La sopraffazione delle circostanze (per non dire delle coincidenze): 'I Turcs' di PPP (e Serra) nella Capitale del Terremoto

Pauli (Felice Montervino) tiene in braccio il cadavere di Meni (Salvo Drago) mentre Nisiuti (Erika Cordisco) si dispera (foto di Alessandro Serra)

 E ora tocca di parlare de ‘I Turcs tal Friùl’, e come si dice tipicamente dalle mie parti: ‘Mò bòja d cun månnd lèder!’. 

 Eh già, uno prende su taccuino e bagagli e s’imbarca in un bel cinque-sei ore di viaggio, per arrivare non dico fuori dal mondo boia, ma quasi, e cioè fino in quel di Glemone che ha toponimo celtico ed esonimi sloveno e crucco…

 Ed è un posto pazzesco, ormai quasi del tutto rimesso a nuovo, la Capitale che fu del Terremoto del 6 maggio 1976, ovvero di un crack da 10° grado della Scala Mercalli…

 E uno va là pur di vedere l’ultima rappresentazione di una remota tragedia giovanile dialettale di Pier Paolo Pasolini, riproposta da Alessandro Serra in lingua originale friulana con voci e canti di Bruno de Franceschi… 

 E dai e va, ma poi, quando si tratta di metter giù quattro frasi di passaparola, accidenti se non viene subito da schivare il discorso!

 E ‘boia d’un mondo ladro’ non solo, o non tanto, per coerenza con il tema sottostante della ‘bestemmia’, che il genio in erba di PPP scelse a contrasto con lo stile da sacra rappresentazione della sua prima opera teatrale.

 E’ che, maledizione!, tutte le circostanze, tutte o quasi, di luogo, di storia e di ‘pre-testo’ - che in questo caso sarebbe ‘post’, ma fa lo stesso -, e poi pure certe coincidenze, rischiano di travolgere o condizionare le vere emozioni artistiche per questo lavoro teatrale che, certo, già di per sé, si fa fatica a valutare con lucidità, varcando la soglia critica dell’ammirazione stupefatta. 

 Dunque, per affrontare di petto le circostanze, si dovrebbe cominciare dall’emozione di vedere Gemona oggi, a cinquant’anni esatti non tanto dalla prima terribile ondata di scosse telluriche a maggio, ma dal grande esodo della popolazione intera che fu deciso dopo i due nuovi terremoti di settembre, dall'inizio della paziente opera di raccolta e numerazione delle pietre di alcuni edifici distrutti e da ricostruire... 

 L’ultima rappresentazione in Friuli de ‘I turcs’ si tiene appunto nel nuovo Cinema Teatro Sociale di Gemona e capita d’entrare tutt’altro che a freddo, ovvero già carichi d’emozioni autentiche, dopo aver visitato la vecchia-nuova Gemona. La sala è a due passi da quel che resta della Chiesa della Beata Vergine delle Grazie lì sopra, con la facciata lasciata intatta allo stato di rovina del dopo terremoto.

 E basta aver guardato velocemente anche l’accurata mostra fotografica che commemora il terribile evento, in una galleria sotto i portici ricostruiti della medioevale e ‘monumentale’ via Bini, senza nemmeno bisogno di ripercorrere l’intero ‘itinerario emozionale’ di 26 siti sul Modello Friuli della Ricostruzione…

 Sedersi in mezzo a spettatori che hanno vissuto da bambini una tale esperienza, non è proprio roba da tutti i giorni, e per fortuna che il sorriso può tornare subito quando da dietro, mentre l’assessore alla cultura presenta la serata, si sente una signora diversamente giovane mormorare al marito: ‘chissà forse era meglio restare a casa a vedere in tv la nuova puntata di Doc - Nelle tue mani'…

E dopo, anche se non ha visto né Luca Argentero nè Matilde Gioli, applaudirà convinta…

 E finisce che (attenzione, spoiler!), quando si spengono letteralmente le luci, perché ‘i turcs’ scompaiono nel buio, ’a sparissin tal scur’, ecco quel povero spettatore ‘foresto’, seduto in galleria fila I centrale, circondato da signore del posto, che resta un attimo immobile, di sasso, senza nemmeno cominciare ad applaudire.

