italiana lo spettacolo GONE di Kepler-452, che ha debuttato a Tbilisi a maggio.

Raggiunto ogni genere di traguardo grazie al grande progetto sul soccorso in mare A place of safety, con tanto di repliche di successo a Berlino durante il prestigioso FIND festival, Enrico Baraldi e Nicola Borghesi non si sono crogiuolati sugli allori ma hanno affrontato l’incontro con un gruppo di attrici e attori del Teatro Tumanishvili di Tbilisi per costruire (con Riccardo Tabilio come co-autore) un racconto vivo e autentico sulla popolazione georgiana alle prese con uno straordinario fenomeno di diaspora.

Sull'onda di un'annata davvero straordinaria, poi, Baraldi e Borghesi si sono ritrovati a Bologna il 6 luglio con alcuni amici-colleghi eccellenti per presentare la prima edizione di un nuovo festival, Convergenze, che avrà il suo clou all'Arena del Sole dal 17 settembre.

Una bella scomessa, che rinverdisce un po' i tempi d'oro del primo splendore della stella kepleriana: la compagnia appena formata si mise proprio in luce, agli occhi del sistema teatrale, con l'organizzazione di una rassegna alternativa e sperimentale rivolta al pubblico dei più giovani e dei non-frequentatori di sale di prosa.

Ora riparte con questa nuova esperienza che fa leva principalmente sull'idea di chiamare all'opera, per tre nuovi esperimenti di teatro documentario di realtà su Bologna e sui due poli geografico-sociali di riferimento (Appenino e Riviera) dell'Emilia Romagna, talenti di diversa estrazione e pratica teatrale.

Altri nomi eccellenti costellano il trittico centrale della rassegna e bisognerà poi vedere anche l'esito di tutte le varie iniziative, a partire dal terzo spettacolo di contorno che sarà scelto con una 'open call'.

Ecco, non devono trarre in inganno certe parole magari logorate, e certo è decisamente meglio appunto un 'convergenze' del solito 'resilienza': passi pure per l'inflazionato 'restituzione' che fa tanto San Vincenzo laiche del sociale...

Anche l'azzurra camicia (perlomeno senza veltroniano colletto botton-down!) del travestimento d'entrambi i dioscuri kepleriani per la conferenza stampa non deve trarre in inganno: non sono bobo alla francese, i nostri BaBo, e non sono ancora diventati 'di lotta e di governo'.

Sanno benissimo che l'affetto e l'ammirazione che li circondano si devono al pulsare rosso sangue delle proposte teatrali e politiche (davvero sempre commoventi e co-movimenti) che sono stati in grado di proporre. E in fondo anche Bakunin dovette indossare una vecchia veste da prete e tagliarsi la barba, per non farsi arrestare a Bologna sotto il solleone di centocinquant'anni fa.

Nicola Borghesi ripassa il programma del nuovo Festival mentre Enrico Baraldi ne illustra il senso politico alla conferenza stampa del 6 luglio

 CONVERGENZE prima edizione 17 – 26 settembre 2026, Bologna

(Dal comunicato stampa)

 La convergenza è una pratica di lotta, l’unica che abbia senso in questo nostro mondo al collasso. Convergenze è un modo di guardare la città, il mare, l’appennino, la realtà.

Convergenze è indagini teatrali, spettacoli, laboratori, feste, incontri, discorsi. Convergenze è il nuovo festival di teatro documentario ideato e diretto da Kepler-452.

Nel settembre del 2026 torna a Bologna, cinque anni dopo, per la prima volta da Festival 2030, un festival ideato e diretto da Kepler-452.

 Convergenze deve il suo nome al tempo trascorso dalla compagnia insieme al Collettivo di Fabbrica ex-GKN, che della pratica della convergenza tra lotte ha fatto un metodo e un modo di concepire la realtà.

L’ambizione di Convergenze è quella di offrire uno sguardo diverso sulla realtàche ci circonda tutti i giorni, di indirizzare lo sguardo dello spettatore verso i luoghi meno frequentati, più rimossi, più difficili da osservare, attraverso il teatro.

