Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Simone de Beauvoir, considerata la madre del movimento femminista e Jean Paul Sartre, uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo, si conoscono alla Sorbona intorno al 1930. Sartre e de Beauvoir rappresentano una delle coppie di intellettuali più influenti del Novecento. Hanno fondato la loro relazione amorosa sulla libertà assoluta e la parità intellettuale.
Ci tengo a sottolineare che non vissero mai sotto lo stesso tetto. Che ship! Sono certa che oggi avrebbero matchato anche su Tinder.
Dal 1950 Sartre aderisce al comunismo mentre de Beauvoir, da femminista radicale, sarà vicina al marxismo ma non aderirà mai formalmente al partito comunista. Nel 1970 vengono arrestati per aver venduto un giornale maoista che era stato proibito.
Il personale è politico? Qui non c’è dubbio. Chissà che cosa avrebbero pensato oggi delle dating app.
“Amarti m’affatica. Mi svuota dentro” cantavano i CCCP – Fedeli alla linea nel 1990. Sembra che oggi amare sia diventato faticoso, in un mondo fatto di “mi piace” e ancora, di polarizzazione.
'Swipe right' indica letteralmente l'azione di trascinare il dito verso destra su un'app di incontri (come Tinder) per esprimere interesse, approvazione o "mi piace" verso un profilo. Se l'interesse è reciproco, si genera un match. Il contrario, per mostrare disinteresse, è lo swipe left.
Letteralmente scorrere verso destra diventa quindi un gesto di approvazione, ed è su questo doppio senso che prende vita lo spettacolo della giovanissima attrice olandese Sophie Anna Veelenturf. L’attrice sceglie di portare in scena la sua vita sentimentale rendendoci partecipi di svariati incontri e frequentazioni che ha intrattenuto con uomini che si definivano proprio su Tinder (tramite delle categorie preimpostate) di destra e conservatori.
Come diceva de Beauvoir, il personale è politico, ricorda a un certo punto Sophie.
Oltre a queste sue frequentazioni, per indagare come la politica influenzi le relazioni, realizza interviste a coppie che si posizionano agli antipodi, accademici e sessuologi. Assistiamo a tutte le conversazioni tramite degli audio sottotitolati che Sophie segue facendo lip sync, inframezzando il tutto con performance coinvolgenti.
È subito evidente che la dimensione teatrale e drammaturgica non sia fondamentale, sembra più di assistere al dating wrapped di un’amica entusiasta.
Sono confusa. Andiamo con ordine.
Le tre frequentazioni che sono finite male, molto male, sono quelle con Max, Noah e Jeff.
Max è un impresario funebre che Sophie conosce a diciassette anni, il primo amore. Non sono subito chiare le sue posizioni politiche ma lo diventano pian piano. A soli vent’anni si comporta da uomo vissuto che capisce molto di più della vita di una donna. Si lasciano, e per fortuna.
Noah lavora in politica e Sophie lo incontra quando ha ventun’anni. L’orientamento politico di Noah non è subito chiaro e Sophie cerca di non condannare le sue frasi più xenofobe e omofobe nella speranza di aiutarlo ad essere migliore. Non ci riuscirà.
Questi uomini non credono di poter essere migliori di così. Noah anche a distanza di anni, quando si rivedono in occasione di questo progetto, conferma di essere semplicemente un grande stronzo.
Jeff è l’ultimo amore di Sophie, colui che le ha spezzato il cuore. È un consulente finanziario le cui posizioni politiche sono subito chiare. Ascoltare il tono di superiorità con cui si rivolgeva a lei mi faceva venire voglia di spaccare tutto. Emerge dalle conversazioni anche la sua capacità manipolatoria, la capacità di approfittare dell’affetto di Sophie nei suoi confronti. Praticamente Jeff incarna il demonio per una donna giovane e progressista. Sophie ci racconta che ha provato a resistere finché ha potuto, e poi ha messo fine a questo storia.
Tra gli intervistati e le intervistate emerge invece una sorprendente capacità di mediazione e comprensione dell’altro. Da due docenti ai poli opposti che si amano proprio per questo, alla coppia di amici di Sophie in cui uno dei due, belga e di origini congolesi, dice di odiare altri africani e dice di sapere che è sbagliato ma proprio non può farci niente. Lo dice a loro in confidenza, ad alta voce non lo direbbe mai. Oppure l’amico gay di Sophie che odia il gay pride. Queste sono grandi contraddizioni irrisolte, come gli omosessuali che votano estrema destra senza considerare che la propaganda di questi partiti si basa anche sulla limitazione dei loro diritti.
Le suggestioni sono diverse, sta a noi che ascoltiamo capire dove posizioniamo il nostro limite. Si tratta, di nuovo, di stabilire liberamente dei confini, dei confini mobili e interscambiabili.
Possiamo resistere se amiamo molto qualcuno con idee opposte alle nostre? Possiamo davvero amare e stimare qualcuno con idee opposte alle nostre? Ciò in cui crediamo e ciò che votiamo esemplifica la nostra visione del mondo, cosa tolleriamo e cosa no. Non posso amare qualcuno le cui idee escluderebbero la mia esistenza nel mondo e non potrei amare qualcuno di intollerante, qualcuno che voti per l’odio.
“Il mio cuore è un organo opportunista e ipocrita” dice Sophie, delusa e con la voce rotta dopo aver nominato per l’ultima volta Jeff.
Si intravede in lei una vulnerabilità autentica, una sincerità emotiva, tanto che mi ha fatto pensare che questo spettacolo, tra il cabaret e il documentario, in fondo servisse più a lei che noi. Sono convinta che tutto questo sia stato per lei un modo di esorcizzare ciò che le è accaduto, gli abusi psicologici subiti, al fine di potersi riscattare, anche da questi.
Sophie ha capito entro quale spazio porre dei confini, e noi?