Sta pensando, è facile indovinare: ‘Mò bòja d cun månnd lèder!’, fatemi subito rivedere questo spettacolo, almeno quelle tre o quattro scene ‘da brivido’!  

 Ed è quasi un’impresa, come s’è detto, già decidere da quale parte prendere il discorso, senza farsi appunto sopraffare dal peso delle contingenze e delle personalità.

E ‘sorbole!’, come si dice sempre dalle mie parti prendendo a prestito per accostamento parafonico un frutto delle campagne, quando non si vuole figurare volgari…Sorbole!, questa volta si potrebbe pure spoilerare tutto liberamente…

 Tanto lo spettacolo va in soffitta dopo le ultime due date a Fiume e tanto lo hanno già fatto senza problemi, di svelare la trama e il finale e il senso, lo stesso Serra nella presentazione (1), per non dire dei critici, in primis il Grande Vecchio Enrico Fiore che, avendo visto tutto o quasi tutto il teatro di quest’ultimo mezzo secolo, se parla di capolavoro non spara a casaccio. 

 Ma adesso, pazienza un attimo!, bisognerà pur dare anche qualche notizia circostanziata sulla produzione, altrimenti non si capisce niente…

Questo spettacolo riprende un’idea che tirò fuori subito dopo il terremoto Rodolfo Castiglione, animatore storico della scena teatrale in Friuli: d’accordo con il curatore dell’eredità Pasolini Umberto Chiarchossi (oggi c’è la figlia Graziella), volle allestire finalmente ‘I Turcs tal Friùl’ per far specchiare nella tragedia della comunità contadina d’un tempo, la nuova ‘comunità delle macerie’ che si era andata formando con tanta e tale energia e solidarietà.  

 A chi sia poi venuta oggi l’intuizione di affidare a Serra la ripresa nell’occasione dei Cinquant’anni dal Terremoto, forse lo dichiara il primo dei crediti in tamburino: lo spettacolo è parte del progetto di Cinemazero I Turcs tal Friùl 1976-2026: 50 anni dopo il terremoto, a cura di Luca Giuliani e Roberto Calabretto, ed è una produzione del pregiato CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia… Segue lungo elenco dei soci d'opera da Teatri Stabil Furlan ai Comuni di Casarsa della Delizia e Gemona del Friuli.

 E va poi detto, tra parentesi, che anche in Carnia siamo pur sempre in Italia, nell’Italia del governo sovranista di Giorgia Meloni (e dell’opposizione che si merita), con i suoi adoranti giovani post-fascisti che ad Atreju si beano pure d’ispirarsi a Pasolini, ahi noi!

Ciò nonostante è quasi scontato notare che poi puntualmente il Ministero della Cultura e la tv pubblica ignorino un evento culturale di questa portata, per sostenere e riprendere invece le solite opere liriche, e pure le più trash, piuttosto che qualche altro mediocre spettacolone dei soliti noti dei teatroni.

E ad aggravar tristezza, chissà, seguiranno i soliti ‘non premi’ o certi offensivi ‘ex aequo’ delle giurie dei critici, ma amen!

 Bisogna pur ricominciare a dire di questo capolavoro e della sopraffazione delle circostanze per lo spettatore casuale che, oltre al luogo, sente appunto nel peso del nome Pasolini tutto lo spessore del caso.

 Ora, a prescindere dalle esperienze di vita di ciascuno, è difficile non restare scossi dall’idea stessa di questo ragazzo nato Pier Paolo Domenico Giulio in quel di Bologna (per via del padre Carlo Alberto, ufficiale di fanteria di illustre famiglia ravennate) e al tempo sfollato nel luogo d’origine della madre Susanna Colussi, a Cjasarsa tal Friùl, che si chiude in casa a scrivere questa tragedia ispirata a ‘I Persiani’, a poco più di 20 anni, durante l’occupazione nazi-fascista…

 …E scrive di fratelli diversi, Pauli e Meni, e del minore che va a combattere e a morire contro i turchi, e chiude con la bestemmia di Pauli mentre tiene tra le braccia il cadavere fraterno, tratteggiando come una sorta di prefigurazione di quello che sarebbe accaduto davvero, pochi mesi dopo, nella sua stessa vita, con l’uccisione del suo vero fratello, Guido Pasolini. 

