Si può proprio dire, bella roba del cavolo (fermentato) che c'ha rifilato di nuovo Triennale Teatro! Jaha Koo a Milano
29.10.2026
Posto che sia anche un acronimo - e non sia solo l'insegna originale di una sorta di scuola serale magistrale per adulti, di rieducazione alle emozioni artistiche -, FOG, il festival di arti perfomative di Triennale Milano Teatro sta sempre un po’ per ‘future on going’. Consente cioè al povero spettatore milanese, che dovrebbe arrabattarsi perlopiù con le traduzioni in sala teatrale dei palinsesti televisivi e con l’intrattenimento culturale industriale e commerciale, di fare quel passo necessario per avere almeno un’idea del futuro che è già in corso.
Piccola premessa per festeggiare come si deve l’apparizione a Milano del quarantenne coreano Jaha Koo, con uno dei suoi lavori appena presentati quest’anno anche al Festival d’Avignone, ‘Haribo Kimchi’.
Non sarà facile dimenticare questo mercoledì 28 ottobre che ci ha portato finalmente un’autentica ventata artistica da Seul, invece di quella Korean Wave pop tanto di moda, come ha ben ricordato nel breve incontro dopo lo spettacolo il cuoco-intellettuale Han Eul Lee, docente di cultura e cucina contemporanea coreana al LAC - Laboratorio di Antropologia del Cibo, e perfetto intrattenitore italianizzato.
Che se poi anche lo spettacolo non fosse stato granché, vedere due anime belle così su un palco, per giunta interpretati da una così elegante signora traduttrice, che stanno lì a cercare un dialogo con un gruppetto di spettatori rimasti in sala, varrebbe da solo già il prezzo del biglietto.
Ad abundantiam, era da applausi convinti anche la lettura dal palco del comunicato dei lavoratori del teatro che ha preceduto la rappresentazione.
Jaha Koo è stato seguito con estrema attenzione dai soliti pochi ma buoni, e tra gli altri, seduta attentissima in fondo a destra della fila F, si poteva notare niente meno che Daria ‘DefloriHanKang’.
Guarda caso, l’attrice e regista in tarda mattinata, nel Chiostro Vinchi del Piccolo Teatro, s’era prodotta in una presentazione da manuale, semplice e profonda e persino umile, del suo nuovo ‘Che dolore terribile è l’amore’, dal complesso romanzo storico-fantastico ‘Non dico addio’ della scrittrice sudcoreana premio Nobel Han Kang.
Anche in questo caso Koo il fantastico fa irruzione nel racconto, soprattutto attraverso i tre comprimari canterini techno-animati che portano i nomi di Gona, Haribo ed Eel, ovvero una lumaca, un orsetto-caramella e un’anguilla (quest'ultima poi si materializzerà a sorpresa sul palco, nel prototipo robotico costruito ad hoc).
Ma la lezione magistrale di Jaha Koo, che è autore, attore e musicista, non ha niente a che vedere con il peso della Storia e delle storie da grande letteratura: si presenta come un semplice piccolo racconto di vita, trasformato in teatro partecipato con una ancor più semplice trovata, e fila via liscio per nemmeno sessanta minuti di grandissima levità.
E, però, in questa ‘straordinaria ordinarietà’ della leggerezza si cela l'offerta di un discorso profondo e vivo sul presente.
Alla fine (attenzione, spoiler!) l’anguilla Eel che pone cantando la domanda: ‘Che cos’è casa?’ per suggerire: ’Fate come me, abitate il viaggio’, suggella con una sorta di morale questo racconto di vita e di sfida per l’integrazione, di rispetto e amore per la diversità che è poi la natura.
Un lavoro che, volendo, suona meglio di qualunque discorso razionale che si possa opporre ai deliri identitari sovranisti ed eco-negazionisti con cui purtroppo oggi tocca d’avere a che fare.
Ecco, va detto che si vede proprio che il coreano-anticoreano Jaha Koo, dopo un’esperienza a quanto pare non proprio esaltante in Germania, è andato a cercar fortuna teatrale in quel di Gent, o Gand che dir si voglia (anche ‘Haribo Kimchi’ è prodotto dal Kunstencentrum CAMPO fiammingo, con una trafila di soci d’opera che si apre non a caso con Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles).
Certo, bisogna aver voglia di far funzionare autonomamente il cervello, per sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di questo genere innovativo che è anche un po', in senso lato, il nuovo 'teatro musicale della realtà’, del resto Jaha Koo lo pratica così bene, in paradossale 'sottrazione' di ogni retorica.
Ma anche la più croccante brioche di pasta sfoglia ha bisogno d’essere masticata.
E si è scelta questa abusata metafora del croissant in modo certo impertinente, pur di girare alla larga da quel puzzolentissimo Kimchi ‘cavol’agliato’ che è al centro del discorso di Koo.
Jaha dalla Corea viaggia sempre con la valigia zeppa di fermentato di cavolo napa (o baechu) che si è fatto preparare in famiglia, una ventina e rotti di chili per volta, ha confessato.
E ci vorrebbe un certo talento intellettuale e dialettico per affrontare come meriterebbe questo tema sottostante e pluri-significativo della ‘fermentazione’ in ‘Haribo Kimchi’…
Chissà se qualcuno raccoglierà la sfida.
P.S.: Avevamo già provato a chiedere aiuto per il precedente e illustre caso di 'Muette' di Bruno Charmatz ma, accidenti a FOG!, non è che si può volare sempre così in alto da rendere un'impresa anche solo tracciare quattro note sul diario di bordo...