Dai, cuciniamoci un po' questa purea di giovani e arte per tutti, con il peperone e le tortine che fanno i contaminuti

Sul tavolo dei relatori al talk 'Partecipazione' di LIFE

Sabato 9 maggio, dalle 10 alle 17:30, nella sala Cisterne della Fabbrica del Vapore si è tenuto l’incontro Le buone pratiche della partecipazione, secondo appuntamento del focus PARTECIPAZIONE a cura di ZONA K, Ateatro e cheFare

Seguendo una rotazione di “tavoli” scandita in tempi serratissimi dai contaminuti food-styling a forma di peperoni e dolcetti, diverse voci provenienti dal mondo del teatro e dell’arte si sono alternate attorno al tema – come i lettori più perspicaci avranno già intuito – della partecipazione.

La struttura era molto semplice: quattro assi tematici – Spazi di cittadinanza, Reinventare la città, Prospettive artistiche e Crescita partecipativa – ciascuno condotto da una moderatrice diversa (con l’eccezione dell’ultimo tavolo, moderato da Oliviero Ponte di Pino) che dava via via parola ai relatori.

Nonostante lo slittamento semantico delle diapositive quasi sempre sfalsate rispetto ai relativi interventi, la formula si è rivelata efficace, offrendo al pubblico un panorama - come si suol dire - 'ampio e articolato' di esperienze e pratiche. 

Al di là della scansione tematica, molti interventi hanno finito per convergere sugli stessi nodi che, concedendomi una piccola libertà di sintesi, si possono riassumere in tre ambiti: relazione, rapporto con le istituzioni e questione generazionale. 

A sintetizzare il primo è una frase di Serena Sinigaglia (regista, fondatrice della compagnia A.T.I.R. e direttrice artistica del Teatro Carcano di Milano insieme con Lella Costa): se il teatro è un’arte, è sicuramente l’arte della relazione. Il teatro diventa così uno spazio in cui si costruiscono legami tra individui, comunità e luoghi. Diverse esperienze hanno infatti mostrato come la pratica teatrale possa contribuire a riattivare i territori, trasformando spazi quotidiani in luoghi di condivisione e assegnando loro significati sempre nuovi.

L’artista – come è stato ricordato più volte – non è un osservatore neutrale ma, come un antropologo, entra nei diversi contesti, li attraversa, li abita.

Accanto a ciò è emersa la complessità del rapporto con le istituzioni: da un lato, la necessità di una responsabilità condivisa tra artisti e soggetti istituzionali nei confronti dei cittadini coinvolti; dall’altro, una serie di criticità legate a strumenti e politiche culturali percepite come distanti dalle pratiche reali.

Il sistema dei bandi, in particolare, è stato più volte messo in discussione. Netto Manuel Ferreira: «fanno dei bandi che ti chiedi “ma questo chi l’ha scritto?”»; lapidario Gabriele Vacis: «i bandi sono il male assoluto». Ugualmente si critica la tendenza a privilegiare la quantità della produzione rispetto alla cura dei diversi processi. Più che moltiplicare i progetti, è stato suggerito, bisognerebbe forse domandarsi per chi si crea davvero. 

Diversi interventi hanno poi sollevato la difficoltà di intercettare e coinvolgere le fasce di popolazione più giovani, interrogandosi su quali linguaggi e dispositivi possano attivare una partecipazione autentica anche tra gli under 25.

Un rapido censimento in sala ha mostrato quanti ventenni fossero presenti – quattro in totale – e poi, finalmente, uno spiraglio si è aperto: Erica Nava, ventisettenne, presidente della compagnia teatrale PoEM (Potenziali Evocativi Multimediali). Alzandosi in piedi e spezzando la staticità dei colleghi ormai sprofondati nelle loro sedie, ha dichiarato: «per chi prima cercava i giovani, eccomi! Ma se sono qui è perché un adulto (Gabriele Vacis) mi ha teso la mano e mi ha detto “vieni qui”».

Già, il confine tra celato appagamento e sincera preoccupazione degli adulti che cercano invano i ventenni tra la folla è sottile e il mito del self-made-man si è incrinato da tempo: così ci vuole sempre qualcuno che ricordi che i famosi portoni devono anche essere aperti da chi è già dentro. 

In ogni caso, il lavoro con le scuole e i laboratori di co-creazione con gli adolescenti sono emersi come esempi di pratiche significative. 

Un secondo censimento è stato poi improvvisato per constatare quanto fossimo un pubblico tremendamente uniforme. Da qui è sorta una domanda più ampia tra chi ha tirato le fila del discorso, questione in realtà già presente in filigrana durante l’intero convegno: quanto è possibile realizzare pratiche partecipative capaci di coinvolgere davvero tutti?

Qualcuno ha fatto notare che se c’è ancora bisogno di parlarne è perché, forse, tutta questa partecipazione non c’è ed è un peccato che certi progetti continuino a non appassionare granché le persone. 

Il sogno di un’arte per tutti continua ad affascinare, lo capisco, ma forse bisogna semplicemente fare i conti con il fatto che l’arte continua a muoversi entro un perimetro sociale e culturale piuttosto definito. E poi, alla fine, è davvero auspicabile che l’arte sia per tutti?

È da considerare realmente tra gli obiettivi dell'arte – ammesso che debba averne – quello di attivare una partecipazione il più possibile estesa? 

Così, mentre continuiamo ad arrovellarci sulle possibilità e le modalità di un maggiore o addittura indiscriminato coinvolgimento del pubblico, riaffiora alla mente la provocazione di Carmelo Bene in Uno contro tutti: «Non è un artista, che je frega dell’arte a 'sto stronzo?».

Iscriviti
alla newsletter

Ultimi Articoli

Iscriviti
alla newsletter

-->