 Per chi non conoscesse la vicenda reale, Guido è il partigiano Ermes della Brigata Osoppo, trucidato come i suoi compagni a Porzus dai Garibaldini, nel febbraio del 1945, dopo essere stato inseguito per giorni e ritrovato ferito.

Un episodio ignobile e per anni rimasto ‘oscuro’, travolto da una certa retorica della Resistenza, ma che a Pasolini apparve subito chiaro: ‘essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l'Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente’.    

 Con queste parole descrisse a caldo il fattaccio lo stesso Pasolini, in una lettera al suo più caro amico del tempo, che guarda un po’ si chiamava Serra (Luciano, nessuna parentela con Alessandro), un poeta e intellettuale di Reggio Emilia, studioso eclettico di dialetti e di storia del calcio, esperto di letteratura e specialista di Ariosto (2). 

  Ma ‘bòja d cun månnd lèder!’, ecco che di nuovo ci siamo persi via. E già che torniamo al nostro Serra di oggi, e al dialogo ideale con Pasolini oggi, va notato subito che quello di rifare ‘I Turcs’ sarebbe un lavoro dove uno potrebbe permettersi qualunque libertà, posto che da cinquant’anni l’autore è morto e rimorto (anche se moralmente insepolto e sempre al centro del discorso)...

E oltretutto perché questo testo giovanile rappresenta uno dei casi più palesi di ‘rimozione d’autore’, come segnala subito un accurato studio sui manoscritti di Fabiana Castellarin.

 Avrà avuto più di un buon motivo PPP per lasciare chiusa nel cassetto questa tragedia giovanile, ché ha conosciuto la pubblicazione solo nel 1976, postuma, insieme con quella prima rappresentazione che se non ci fosse stato il terremoto chissà…

 Attenzione: questo non è l’unico ‘inedito in vita’ di Pasolini, ma forse è il più significativo, certo molto diversamente dal pur clamoroso malloppone di ‘Petrolio’, che non aveva terminato di sistemare e di cui s’è detto persino che sarebbe stato la concausa del presunto omicidio politico dello scrittore, in una di quelle dietrologie sulla dietrologia originale pasoliniana che vuole legare la storia occulta d’Italia alla guerra di potere per il controllo dell’Eni.

 Viceversa, senza scandalo politico retrostante, ‘I Turcs tal Friùl’ illumina tra l’altro perfettamente quel conflitto interiore drammatico e ben noto che ha segnato la vita di Pasolini, anche sul piano culturale e politico, nel controverso rapporto sia con la cristianità e le radici sia, poi, inevitabilmente - attraverso la vicenda vera del fratello di Pauli, Meni-Guido - nell’altrettanto combattuta adesione a ‘le belle bandiere’ rosse, ma con tante macchie, la prima delle quali è stata per lui ancora più rosso-scuro, intrisa del sangue fraterno, come scrisse a un altro amico. 

 Ultima osservazione sul testo, che ha persino uno straordinario passaggio rivelatore, quasi proverbiale in psicologia, nella scena IV quando Meni, il fratello che vuole andare a combattere e andrà subito a morire, viene ritratto mentre crudelmente uccide con le proprie mani un cardellino salvato dal terzo fratello, Nisiuti, il più piccolo (che poi nella vita era una sorella e che non a caso Serra fa interpretare da una giovanissima attrice) e si giustifica così: ‘Sono belli sì…/ ma ti muoiono, ti muoiono, Nisiuti…/ Sono sempre morti;/ a Pauli, a me, quando eravamo bambini, e adesso a te’.  

 Aldilà di questa 'soglia del fanciullino' e di altri passaggi di peso, sulla carta questa resta un’opera tutto sommato modesta rispetto alle maggiori e più mature di Pasolini, eppure il testo de ‘I Turcs’ mostra anche momenti di rara e travolgente potenza, di una lucidità che si direbbe dell’arroganza dei vent’anni, che sa andare dritto al punto chiave sulla vita, e sulla morte. E Serra, con il suo teatro del testo, non fa che amplificarli fedelmente rendendoli appunto più grandi ancora. 

