Incantaci ancora, Miyagi-san. Uno stupendo 'Mugen Noh Othello' e una lezione magistrale aprono la Biennale Teatro 2026

Satoshi Miyagi (da spac.or.jp/e)

 Oddio, alla fine quasi tutti parlano poi della cappa d’afa che soffocava la platea nel Teatro Piccolo Arsenale: così succede nonostante nessuno osi dire che non sia stata davvero superlativa la prima europea di ‘Mugen Noh Othello’, spettacolo della prestigiosa istituzione pubblica giapponese Shizuoka Performing Arts Center (SPAC), che ha inaugurato la Biennale Teatro 2026 ‘ALTER NATIVE’ il 7 giugno. 

 E’ domenica, splende alto il sole ormai quasi da 15 ore, per l’esattezza dalle 5.22 dell’alba, e anche se insolitamente Venezia, fuori, non si presenta affatto con quel caldo umido oppressivo di stagione, quando i responsabili organizzativi si rendono conto che l’impianto d’aria condizionata della sala in Campo della Tana non riparte più, è ormai impossibile trovare qualche frigorista che riesca ad aggiustarlo al volo e a far librare via la cappa che s’è formata in teatro. Maledizione! 

 Sarà per via delle visioni della Madonna di cui si fregia, persino letteralmente, il regista Satoshi Miyagi - che poi nel sito ufficiale del grandioso SPAC, che dirige dal 2007 nella magnifica prefettura di Shizuoka, alle pendici del monte Fuji, è nominato invece come MIYAGI Satoshi, ma seguiremo comunque la versione del catalogo di alter NATIVE della Biennale ALTER NATIVE - Alter NATIVE - ALTER native.

 Miyagi è un tipetto molto inquadrato, anche se di taglia 2XS: è nato nel 1959 a Tokyo, dove ha studiato e fondato la sua prima compagnia teatrale, Ku Na'uka, nel 1990, seppure a lungo, prima di scoprire la dimensione potenziale mondiale del suo lavoro, sulle orme del pioniere dell’internazionalizzazione del teatro giapponese Tadashi Suzuky, si è mantenuto come doppiatore di spot televisivi.

 A Venezia Miyagi-san è atterrato pressoché identico a come lo ritrae la foto ufficiale del suo Studio-Accademia, con un paio di baffi alti rasati quasi a zero e un po’ più sul grigio chiaro rispetto alla chioma ancora così corvina. 

 Il giorno dopo la prima, alla presentazione della mostra su Bob Wilson che ha voluto visitare tra i primi e una mezz’ora dopo per il talk in Sala delle Colonne, aveva addirittura la stessa t-shirt nera della foto, con un motivo artistico-sol-levantino (l’altr’anno Milo Rau s’era presentato in tuta-divisa ‘Republic of Love’ della sue Wiener Festwochen).

 Elegante e signorile Miyagi si era seduto a teatro la sera prima con la giacca nera chiusa, in terza o quarta fila a destra, indifferente all’afa come del resto la sua straordinaria compagnia. Arrivato quando la sala era ormai al buio, si è fatto riconoscere alzandosi dalla poltrona alla fine, dopo l’invito rivoltogli dagli attori durante il giro d’applausi.

Nemmeno gli è passato per la testa di salire proprio sul palcoscenico, per Miyagi quelle assi sono qualcosa di pressoché sacro, riservato ai monaci della scena.

 Si è limitato a stare sotto, davanti, cominciando a impegnarsi nel rito degli inchini alternato ai sorrisi aperti, e ai ‘thank you’ mormorati, trafila che lo occuperà fino a che anche l’ultimo spettatore sarà uscito. 

 Che meraviglia la buona educazione d’una volta.

 La persona, in questo caso, è come il suo spettacolo, di una limpidezza e di un rigore formale pari alla lucida semplicità con la quale espone il suo lavoro nelle interviste. 

