In principio era l’Azione! Parte da qui ‘FAUST Fatto, non detto.’ di Romeo Castellucci, ma finisce accarezzando le squame del drago

Romeo Castellucci (foto di Eva Castellucci, 2022)

Sta scritto: «In principio era la Parola!»/ Già qui m’inceppo! Chi mi aiuta ad andare avanti?/ Non posso stimare tanto la Parola,/ devo tradurre altrimenti,/ se lo Spirito mi illumina davvero./ Sta scritto: In principio era il Senso./ Pondera bene la prima riga,/ che la tua penna non corra troppo!/ È il Senso che tutto opera e crea?/ Dovrebbe dire: In principio era la Forza!/ Eppure, proprio mentre lo scrivo,/ qualcosa già mi avverte di non fermarmi qui./ Lo Spirito mi soccorre! D’un tratto vedo chiaro/ e scrivo sicuro: In principio era l’Azione!

(Goethe, Faust I, vv. 1224–1237).

Mentre Antonino Artaud voleva impedire che la sua parola gli fosse rubata-soffiata (soufflée) e, lontano dal suo corpo, diventasse opera estranea, Romeo Castellucci sembra mostrare l’inesorabilità di questa sottrazione, di questo 'furto' originario, indicandone la ferita, indugiando sul punto di distacco ma senza mai separasi.

Liberando la carne dal primato del logos-Verbo, rimane l’azione!

In FAUST Fatto, non detto.(1) il mito viene ridotto a un gesto unico: un pugno (fist - faust) meccanico, presenza fantasma nascosta dal sipario, rompe, dopo alcuni colpi a vuoto, una luce orizzontale al neon al centro del palco (che illumina ma non scalda).

Un’azione automatica si pone come motore della scena, tutto ciò che animerà il palco è in un certo senso un’eco di questa rottura, una rottura differita.

Questo gesto, scevro da ogni intenzionalità nel suo essere meccanico, possiede un tipo di libertà della quale l’umano non può appropriarsi, che appartiene alla macchina quanto, per certi versi, all’animale. 

In scena non vengono dati concetti da approfondire (o indovinelli da risolvere), ma piuttosto elementi - umani e non - in continua tensione pre-simbolica tra loro, tensione che non si scioglie mai per diventare leggibile, disponibile.

Una lettura interpretativa risulta inefficace, in quanto il concetto stesso di significazione o mediazione viene continuamente divorato da una drammaturgia fonetica, un dinamismo selvatico, magistralmente animato dalle affermazioni soniche di Scott Gibbons. 

La parola è subito delegata alla macchina, che elenca nomi della storia della cultura occidentale da Marx e Nietzsche fino a Charlie Brown, cristallizzando le nostre identità culturali in involucri risibili, un archivio sterile, senza eros, senza vigore.

Al contrario l’umano, incarnato dal 93enne Gérard Bayle - Faust, non solo non parla, ma non tenta neanche una presa di parola. Il protagonista si trova inserito in una scenografia che gli è estranea, che cade precariamente dall’alto e sulla quale non ha alcun controllo.

Un fascio luminoso verticale segue i rintocchi irregolari delle campane, che lentamente sfuggono ai cenni, gradualmente più esasperati, di Faust: non c’è eroismo e, ancora, non c’è eros.

Almeno fino all’irruzione di Lorenzo Coletta - Mefistofele, demone giullaresco che corrode gli elementi scenici sottraendoli al loro uso comune, amputa e moltiplica parti del corpo, inverte animale e artificiale, vivo e morto.

Le relazioni tra questi elementi demonicamente attivati non si lasciano cogliere complessivamente, non sono unite in un simbolo ma liberate nella loro stessa pluralità in un sogno, in un canto afono, un pathos senza oggetto: il mito del Faust diventa una partitura fantasma.   

Castellucci ha dichiarato di essersi ispirato alla doppia etimologia di due raffigurazioni del male: Mefistofele (colui che non ama la luce) e Lucifero (portatore di luce). Proprio questa dualità lo ha guidato nella messinscena, portandolo ad 'assorbire come una spugna l’essenza indefinibile del Faust' come ha dichiarato. 

Stefania Horodeyska - Marguerite, lontana dall’essere vittima passiva della crudeltà del caso o della Storia, qui diventa un negativo di Faust: il rimosso della conoscenza, la pluralità indomabile che che regge il sociale, o “il cuore segreto di ciò che chiami legge” (come scrive Castellucci nell’Indovinello Tre).

Marguerite, al contrario di Faust, tenta continuamente di prendere parola, di ricominciare a parlare reimparando da capo, partendo dall’animale, dalla mimesi, dal gesto. Ma la parola non si fa mai corpo in lei, non viene pronunciata, non diventa opera, in quanto il corpo stesso di Marguerite viene sempre mutilato, corrotto; è continuamente ri-organizzato.

Straordinario il cortocircuito che viene innescato con l’immagine del volto estatico di Renée Falconetti in Giovanna d’Arco e un video delle torture di Ryszard Cieslak nel Principe Costante di Jerzy Grotowski, che Stefania Horodeyska tenta di imitare.

Il martirio che si compie in scena riproduce fedelmente quello registrato, ma sul palco non ci sono boia, non c’è un tribunale, non c’è un Padrone/Testo, ci ritroviamo come Marguerite senza un nome a cui appellarci. 

Se nel Giulio Cesare la parola viene smascherata e ricondotta alla sua origine viscerale e meccanica, con una sonda endoscopica che scava nel corpo dell’attore, in questo Faust Castellucci sembra voler esorcizzare la parola dalla sua funzione comunicativa con un rifiuto netto, un salto autentico nella libertà, nell’automatico.

Contro la religione della tecnica e dell’informazione, abbracciandone le sfumature più tetre, accarezzando le squame del drago, si intravede un chiarore.

Foto di scena di Alex Majoli (da https://www.societas.es/opera/faust/)

(1) Queste breve osservazioni nascono dalla prima visione italiana al REF Roma Europa Festival. Lo spettacolo, secondo il calendario di Societas, nel 2026 sarà poi: 4-5/12 al Festival Temporada Alta - El Canal Salt, Girona (ES); 11-12-13/12 al Teatro Mercadante, Napoli; 18-19/12 ERT Emilia Romagna Teatro - Arena del Sole, Bologna.

Nel 2027 è atteso dal 12 – 14 febbraio in Triennale Teatro Milano per la nuova edizione del festival FOG, dove invece a breve,  il 10 novembre 2026, Romeo Castellucci presenterà la proiezione del film relativo al suo storico ‘Amleto - La veemente esteriorità della morte di un mollusco’.

 A proposito di incontri con Castellucci in Triennale, scrive l’Autore di questo passaparola al Redattore del sito: ‘la frase “accarezzando le squame del drago” è una citazione diretta di Castellucci in un incontro in Triennale, credi che sia meglio esplicitarlo?’. Al Lettore la libertà di decidere.

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