Di 'GONE' e dei georgiani, dei 'KepleRau' e di Bologna, dei 'cuori di mamma' e della 'semplicità' (tutto tra virgolette)
04.11.2026
Agli occhi di chi guardando lo fa vivere, il teatro dovrebbe pur risultare straordinariamente 'semplice', cioè proprio etimologicamente una costruzione narrativa lineare, 'piegata una volta sola': e proprio così appare, fin dalla prima rappresentazione italiana al Teatro Bonci di Cesena il 24 ottobre, questo nuovo ‘GONE’.
Il titolo tutto in maiuscolo mutua l’indicazione dell’avvenuta partenza sul tabellone degli aerei, e Kepler-452 ha presentato tout court il lavoro come ‘uno spettacolo di teatro documentario con le attrici e gli attori del Teatro Tumanishvili di Tbilisi’.
Il dramma s’intuisce fin dal contrasto d’immagine tra la locandina, una classica splendida cartolina da Stepantsminda con la Chiesa della Trinità di Gergeti incorniciata dai 5mila metri del vulcano Kazbekdella sullo sfondo, e la scena povera da interno in non-luogo aeroportuale non proprio scintillante e grandioso.
Attenzione, nel poster panoramico si poteva notare l’intrusione di un piccolo dettaglio materiale in alto a destra - un microfono su asta di quelli che vengono usati per gli annunci degli arrivi e delle partenze nelle stazioni dei treni e negli aeroporti: suggerisce, insieme con i credits completi dei vari patronimici tutti consonanti dei georgiani (1), il tema di fondo delle migrazioni. Considerato che quasi la metà della popolazione della Georgia è migrata per lavorare all’estero, e tantissimi sono arrivati anche qui in Italia…
E' tutto chiaro e, alla fine, per chi ancora non avesse capito che si parlava di sentimenti veri e di cuori strappati via dal petto per quel ‘dover andare’ dei migranti - ovvero del pur sempre anche proverbiale ‘partire è un po’ morire’ -, ecco l’arcinoto giro armonico d’introduzione al pianoforte, Lam Rem Sol7 Do Fa Sol7 (x2), che spara fuori ’Caruso’ originale finto-melodrammatica di Lucio Dalla, a tutto volume...
...in una splendida sala ottocentesca che è intitolata a un vero grande tenore, la gloria locale Alessandro Bonci, di cui ancora si narra, 120 anni e rotti dopo, che cantò nel Faust di Gounod ‘con voce divina’…e pure riprende in sottofondo nel commovente giro d’applausi, quell’ordinaria melodia di ‘Caruso’ con la cantata volutamente fragile del ‘vecchio’ Dalla, tra gli scongiuri e le maledizioni dall’aldilà di Bonci.
Fantasmi da teatro all'italiana a parte, si taglia palpabilmente nell’aria qualcosa di profondo e di sentito, e non solo da parte degli straordinari attori georgiani, così semplicemente autentici dal primo all’ultimo, e diremo subito soltanto dei due più giovani.
Ecco quel Luka Chibukhaia che apre da solo lo spettacolo con una maestria che, per associazione, ricorda giusto quei due-tre attori navigati ai quali Milo Rau ha affidato un bell’incipit meta-teatrale di ‘La Reprise. Histoire(s) du théâtre (I)’.
E ancora quella poco più che maggiorenne Liza Nikvashvili, che si fa carico anche di un monologo chiave, scendendo in platea con lo smart-phone in mano per farsi aiutare a registrare un video messaggio da mandare alla mamma lontana, inghiottita ‘dalle notti là in America’…
Sempre che non si offendano tutti gli altri, ché se si potesse spoilerare meriterebbero ciascuno una nota di merito.
Se e quando vedrete lo spettacolo (ora è di nuovo in scena al festival GIFT di Tbilisi per poi restare in cartellone nei teatri georgiani) godetevi per esempio il cambio di registro per tirare la morale finale che fa la speaker-hostess in divisa interpretata da Nino Burduli.
