Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
E finalmente Willem Dafoe è apparso commosso per davvero, senza bisogno di lacrime chimiche da attore, nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, il palazzo storico della Biennale di Venezia, dove è stata presentata una mostra dedicata alle incursioni artistiche veneziane di Robert Wilson, a partire da quella più citata del 1976, ‘Einstein on the beach’ con Philip Glass, un’opera così innovativa da segnare uno spartiacque della cosiddetta Rivoluzione teatrale degli anni Settanta.
La mostra, attraverso disparati materiali originali (epistolari, foto, giornali e video di documentazione), racconta poi i vari passaggi di Wilson alle diverse Biennali. Il critico d’arte Achille Bonito Oliva, da direttore, nel 1993 chiamò il regista d’origine texana per un Leone d’Oro, invitandolo a occupare con un’installazione artistica lo spazio dei Granai alla Giudecca.
Peraltro la ricca teoria di lavori wilsoniani in Italia riporterebbe dritto a Milano, alla figura di Franco Laera, storico protagonista della scena sperimentale e poi fondatore della Change Performing Arts, la casa di produzione nel nostro Paese di Bob Wilson fino all’ultimo lavoro ‘Mother’, al Museo della Pietà Rondanini nel Castello Sforzesco. Ma questo è un altro discorso.
Dunque tornando al grande ‘Bob’ Wilson, è stato il suo Bob soprattutto per il nostro Willem, chè il regista-creatore multiforme ha voluto addirittura accanto a sé nel 2011 per ‘Life & Death of Marina Abramovic’, una sorta di quasi opera con al centro l’artista stessa.
Poi Wilson ha diretto Dafoe in palcoscenico anche per un sofisticato adattamento di ‘The Old Man’ dello scrittore assurdista russo Danil Charms, progetto del 2014 ‘sviluppato con, e interpretato, il leggendario ballerino e performer Mikhail Baryshnikov’ - come recita il sito robertwilson.com.
E che invidia dramaholica, quando l’attuale direttore di Biennale Teatro ha confessato che nella vita ha seguito come un fan dalla platea tantissimi spettacoli di Wilson, più lavori teatrali di ‘Bob’ che di chiunque altro. Il che, battute a parte sulla prolificità creativa del celebrato maestro, si spiega anche con la scelta di Wilson di far base a New York da fine anni Settanta, per poi costruirsi su misura una casa-studio, il Watermill Center, dal 1992 sede della sua Foundation.
Nello stesso periodo storico, in un garage di Soho, a Manhattan, Dafoe muoveva i primi passi sui palcoscenici della scena alternativa, come cofondatore del The Wooster Group (esperienza che l’attore ha poi voluto celebrare nel 2025, alla sua prima Biennale, conferendo il Leone d’Oro all’ex moglie Elizabeth LeCompte).
Ecco, dopo la voce rotta e le poche parole commoventi per il grande ‘Bob’ alla sala della Colonne, viene subito da perdonare tutto al Dafoe veneziano, compresi gli ultimi accidenti che ci fa tirare anche quest’anno.
Non ci si riferisce tanto all’obiezione di fondo dei nostri decani della critica che sostengono che non si può ridurre una manifestazione come la Biennale Teatro a una rassegna di spettacoli internazionali, pur eccellenti (come peraltro accadeva già subito prima di Dafoe).
C’è da considerare anche qualche altro piccolo peccato, più strano, a cominciare dallo stramaledetto titolo che dovrebbe illustrare il senso della rassegna, ALTER NATIVE, tutto in maiuscolo, come comunicato all’inizio e così pure stampato sulle nuove tote-bag.
Pare che le borse porta-catalogo siano diventate uniche per il settore DMT portando logo e durata di tutte e tre le manifestazioni di Danza, Musica e Teatro; e per la prima volta quest’anno sono pure in plastica, però con il cartellino R-PET che segnala puntualmente la realizzazione da bottiglie riciclate, materiale che forse accentua l’indistinto grigio-blu del colore.
Tornando a bomba, cioè al titolo come agli intenti, incerti, ecco che con i tratti di scrittura manuale riportata nei cartelloni e sulle locandine distribuite nei vari luoghi delle rappresentazioni, che sono d’un intenso blu China, si direbbe, il maiuscolo cede in parte il passo a un intrigante e ancor più ‘hipsteroso’ Alter NATIVE, che può diventare pure ALTER Native, forse sottolineando, non solo dal punto di vista grafico, l’incrocio d’alto e basso.
Ma, attenzione: i giochetti sono appena iniziati. Un’altra trovatona la riserva il catalogo, un malloppo con articolate presentazioni e interviste - purtroppo nessun saggio ‘bonus track’ d’alto livello, del genere di quelli cult a cui ci hanno abituato la Danza e la Musica.