 Per esempio la decima scena, della deposizione di Meni, contiene in pochi versi una memorabile lezione sulla perdita e sul dolore, sulla lacerazione personale che si traduce in prima battuta in 'non accettazione', perché brucia come una ferita autentica nella carne, che non si può certo lenire con la condivisione. No, non si apre a nessuna chiave universale, una perdita di tale portata, ma al contrario richiude fuori da ciascuno l’universo. 

 E la stessa precisa descrizione dei diversi gradi del rifiuto istintivo di una morte che in fondo è la fine di una parte di sé (la bestemmia del fratello maggiore, l’incredulità del più piccolo e infine la ‘distrazione’ verso i turchi della madre), potrebbe anche far propendere verso l’ipotesi, che alcuni studiosi hanno formulato, di un qualche rimaneggiamento del testo originario del 1944 subito dopo l’eccidio di Porzus.  

 Ma queste sono sempre parole di circostanza, e sulle circostanze. Per venire al punto, bisognerebbe saper dire meglio delle scelte di soluzione teatrale inventate da Serra, ma sarebbe comunque pure inadeguato perché sono da rimanere a bocca aperta, a tratti di una semplicissima spettacolarità mozzafiato...

Che siano il monologo muto dell'intero arco di gesti quotidiani di una mamma del popolo rurale del 1500, le bocche spalancate al terrore di un paese minacciato, lo strascicare i piedi della fatica contadina, l’incendio all’orizzonte che ha un che di strepitoso e indimenticabile, come la più celebre scena delle streghe del ‘Macbettu’…  

… E poi quel finale, Dio mio!, con la Pietà e il Golgota con madre e figlio quasi a parti invertite, tra le parole di Pauli ‘io bestemmio, bestemmio con l'ultimo fiato del mio povero petto cristiano’ e la nota di chiusura di mamma Lussia che, impietrita in cima a una scala, riferisce dell’uragano che porta via i turchi…

 Eh sì che qui si vede l’essenzialità magistrale di un teatro ‘povero’ straordinariamente efficace. Di livello pari ai migliori esempi della Rivoluzione Settanta, a Peter Brook o a Tadeusz Kantor.

Ma non è facile ridurre il discorso ai soliti modelli, viene subito in mente per associazione anche il capolavoro ‘May B’ di Maguy Marin, forse perché quest’anno c’era la possibilità di tornare a vederlo due volte, tra la ripresa a Parigi e quella a Rovereto (e lo stesso Serra, da vero beckettiano di complemento, ne conosce e ama ogni piega).

 E qui si arriva a un’altra circostanza, relativa appunto al ‘povero’ Serra e ai suoi ‘poveri’ attori di compagnia, e agli altri che aggrega e plasma di volta in volta.

E’ uno spettacolo già trovarli lì per caso, che fanno una pausa fuori dal teatro durante le ennesime estenuanti prove: lo stesso Serra bardato con sciarpa e cappello che soffre il primo freddo quanto i suoi amati olivi in Toscana; la meravigliosa Chiara Michelini (una Mamma Lussia che avrebbe fatto piangere di gioia e commozione anche PPP), imbacuccata nel primo cappottino e seminascosta dentro al berretto di lana; o quelle due straordinarie macchine bio-meccaniche mejercholdiane che sono Salvo Drago (Meni) e Felice Montervino (Pauli), che sfidano il primo freddo d’autunno a capo lucido scoperto e solo con un maglioncino…

 …E la sera tutti poi incassano applausi e complimenti del dopo con la malcelata impazienza di chi spera di poter trovare ancora un locale aperto per la cena…e tra i 'brichi' della Carnia e le Prealpi Giulie sarà dura...

E poi ‘sòccia che storia!’, avrebbero detto nel corridoio davanti ai bagni del primo piano del Liceo Galvani a Bologna, ai tempi di Pasolini e Serra alunni, ma anche dopo, ovvero, immodestamente, negli anni dello scribacchino di queste note, gli stessi dell’omicidio di PPP e del Terremoto in Friuli.

