Ancora su quel Champ Brûlé e sui Macellai di oggi, che non sono Demoni ma un prodotto lucido della società

Grandi applausi e omaggi floreali a LIFE per la prima di Elina Kulikova e Dima Efremov

io non so che cos’è una casa; / è un cappotto / o è un ombrello se piove? / L’ho riempita di / bottiglie / stracci / anatre di legno / tende / ventagli / sembra che non voglia uscire mai; / allora è una gabbia / che rinchiude tutti quelli che passano, / anche un uccello come te sporco di neve, / ma la roba che ci siamo detti / è così leggera / che non resta chiusa qui.

(dal documentario 'Tempo di Viaggio', dedica dello sceneggiatore Tonino Guerra al regista Andrej Tarkovskij, in occasione dei loro viaggi alla ricerca dei luoghi in cui ambientare 'Nostalghia').

Nel film 'Nostalghia' il fantasma di un passato onirico aleggia su valli desolate, acque paludose e scenari rarefatti, che ne consacrano la derelizione da parte di un’umanità “naftalinosa”, asfissiata dalle angustie di un mondo in decadenza.

In quest’atmosfera “saudosa” (non a caso) l’immagine della propria casa, un tempo fulcro di gioie infantili, sfuma in un ricordo doloroso, appannato dalle angherie di un presente inospitale.

Non è un caso che il tema della casa ricorra tanto nel film quanto nell’opera 'Un Champ Brûlé', di Elina Kulikova e Dima Efremov, due giovani artisti, anche loro russi, fuggiti dall’agonia di vivere rinchiusi nella loro stessa terra. Ciò che li accomuna è la malinconia, esacerbata dal rito della memoria la quale, come una nenia sconfortante, accompagna gli spettatori lungo un potente excursus sonoro della guerra russo-ucraina: dall’abbandono della madrepatria, alla condanna del regime, al senso di rassegnazione verso un 'incubo che non finisce', dal quale nessuno può svegliarci.

Lo spettacolo si apre con il rimando ad un 'sogno ricorrente': una casa d’infanzia, avviluppata da un’edera rampicante, circondata tutt’intorno da vallate di prati rigogliosi in cui il bestiame pascola serenamente, lungo un ruscello gorgogliante. D’un tratto la casa si solleva in aria e si trasforma in ufo volante, che diventa bersaglio di uno stormo di droni militari diretto verso la sua traiettoria; dopodiché una polvere grigia, come la prima neve d’autunno, riduce tutto in cenere.

L’incubo delle bombe echeggia durante tutta la performance, e torna ad infestare anche la ferita ancora aperta del teatro Mariupol, che nel 2022 fu attaccato deliberatamente dalle forze russe, pur sapendo vi fossero rifugiati centinaia di civili: all’esterno del teatro era stato scritto a chiare lettere BAMBINI.

Neanche l’arte ci salva dalla miseria della crudeltà umana, eppure essa è una fonte inesauribile di resistenza; anzi, ci pone davanti ad una realtà innegabile, ossia la necessità di aggrapparci a ciò che non è immediatamente fruibile, per tentare di divincolarci dalla morsa di un’esistenza devota alle apparenze.

Ce lo dimostrano i due artisti che, con una forza di ribellione squisitamente giovanile, rifiutano una narrazione univoca della storia, da parte di chi si arroga il diritto di scriverla con la forza. Le menzogne della propaganda, le circuizioni della dittatura, i travisamenti dell’opinione pubblica fuori dai confini dello Stato sono messi a nudo dalla cruda realtà di chi il regime lo ha vissuto sulla propria pelle; un regime che lascia 'libertà di obbedire', ma non risparmia chi decide invece di disertare.

Le scelte per chi vive in Russia oggi sono due: uccidere o andare in prigione. È proprio questa attrazione verso la crudeltà che viene denunciata con forza, senza remore né paura, e ci dice molto dell’umanità tutta, scandita in una sequenza di atti violenti che sembrano ripetersi copiosamente ed incessantemente.

Siamo ancora in tempo per salvare l’umanità dalle rovine di un futuro crepuscolare?

Ne “La banalità del male”, Hannah Arendt ci mostra come, anche dall’altro lato del filo spinato, i collaboratori del regime non fossero che piccoli, grigi burocrati, più o meno consapevoli, chiamati ad espletare gli ordini del Fürer in quanto espressione di un diritto meramente positivo, trascurando ogni valutazione intorno al contenuto morale.

I macellai di questo secolo non hanno la grandezza dei demoni, anzi, sono un prodotto lucido della società in cui viviamo, si somigliano e ci somigliano.

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