 Nel testo pubblicato sul catalogo dopo l’introduzione di Cecilia Carponi, con umiltà Miyagi ha spiegato che il merito della notevole comprensibilità per il pubblico europeo di questa versione Mugen Noh di Otello - aldilà dell’intermezzo recitato dal coro, con parole che vengono direttamente dall’originale di Shakespeare, seppur tradotte in giapponese - è da ascrivere allo stesso testo portante di Sukehiro Hirakawa su cui si basa il lavoro.

 Grande italianista e studioso di letterature comparate, Hirakawa ha scelto di puntare sulla figura di Desdemona in una chiave, oltretutto, che la cultura mistica Mugen Noh non prevederebbe affatto, cioè con lo scopo di ‘integrare nella drammaturgia l’ideologia della Beata Vergine’ (testuale, anche se alle nostre orecchie strattonate da bambini nelle parrocchie non suona così pulita un’ideologia della Madonna!).

 Trasformata Desdemona ‘in un contenitore capace di farsi carico anche dei dolori più piccoli che ciascuno di noi può proiettare’, per Miyagi la protagonista può finalmente ‘trasmigrare verso l’aldilà’ in pace, accompagnata da quel grande sospiro interiore di partecipazione del pubblico, che in effetti s’è avvertito anche nella sala accaldata del Teatro Piccolo Arsenale. 

 ‘In altre parole’, conclude Miyagi, ‘il nostro Othello nasce proprio dalla fusione tra Oriente e Occidente’ e certo questo incontro, su una storia peraltro così veneziana, è parso davvero magico, tanto quanto la ben nota teoria di espressioni artistiche di simile contaminazione in epoca moderna è ancora in grado di produrre quelle emozioni che tutti conosciamo bene. 

 Dopo lo stupore e l’ammirazione per una tale magistrale prova di teatro, di perfezione teatrale - dalla scena che è quasi un’installazione astratta sullo sfondo alla musica dal vivo così coinvolgente delle percussioni; dai movimenti quasi marionettistici degli attori alla sublime recitazione corale, con attori-musicisti che paiono persino sovra-umani; per non dire di quei costumi da museo o del trucco così efficace…, che cosa si potrà mai aggiungere se non un grazie, grazie, grazie Miyagi-san? 

Il prefinale di 'Mugen Noh Othello' (foto di Andrea Avezzù)

 Un altro inchino ancora per la misura e l’ironia esibite in un ‘talk’ dei soliti ufficiali, che per fortuna il regista ha trasformato in una lezioncina facile facile, presenti soltanto due o tre ascoltatori che non avevano bisogno d’aspettare la doppia traduzione.

La professoressa Katja Centonze, che insegna Japanese Perfoming Arts a Letteratura in Ca’ Foscari, lo ascoltava seduta in prima fila registrando tutto sul cellulare ma pure interloquendo con sguardi d’ammirata comprensione: ha poi voluto dirgli di persona di non aver mai ascoltato una prolusione così semplice, chiara e profonda.

 Peccato soltanto che Miyagi non sia potuto entrare, anche dal vivo, nel merito della seconda parte della sua notevole intervista sul catalogo, sul tema dell’idea tutta occidentale di ‘originalità’, sul valore delle tradizioni e delle differenze.

Temi che riecheggiano anche quel che spiegava Byung-Chul Han nel suo saggio decreazionista ‘Shanzai’. Ma senza per forza volare alto, sicuramente avremo occasione di riparlarne.

 E peccato pure che non sia stato possibile approfondire meglio il tema del soprannaturale in Shakespeare: con la lettura di Miyagi e Hirakawa poteva trovarsi d’accordo per primo Peter Brook, che ha voluto spiegare con le conferenze del 1993 che ‘in fondo tutto il teatro di Shakespeare è religioso, porta il mondo spirituale invisibile nel mondo concreto’ e che tutto il teatro è, in questo senso, ‘sacro’. 

 Ecco dunque la magia che fa il teatro, sempre e dovunque, se è autentico: l’alternativa, con trattino o senza, con maiuscole o minuscole, non esiste. 

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