Di questo 'I Turcs tal Friùl' stiamo parlando come di uno dei migliori lavori di uno migliori registi di teatro-teatro che ci siano in circolazione, riconosciuto come tale fino in Cina o in Messico, ma ovviamente più temuto che amato dai teatranti d’Italia.

 Vale per il geniale Alessandro non solo l’evangelico ‘nemo propheta acceptus est in patria sua’, ma anche il corrispettivo dello sprezzo che accompagnava nell'originale sinottico ‘il figlio del falegname’, che di fatto potrebbe fare il paio con ‘il nipote del pastore sardo’ sbarcato a Civitavecchia e stabilitosi a pascolar pecore nell’agro romano…

Ma Serra ha le spalle grosse e s’è formato sui campi di rugby, dove ha contratto anche la passione per la fotografia: non è certo un tipo che ha paura di farsi sotto nella mischia teatrale e così è riuscito comunque a diventare una sorta di ‘nuovo Strehler’, sovente indicato come tale, non solo per l’abilità a muoversi tra i trics del teatro tradizionale.   

 Gli è che spesso e volentieri, certi mediocri colleghi e teatranti usano il paragone con Re Giorgio più che altro per il significato negativo sottostante, con doppia allusione alla non originalità (3) e all’intransigenza di carattere.

‘Ecco, ci mancava solo un altro Strehler’ fu il commento infastidito a proposito di Serra declamato ad alta voce, alla fine del suo ‘Giardino dei ciliegi’ in Triennale Teatro, mentre era ancora in sala tra gli spettatori, da una figura di primo piano della scena milanese, che oltretutto a Strehler deve pure qualcosa. 

 Voleva essere un complimento-sfregio, qualcosa di simile al vituperato commento del sindaco Gabriele Albertini che dinanzi alla prova di resistenza finale del Maestro Giorgio nel suo Piccolo Teatro, dichiarò senza mezzi termini: ‘mi auguro che Strehler vada a gestire altrove il suo declino artistico’.

Eh già, quando s’è rischiato che a Serra capitasse in sorte di trovare un ingaggio stabile sulla piazza di Milano, mamma mia che paura in tutta la cricca… 

 ‘Mò bòja d cun månnd lèder!’, è ora di finirla con questa cronaca della sopraffazione delle circostanze e delle coincidenze a proposito de ‘I Turcs tal Friùl’ (4).

Andando oltre, si racconta che alla prima in quel di Udine si siano presentati in platea più di un direttore dei teatroni italiani, compresa una delle poche pregevolissime signore che hanno sfondato il tetto di cristallo...

E se si segue l’indizio della seconda programmazione in Emilia Romagna, nel gennaio prossimo, del ‘Il principe Mezzanotte’ - ovvero dello spettacolare lavoro per bambini di Serra, arrivato ormai a 500 repliche -, si può ben sperare che prima o poi questo gioiello post-pasoliniano trovi ancora una degna ripresa.

 Sempre che finalmente il grande numero 8 (o #8 tuttofare nel rugby) del nostro pitch teatrale, il drammaturgo-regista-light designer-scenografo-costumista-fonico rumorista e pure fotografo di scena Alessandro Serra, abbia trovato finalmente una solida collocazione per regalarci qualche altro gioiello d’emozioni.

Chiara Michelini, una mamma Lussia di grandissima intensità (foto di Alessandro Serra)

(1) NOTA DI REGIA

Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà
P.P.P.