Invece di un unico volume, si presenta di nuovo spezzato in due blocchi, incollati nel contenitore, come il precedente del 2025, esaltando così lo standard d'impaginazione post-post-moderno dei grafici di Tomo Tomo, milanesi, seppur non ‘nativi’, anche loro (vedi la voce ad hoc nella pagella della settimana).
La sorpresa non riguarda tanto questo stramaledetto altalenante logo dell’anno, che in copertina presenta già un’altra variazione, alter NATIVE, con il minuscolo iniziale, e sul dorso viene doppiata con ALTER native, e infine nella ventina di pagine di bla-bla in italiano e inglese di presidente e direttore e collaboratori, diventa - accidenti ancora! - ALTER Native.
A questo punto sembra una scelta dichiarata e incosciamente programmatica, tanta confusione di minuscole e maiuscole.
In attesa di trovare una conferma a questa strampalata ipotesi e di sentirsi quindi liberi di riportare il titolo come capita, un altro dilemma più profondo cattura l'attenzione del lettore-spettatore appassionato.
Sorge con la prima immagine sparata in doppia pagina, quasi all’inizio del catalogo di questa Biennale Teatro 2026: è la foto sgranata in bianco e nero di quattro abitanti di un pollaio di periferia, sic. Tutte galline, si direbbe a prima vista.
Siccome a seguire, in volta pagina, c’è il ritratto di Emma Dante con annessa inevitabile agiografia del Leone d’Oro alla carriera, uno pensa: chissà come l’avrà presa la regista siciliana dal ben noto ferreo carattere, e a chi sarà toccato l’incarico di farle approvare di finire schiacciata con una tale immagine sull’ultimo ‘Re Checchinella’?
Nient’affatto, la Dante è lì solo per caso, come una versione o l’altra del titolo. Il pollaio d’apertura - sorpresa! - serve per una sfida logica di quelle che più di così pare impossibile. Lo si può scoprire passo dopo passo, partendo dalla fine della prima parte del catalogo, dove un grande titolo campeggia su pagina bianca: ’Cosa è nato prima?’, ribadito a fronte in inglese ‘What came first?
La conferma all’intuizione che sia la classica domanda retorica, nel caso allusiva alla prima immagine di galline di qualche cento pagine prima, bisogna aver la pazienza di cercarsela alla fine del secondo volume del catalogo stesso.
E viene dopo un’altra singolare foto sgranata a doppia pagina, esattamente alle pp. 318-19, che ritrae in bianco e nero un bell’uovo su paglia, un uovo qualunque.
Già sarebbe stato facile se almeno si fosse trattato di un uovo raro, magari d’oro, leggendario. No, la sfida è aperta, ed ecco quindi un altro titolone che recita: ‘L’uovo o la gallina?’, a fronte di un tanto variamente spaziato (già, tomo e tomo qualche problema con la giustificazione lo avranno pure avuto) ‘The chicken or the egg?’
Ah, però: questa sì che è memorabile. Forse è la chiave dei dubbi relativi al titolo, l’alter-native, chissà. Forse fa il paio con quanto ricavato grazie alla caratura internazionale del composito festival di quest’anno, che il curatore e i suoi collaboratori dichiarano esser stato preceduto da un vasto screening nel mondo.
‘In queste ricerche’, annuncia Andrea Porcheddu a nome della direzione artistica, ‘ci siamo resi conto che forse non è più possibile parlare in modo separato di teatro, danza o musica. Le pratiche sceniche contemporanee sono sempre più ibride’.
Ohibò, forse, dicevamo forse: allora sarà per questo che l’uovo-o-la-gallina fanno da emblema.
Non per citare sempre le rassegne davvero all in che il ‘cugino’ direttore inglese Wayne McGregor confeziona dal 2020 per Biennale Danza, piuttosto che l’amatissimo FOG milanese con le sorprese che ogni anno riserva agli appassionati: l’assunto interdisciplinare è ormai patrimonio dei festival più importanti di tutta Europa, d’Avignon per primo.
E il cosiddetto performativo ‘ibrido’ è da settimane persino lì in bella mostra, ai Giardini vicini, nei padiglioni ufficiali più di richiamo della Biennale Arte.
Amen, tra maiuscolo e minuscolo, uovo o gallina e natività incerte, è facile perdere un attimo l’orientamento, e forse pure il senso della misura.
Attendendo di risolvere finalmente gli arcani dilemmi, anche del teatro, si può almeno rinvenire in caratteri minuscoli, nella pagina precedente l’immagine finale, il singolare copyright d’entrambe le foto da pollaio.
L’autore indicato è Willem Dafoe, sì, proprio lo stesso attore-direttore della Biennale Teatro. Tanto si è fatto subito perdonare tutto, con quella lacrima sul viso per il grande Bob.