Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Come si inizia uno spettacolo che parla della propria diagnosi di un carcinoma mammario di secondo stadio, del ciclo di chemioterapie e del momento successivo a quando il «peggio è passato»?
Ermelinda Nasuto in Dedicato (regia di Francesco Alberici) fa così: dice di non voler tergiversare, quindi chiede un po’ di musica alla regia e inizia a danzare sulle note dei Daft Punk.
«Now I thought about what I wanna say» (ora ho pensato a cosa voglio dire), «But I never really know where to go» (ma non so in realtà dove andare) canta Julian Casablancas mentre Nasuto balla e parla ricordando alcuni episodi, come quella volta che si è ubriacata con gli amici.
Il racconto di una malattia e della paura di morire non può che iniziare con un frammento di esistenza: una polaroid che ci ricorda cos’è la vita nel suo nucleo più intimo e misterioso. Nel vedere quel ballo così commovente tornano in mente le parole di Emil Cioran, pronunciate a un’amica in una serata in cui il filosofo era stato quasi sempre in silenzio, poi, di fronte alla Senna, assorto: «e pensare che dovremo lasciare tutto questo».
Il racconto della storia è agevolato da Olga Durano – che non sbaglia un gesto, una parola, come solo chi sale sulle scene da cinquantadue anni sa fare – che si destreggia sul palco ora facendo la valletta della protagonista, ora diventando il suo spirito guida, ora trasformandosi in sua intima confidente.
Alberici e Nasuto, seppure mettano in scena la realtà, fanno piacevolmente ricorso all’immaginifico e l’ottimo disegno luci – che non si limita a illuminare ma diviene dispositivo scenografico – trasforma temporaneamente la scena in tableaux vivants seicenteschi.
La retorica della malata-guerriera viene allora ironicamente decostruita con quella che sembra la caricatura dell’iconografia di Giovanna D’Arco che, nel suo oscillare tra gloria, condanna e beatificazione, ben rappresenta il modo in cui vengono percepiti i malati.
«Quando la racconterò, chi l’ascolta, che se ne potrà fare di questa storia?» si interroga Nasuto. Una risposta sembra risiedere ne La zona blu dei Kepler-452 (che in Dedicato hanno fatto da consulenti artistici): Nicola Borghesi, angosciato dalla visione del cielo stellato, dice che l’unico modo per dare senso all’immensità del firmamento è costruirci intorno delle storie – dei miti – perché sono le storie che danno un senso al mondo, che ci fanno sopportare il peso dell’assenza di senso.
Ecco, forse, allora cosa ce ne possiamo fare delle storie e, in particolare, di quella storia che viene raccontata in Dedicato: rendere un po’ meno insopportabile l’insopportabile.
(visto al Teatro La Cucina nell'ambito del festival 'Da vicino nessuno è normale' di Olinda)