I Turcs è una tragedia.
Per scriverla il giovane Pasolini si rifà alla più antica opera teatrale dell’occidente: I Persiani di Eschilo.
La compone in una lingua appresa da adulto, ascoltando i contadini, vocabolario alla mano.
Non è un testo fonetico ma poetico e perciò, in qualche modo, musicale.
Ogni nuova messa in scena ha il dovere di inventare una sonorità che si emancipi da un consolatorio vernacolare.
Pasolini vive i suoi vent’anni in un paese di fascisti occupato da nazisti: cosa fare?
Attendere pregando in chiesa o agire tra i boschi in montagna?
Deciderà di restare mentre suo fratello, più piccolo, andrà partigiano e dagli altri partigiani verrà ucciso.
Nei Turcs Pauli rimane, mentre il fratello minore, Meni, va in contro alla morte:
tornerà cadavere in una scena perfettamente tragica.
C’è la polis nei Turcs: la sacralità del paese riunito attorno alla chiesetta, succedaneo dell’altare di Dioniso posto al centro dell’orchestra.
C’è l’orrore dell’invasore che distrugge, violenta e rende schiavi.
C’è la musica nei Turcs, sacra e cattolica, presente in tutta l’opera. Ma è dal suo interno che si sprigionerà il canto ottomano del coro dei turchi a cui Pasolini dedica i versi più lirici.
C’è la contrapposizione religiosa ma soprattutto musicale fra una cultura cattolica della rassegnazione e la sacrosanta bestemmia di un popolo capace, il giorno dopo il terremoto, di numerare le pietre e cominciare a ricostruire.
La stessa bestemmia intonata da Meni a cui nel finale farà eco Pauli che, di fronte al cadavere del fratello, con l'ultimo fiato del suo povero petto cristiano, bestemmierà la Madonna.
Sarà questa Bestemmia a generare il vento spaventoso che fermerà i Turchi.
Al prete non resterà che dire: Amen.
(Alessandro Serra)

(2) QUEL REGISTRO A CASA ARIOSTO

E qui tocca perdersi anche nella doppia coincidenza, vissuta in una gita casuale in quel di Ferrara dopo la visione de ’I Turcs’, di un incontro fortuito con uno straordinario coro inglese di musica sacra nella Chiesa del Gesù (cantanti e maestro sublimi, ritrovati casualmente poi pure a cena nella ghiotta Osteria della Campana), e di una visita nella casa museo di Ludovico Ariosto, dove si trovano anche due teche in cui sono custoditi i registri dei visitatori considerati più degni di nota. 

 Nella prima teca un grande libro degli ospiti è aperto alla pagina che reca la firma di Giuseppe Verdi, con etichetta museale illustrativa accanto; nella seconda un altro voluminoso registro, con didascalia accanto, porta all’autografo giovanile di Pier Paolo Pasolini, datato 25.9.1953, ed è quasi come se si potesse rivedere lì il poeta trentenne che ancora dialoga fitto con Serra, Luciano, e fors’anche amerebbe discutere animatamente con Alessandro, sempre di Serra si parla, e magari provando a deviare verso un Orlando quella testona di Civitavecchia fissa su Collodi…  

(3) FARE, DISFARE E RIFARE IL TEATRO

La storia del teatro - come della letteratura o dell'arte - procede pressoché da millenni con un lento e inesorabile processo di 'rifacimenti', ma nel caso specifico dell'abusato paragone con Strehler trova facilmente fondamento in alcune scelte formali di Serra, per l'allestimento de 'Il giardino dei ciliegi' o de 'La Tempesta', ovvero di due dei titoli su cui s'è di fatto costruito il canone strehleriano di regia.

Per la cronaca, il russo Lev Dodin, che a tutti gli effetti oggi può essere considerato il più grande regista teatrale vivente della generazione del Dopo Guerra, per il suo ultimo meraviglioso Giardino dichiarò apertamente d'essersi ispirato alla soluzione cromatica in bianco e ad altre trovate dello storico allestimento di Strehler.

Al netto che, poi, lo stesso Re Giorgio del Piccolo teatro che fu il primo 'teatro d'arte per tutti', per il suo capolavoro più noto e citato, l'immenso 'Arlecchino servitore dei due padroni', trovò per così dire 'ispirazione' nella versione tedesca 'Der Diener zweier Herren' del testo goldoniano con cui il magistrale Max Reinhardt, già nei primi del Novecento, grazie anche al talento di Hermann Thiming, riportò Arlecchino alla Commedia dell'Arte: allestimento all'epoca leggendario, che ebbe qualcosa come diciotto mesi di repliche a Leningrado nell'edizione russa del 1920!

(4) Pane al pane, vino al vino, non bisgona dimenticare quanto siano davvero bravisimi tutti gli interpreti: Valerio Ameli, Aurora Cimino, Erika Cordisco, Salvo Drago, Diamara Ferrero, Noemi Grasso, Alessandro Maione, Chiara Michelini, Felice Montervino, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Mirko Soldano, Aida Talliente.

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