Bucare la censura con la contro-occupazione dei corpi che ballano

Our words are censored, but our bodies can still speak: If you can’t say it, dance it.*

Così i coreografi palestinesi Amir Sabra e Ata Khatab presentano ‘Badke(remix)’, lavoro nato nel 2025 in Belgio dalla rivisitazione dell’omonima produzione, ‘Badke’. Il titolo originale è un gioco di parole che richiama la dabka, una danza popolare dal ritmo calzante e dal carattere gioioso e vitale, tradizionale in alcuni paesi del Medio Oriente, in particolare Siria, Libano, Giordania, Palestina, Iraq. ’Battere i piedi’ è la traduzione letterale del termine arabo: un battito che scandisce pause e movimenti, salti e cadute, all’interno di un sistema di passi che si compone collettivamente.

Come accade per molte pratiche che sono espressione culturale di un territorio, anche la dabka, di fronte all’operazione di soppressione e distruzione del popolo palestinese, viene risignificata dalle stesse comunità di riferimento e assume un nuovo ruolo identitario. Da ballo di festa e di buon augurio per celebrare unione e prosperità diventa simbolo di lotta, protesta, emblema di resistenza e tradizioni. In un certo senso si riappropria nel profondo del suo essere cultura, e dunque specchio antropologico di una comunità che guarda a se stessa e in questo suo manifestarsi si riconosce. E non è un caso che proprio di danza si tratti - per di più una forma di danza collettiva e partecipata.

Occupare uno spazio con il proprio corpo, determinare la geografia dei suoi confini e delle sue possibilità si traduce in un atto dall’inevitabile valenza politica anche per chi decide di opporsi al genocidio in atto e prendere posizione davanti alla scena internazionale. In particolare, è emblematico il caso di alcune comunità di ‘contact improvisation’, una pratica di movimento contaminata e costitutivamente ibrida, nata nel 1972 dalla sperimentazione dei meccanismi di causa-effetto che regolavano l’equilibrio fra i corpi e la forza di gravità, che esprime nel contatto e nello scambio di peso. Dopo anni dai primi dibattiti sul conflitto israelo-palestinese, nel 2025 la comunità internazionale di contact riceve una lettera aperta contro l’occupazione dei territori palestinesi che porta in calce la firma di un folto gruppo di danzatori attivisti di Berlino, e un appello pubblico da parte della comunità greca, che invita a considerare gli spazi di danza stessi come ambienti aperto di solidarietà e di lotta. Anche in Italia matura nel movimento stesso un vocabolario comune e a novembre dell’anno scorso nasce il collettivo ‘Moving Humanity’, come ‘un atto di partecipazione attiva, un piccolo seme che celebra la vita e afferma il diritto di ogni popolo all’esistenza, alla dignità e alla libertà’. Frutto dell’incontro tra Andrea Reginato e Paola Andreatta di Padova, Elisa Ghion Savino di Milano, Linda Bufali di Arezzo e Tommaso Gallocchio di Barcellona, ‘Moving Humanity’ arriva presto a voler organizzare eventi che combinino contact, informazione, sensibilizzazione e raccolte fondi destinate a Gaza. Le prime azioni concrete si traducono nella progettazione di jam di contact improvisation di durata variabile (da cinque a nove ore circa), ospitate in diverse città italiane grazie al supporto organizzativo di danzatori locali. La prima jam si tiene a Padova il 15 novembre, a cui fanno seguito altre a Varese, Roma, Trento, Milano, Verona, e le prossime, programmate per maggio, a Torino e Treviso. Giornate di danze e comunità, con improvvisazione musicale dal vivo, testi da leggere e tele condivise su cui comporre, disegnare, scrivere, a cui i danzatori possono prendere parte liberamente con una donazione destinata a sostenere una raccolta fondi. A marzo il collettivo dà avvio anche a un format virtuale, gli incontri di Community Time, che promuovono dialoghi di studio e confronto. ‘Here we remain in our absence’ scrivono i membri di BADco., collettivo di danza croato, nella descrizione del loro lavoro intitolato ‘Responsibility for Things Seen: Tales in Negative Space’. Durante un corteo fra le strade di una città, nel cuore di una dabka danzata in un accampamento di tende, al termine della small dance che chiude una jamdi contact improvisation: qual è il valore di ciò che rimane? Cosa significa testimoniare l’esistenza?

Ata Khatab e Rebecca Kaoud, coreografo e ballerina in ‘Badke(remix)’, hanno sottolineato in un’intervista il fatto che i danzatori in scena siano diversi rispetto allo spettacolo originario: non sono gli stessi corpi e non sono gli stessi tempi. Rimane il tessuto scomposto e ricomposto della dabka, la sua capacità di mobilitare le giovani generazioni, tramandare la cultura, raccontare una storia e creare un senso di appartenenza collettiva. Alimentare quel movimento è tornare a memorie d’infanzia, è pestare i piedi e sentire una risposta dalla terra, è mantenere viva e luminosa una manifestazione culturale che intreccia musica, strumenti tradizionali e dialetti locali, è rivendicare il diritto di esistere come esseri umani, prima che come vittime: * ‘Le nostre parole vengono censurate, ma i nostri corpi sono ancora in grado di parlare: se non puoi dirlo, danzalo’. 

(Giulia Storchi)


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