La 'piccola rossa' Nino lascia a bocca aperta anche la solita vicina intelligente che di teatro ne ha visto parecchio, e al sottoscritto viene da pensare che lei sì che deve essere cresciuta a Shoti Puri e Gogol, a pane comune e Cechov, altro ché versioni fighette del Khachapuri (il tipico mattone pan focaccia con formaggio) e indigeribili teatranti all’italiana di cui sono ghiotti i tardo-hipster milanesi, e i relativi genitori e nonni…
Devono aver provato qualcosa di personale, forse più del solito, anche Enrico Baraldi, Nicola Borghesi e gli altri primi kepleriani, forse pure il co-autore lombardo Riccardo Tabilio, la cui firma si nota anche nel precedente umanissimo ‘Album’ e ne ‘Gli altri’.
Tra parentesi, e mica troppo, in tema di precedenti bisogna ricordare che Baraldi si era pure ben messo in mostra come 'regista internazionale' per un commovente e pure ironico ‘Non Tre Sorelle’ con un pugno di attrici ucraine.
Stavolta i kepleriani si presentano vestiti meno informali, senza felpe da centro sociale, ma in giacca scura e camicia, ‘non si sa mai…’, si direbbe guardandoli quasi trepidanti mentre accolgono gentilmente nell’atrio gli spettatori e soprattutto quando devono dire quattro parole di presentazione prima che si spengano le luci.
E quello sfrontato istrione ormai abituato a prendersi gli applausi scroscianti persino a Berlino, e che ogni volta in fondo si guadagna, con l’approvazione entusiasta dei cattolici di 'Avvenire' o 'Famiglia Cristiana', l'esenzione dalla sepoltura in terra sconsacrata, come toccherebbe agli attori, e cioè Nicola Borghesi, questa sera è due volte figlio esemplare da libro ‘Cuore’ (già, anche Edmondo De Amicis era pur sempre un socialista, vicino a Turati, scriveva persino su ‘Lotta di classe’…).
Aspetta i suoi genitori, Nicola, per questa prima di ‘GONE’, e quando arrivano si deve dar di torno per riuscire a spostare la mamma in prima fila, ché non ci vede bene e ha dimenticato il binocolo a casa.
In realtà, come scopriranno tutti dopo, sta brigando per non rovinare anzitempo la sorpresa finale, che sarà poi l’arrivo della vera madre di Liza, fatta venire apposta e in gran segreto da chissà dove ‘là in America’, per salire commossa con gli autori sul palco ad abbracciare la figlioletta.
E no, non è uno spoiler questo epilogo del dopo, perché è successo giusto il 24 ottobre a Cesena, ed è stata un’emozione irripetibile, peccato soltanto che non ci fossero le telecamere per la ripresa televisiva, ché tra Caruso e la Carrambata alla povera inconsapevole Liza, un’impennata allo share di spettatori se la conquistava sicuramente.
Stupidaggini a parte, che cosa vogliamo poi mai dire a proposito di questo spettacolo?
Che si spera in una tournée vera e propria, nella prossima stagione, perché 'GONE' è una costruzione teatrale bell’e che fatta e finita, rotonda e siderale, autenticamente kepleriana, ovvero di genere documentario eppure tanto alla Cechov, profondamente politica e insieme tanto umanistica, così commovente e anche puntualmente ironica.
E' pure popolare e impegnata come sarebbe piaciuta al Gramsci critico teatrale, prima che al teorico dell'egemonia culturale, che predicava l'adesione dell'intellettuale comunista al sentire del popolo (L’elemento popolare “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”).
Nel caso di ‘GONE’ il merito è certo anche di questi attori georgiani di scuola statale ex sovietica, ovvero in qualche modo di grande tradizione russa e insieme di rara modestia anti-individualista, che sanno essere così efficaci proprio perché ai nostri occhi - d’italiani tutti ‘anima e core’ ed esagerate recitazioni - sembra che nemmeno stiano interpretando dei personaggi, e forse non lo stanno proprio facendo.
Di sicuro sembrano tutti molto convinti - spoilerissimo! - anche nella controscena in cui festeggiano ironizzando sugli italiani che li stanno guidando verso ‘il teatro doo-cuuu-mentario’, detto proprio così: 'no, non bastava il teatro, il teatro e stop...'.
Se Baraldi e Borghesi hanno sempre dichiarato come modello Rimini Protokoll, l’evoluzione del loro lavoro non li sta portando ancora a quella sorta di mutazione e rarefazione post-teatrale di Stephan Kaegi & Co.: con ‘GONE’ si entra sul terreno, come già accennato, del miglior Rau.
