Macché 'Lady, Lady, Lady Oscar tutti fanno festa': Latella in realtà fa politica, sul serio, e riparte dalla Rivoluzione francese

Sonia Bergamasco 'Lady Oscar' (foto di Andrea Adriani)

Portare Lady Oscar a teatro potrebbe sembrare un’operazione nostalgia destinata ai soliti Millennial che ancora saprebbero canticchiare senza esitazioni la sigla del cartone animato anni Ottanta: “Oh Lady, Lady, Lady Oscar tutti fanno festa quando passi tu” (e per la verità a un certo punto sul palco il refrain viene inevitabilmente intonato).

Ma Oscar di Linda Dalisi, per la regia di Antonio Latella, è uno spettacolo molto più politico e meno pop di quanto forse una (piccola) parte del pubblico si sarebbe aspettato. 

A interpretare Oscar, «nata femmina, cresciuta come maschio», è Sonia Bergamasco, che riesce nella difficile impresa di rendere l’eroina creata da Riyoko Ikeda (nel manga degli anni Settanta Le rose di Versailles) credibile anche all’interno di un contesto che fa dialogare la ricostruzione storica degli eventi che hanno portato alla Rivoluzione francese con le guerre attuali in cui le bombe colpiscono indiscriminatamente obiettivi militari e scuole elementari.

Benché François de Jarjayes – questo il vero nome della guardia del corpo della regina Maria Antonietta – sia un personaggio di finzione, come lo è pure l’immancabile André Grandier, suo amico fidato e compagno d’armi (interpretato da Nicola Mastroberardino), intorno a lei si muovono figure realmente esistite, come sono appunto la regina di Francia (una bravissima Beatrice Verzotti), il conte svedese Hans Axel von Fersen suo amante (Alessandro Bay Rossi) o Maximilien de Robespierre (Massimiliano Speziani). 

La trama inizia ricostruendo il passato di Oscar, i soprusi subiti dal padre che avrebbe voluto un figlio maschio e ha deciso di crescerla come se lo fosse, forgiandone il carattere a suon di rimproveri e umiliazioni per la sua incapacità di tendere con forza l’arco, e passa ad analizzare il suo rapporto con la sovrana venuta a Parigi dall’Austria, che inaspettatamente diventa la figura femminile più femminista sul palcoscenico.

Il testo di Dalisi restituisce spessore all’“Autrichienne”, come la definivano i libelles clandestini del Settecento giocando sulla volgare assonanza delle sue origini austriache con l’insulto “l'autre chienne” (l'altra cagna), facendo emergere il dolore dello sradicamento di una ragazza data in sposa al delfino di Francia Luigi Augusto, nipote di Luigi XV, quando aveva appena 15 anni, il senso di vuoto che cercava di colmare con il teatro e il gioco d’azzardo finendo per diventare il capro espiatorio a cui venne attribuita l’intera responsabilità del tracollo finanziario del regno. 

La Maria Antonietta di Verzotti è quanto più lontana dalla regina dedita al piacere impersonata da Kirsten Dunst nel Marie Antoinette di Sofia Coppola: è una donna che non potendo essere artefice del proprio destino trova piccoli stratagemmi per ribellarsi al cerimoniale dando consapevolmente scandalo.

Tanto che al suo fianco Oscar finisce invece per farsi dilaniare tra la fedeltà alla corona fino alla morte e il senso del dovere nei confronti del popolo francese affamato, tra l’amicizia che la lega alla regina facendole comprenderne le motivazioni e la solidarietà di chi ha le stesse umili origini di Jeanne e Rosalie (Mazzarino e Heathfield Di Renzi), due ragazze dei bassifondi di Parigi che in modi diversi arrivano a corte e la sconvolgono.

«Voglio dimenticarmi chi sono. Alla Repubblica, alla Monarchia. Io non ho due cuori, ne ho soltanto uno» dice Oscar.

Tanto è vicina alla Storia con la S maiuscola la ricostruzione della vicenda, tanto se ne discostano invece alcuni linguaggi inseriti nello spettacolo, come gli intermezzi rap che pur arricchendo di varietà il mix di voci sul palco rischiano di suonare come note (volutamente?) stonate in un’armonia costruita su accordi precisamente dosati.

Ma chissà che non sia una rottura voluta per dare una scossa al pubblico privilegiato e comunque progressista del teatro, dopotutto il grido finale con cui viene lanciato l’assalto alla Bastiglia viene levato proprio verso, o contro, gli spettatori in sala. 

Costumi e scenografia, lontani da barocchismi settecenteschi, sono improntati a un minimalismo che lungi dall’impoverire lo spettacolo lo carica ulteriormente di pathos.

La divisa di Oscar e André è una semplice casacca bianca, gli outfit tutti pizzi e nastri di Maria Antonietta sono riassunti in un semplice corpetto indossato sopra una camicia bianca. Al centro del palcoscenico troviamo soltanto un grande specchio ovale che riflette gli sguardi degli attori anche quando danno le spalle al pubblico e crea giochi di luce bianca su un fondo completamente nero.

Infine, ad abbracciare la scena, c’è un sipario traslucido dietro al quale intravediamo i personaggi che si preparano ad entrare in gioco. Ma la vera magia la fa una pioggia di post-it che, prima sfogliati e lasciati cadere uno ad uno dalle mani di Robespierre, sul finale si riversano copiosi sui personaggi.

Le pagine della Storia che stanno scrivendo si riducono a piccoli coriandoli gialli. Insignificanti da soli ma impossibili da ignorare quando riempiono l’aria a centinaia come le voci che hanno fatto, e fanno, la rivoluzione.

Screenshot dal teaser di 'Oscar' sul sito del Teatro Stabile dell'Umbria

LE PROSSIME DATE E LE NOTE ORIGINALI

Terminate le rappresentazioni al Piccolo Teatro Strehler lo spettacolo prosegue in tournée a:

Teatro del Giglio - Lucca (6-8 novembre); 

Teatro della Pergola - Firenze (10-15 novembre);

Teatro Comunale - Todi (17 novembre);

Teatro Storchi - Modena (19-22 novembre)

LAC - Lugano (24-25 novembre)

Teatro Amintore Galli - Rimini (27-29 novembre) Nov a Dom 29 Nov 2026

E ancora a dicembre Cuneo, Torino, Napoli, Genova e Bari, vedi la pagina online del TSU dove si possono leggere le note di regia di Antonio Latella e quelle sul testo di Linda Dalisi.

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