 Il cuore del festival consiste in un invito che Kepler-452 ha rivolto ad alcuni artisti, chiedendo loro di confrontarsi con il racconto della realtà a partire dal proprio percorso e dalle proprie specificità. Sono artisti che hanno già nel loro lavoro una forte relazione con la realtà, ma che probabilmente non descriverebbero il proprio lavoro come documentario. Si tratta di Marco D’Agostin, Davide Enia e Matilde Vigna

 A questi tre artisti la compagnia ha chiesto di svolgere un periodo di residenza in alcuni luoghi, scelti per comporre un ritratto del nostro territorio che vediamo cambiare sotto i nostri occhi, con un senso di impotenza e spavento. In queste residenze saranno accompagnati ciascuno da una persona che è stata selezionata per le sue competenze specifiche in merito ai contesti che verranno indagati, che per comodità chiameremo “esperti”.

 Marco D’Agostin esplorerà insieme ad Andrea Chiloiro del Collettivo Boschilla, un progetto di ricerca e produzione multimediale sulla montagna e sulle aree interne, l’Appennino Bolognese, osservando con gli occhi di un danzatore e di un intellettuale ciò che accade quando un territorio si spopola, oppure si ripopola di presenze nuove, oppure ancora diventa rifugio per pezzi di umanità che vogliono allontanarsi dai centri urbani.

 Davide Enia è stato invece invitato a raccontare, affiancato da Agnese Doria, docente e coordinatrice pedagogica, i cambiamenti della città di Bologna, partendo dalla propria prospettiva di un attore e autore che è un punto di riferimento del teatro di narrazione in Italia. Sorprendentemente ha deciso che il suo contributo sarà un’installazione creata a partire da interviste con un ampio numero di bambine e bambini a cui domandare della città.

 Matilde Vigna, attrice e autrice che ha avuto negli anni la capacità di cucire insieme biografia personale e grandi movimenti del mondo, infine, si occuperà di indagare la riviera romagnola e raccontarne i cambiamenti, affiancata da Alex Giuzio, giornalista esperto di erosione costiera e dinamiche balneari e turistiche.

 Ciascuno di questi percorsi avrà una prima prova aperta nei luoghi oggetto dell’esplorazione, per poi culminare in una restituzione più strutturata al Teatro Arena del Sole in collaborazione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale. L’obiettivo di questi percorsi non è quello di produrre uno spettacolo, naturalmente, ma di condividere con il pubblico un periodo di esplorazione.

 Ci saranno poi una serie di spettacoli già esistenti che verranno ospitati all’Oratorio di San Filippo Neri, nell’ambito della programmazione del LabOratorio, curata da Mismaonda.

Sergi Casero Nieto, artista performativo catalano, metterà in scena ‘El Pacto Del Olvido’, uno spettacolo che intreccia un discorso sulla dimenticanza del periodo franchista in Spagna con la propria storia familiare.

Niccolò Fettarappa, attore, autore e regista teatrale, classe 1996, invece porterà nuovamente a Bologna il suo Ustica. Una cosa che non fa ridere, commissionato dall’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica.

Inoltre, uno spettacolo verrà scelto attraverso un’open call rivolta a lavori che in qualche modo abbiano a che vedere con la realtà.

 Caterina Marino, attrice, autrice e regista teatrale romana, si occuperà invece di tenere un laboratorio presso gli spazi del DAMSLab in collaborazione con il Dipartimento delle Arti e Il Centro La Soffitta, intitolato Parole da rubare, nel quale tenterà di trasmettere alcune delle tecniche che hanno condotto alla creazione dello spettacolo La futura classe dirigente, in cui molte interviste a bambine e bambini costruiscono un discorso sul futuro del pianeta e sul nostro presente.

Torna infine, negli spazi di Villa Celestina, in collaborazione con Libera Bologna, Tenere banco, un progetto di Nicola Borghesi in cui artisti, attiviste, attori, pensatrici, vengono invitati a tenere una serie di discorsi pubblici, alla ricerca della dimensione perduta della forma discorso, di cui ci sarebbe così bisogno oggi.

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