Al netto che - chiedendo scusa per l’annotazione critica da iniziati - Kepler-452 il loro ’Nachlass’ l’hanno già fatto con quel capolavoro di ‘Album’, e al posto delle costruzioni museali cimiteriali di Domenic Huber portano in giro quattro o cinque scatoloni di vecchie cose del presunto padre defunto da spargere in giro nel provvisorio salotto dove si tiene lo spettacolo.
Ancora un’annotazione a latere. Non per caso è Bologna la città di questa compania ‘KepleRau’ che da ormai due anni sta rappresentando, con notevole successo, e pure in mezza Europa, uno spettacolo commovente e molto duro sui soccorsi ai migranti nel Mediterraneo come ‘A place of safety’.
E’ diventata ormai la produzione di punta dell’ERT Emilia Romagna Teatro, ovvero del polo pubblico istituzionale oggi guidato - caso unico in Italia - da tre donne (la direzione artistica è affidata a Elena Di Gioia, che aveva seguito già anche per il Comune questo settore e ha guardato con favore fin dall’inizio i giovani compagni kepleriani).
Se si pensa alla cultura - e non solo, basti citare le ‘mamme anti-mangello’ sfilate in corteo con gli studenti - si può quasi dire che Bologna sia tornata a fare da vetrina del modello emiliano della sinistra al potere, come il PCI vantava giustamente cinquant’anni o giù di lì, nella stagione del sindaco professore Renato Zangheri.
E, anche dopo il drammatico caso della morte durante il fermo di polizia di Abderrahim Fakir, con il corteo di solidarietà guidato dal Sindaco Matteo Lepore, Bologna si sta confermando come il laboratorio di un tentativo di ribaltamento di quel comune sentire anti-immigrazione che la destra alimenta ad ogni piè sospinto.
Le migrazioni sono uno dei temi portanti del lavoro di Kepler-452, un filo rosso che seguono da anni, scandito da titoli come ‘Perdere le cose’, ‘Gli altri’ e appunto ‘A place of safety’.
Ed è alquanto meritevole saper andare così decisamente contro la corrente opinione pubblica, anche quella 'vicina', perché poi il primo mondo di riferimento in cui si devono rimettere in chiaro i valori è proprio la sinistra istituzionale e quella nuova populista: tra un Minniti dalemiano di ieri e i Toninelli o Crimi del primo grillismo, i De Luca neo-renziani o i riformisti PD di oggi, non ci sono poi tutte queste differenze di sensibilità sul fenomeno delle migrazioni.
Infine, per Enrico Baraldi, Nicola Borghesi e soci kepleriani questo ‘GONE’, frutto felice di un’integrazione così ben riuscita con una compagnia di un altro mondo teatrale e culturale, è un ulteriore salto in avanti dopo la recente organizzazione del nuovo festival ‘Convergenze’, verso una piena dimensione da animatori culturali. Ovvero, per meglio dire, da ‘agit prop’ della ‘rivoluzione possibile' permanente.
Sempre in viaggio sui binari ideali degli ‘agit-poezda’ di Trotsky, i treni teatrali della prima propaganda rivoluzionaria bolscevica, anche se, ahi-ahi!, la scelta delle canzonette finali non è certo da massimalisti, ma quasi da deamicisiani di Turati: ancora lì con i Battiato e Dalla strappacuore, mentre persino Marcos Morau punta dritto su Giovanna Marini e mette in passi di danza per Aterballetto di Reggio Emilia l’oratorio pasoliniano de ‘Le Ceneri di Gramsci’…
(1) IL CAST COMPLETO IN LOCANDINA
con Nino Burduli, Temo Natroshvili, Nika Tserediani, Luka Chibukhaia, Kato Kalatozishvili, Gagi Shengelia, Keta Shatirishvili, Liza Nikvashvili, Giorgi Chachanidze
traduzione e adattamento in Georgia Tatia Mtvareldize
scene e costumi Simon Machabeli
musiche Gogi Dzodzuashvili
assistente alla regia Mariam Jamerashvili
direttore tecnico Anuki Khoshtaria
coordinamento Roberta Gabriele
produzione Lepl Mikheil Tumanishvili Film Actors Professional State Theatre (Tbilisi-Georgia)