Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Il titolo sarebbe:
Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
Nel 1897 Paul Gauguin intitolava così un dipinto del periodo Tahitiano. Chi lo avrebbe mai detto che, più di un secolo dopo, ci saremmo posti le stesse domande?
Nell’iconosfera (1) in cui viviamo le immagini hanno trionfato sul testo. Lo scrolling compulsivo a cui ci sottoponiamo e la violenza che viene continuamente perpetrata sotto forma di contenuto da consumare hanno completamente plasmato il nostro sguardo. La soglia dell’attenzione si è abbassata drasticamente in favore di una disattenzione caotica che si manifesta in una sensazione che oggi definiremmo overwhelming.
Il termine overwhelming significa letteralmente travolgente, opprimente. Oggi viene utilizzato per definire la sensazione di sopraffazione e saturazione che avvertiamo quando a fine giornata constatiamo di aver consumato una quantità di contenuti indecifrabile. Questa sovrastimolazione generata dall’ultra-consumo di immagini ci rende incapaci di intendere e di volere: non capiamo più cosa stiamo guardando e perché. Non riusciamo più a distinguere la verità dalla menzogna. Partecipiamo a un grande gioco in cui non sappiamo nemmeno quale ruolo ricopriamo.
Who are you? Ci chiede una soldata creata con l’intelligenza artificiale. È la domanda con cui si apre la performance Grey line, ideata dal collettivo SPIME.IM. Uno tsunami di immagini ci travolge scandito da musica elettronica e luci stroboscopiche che ben esemplificano il senso di bombardamento mediatico a cui siamo sottoposti. Le immagini selezionate provengono dall’archivio (o contro-archivio) illimitato della rete: dalle immagini di leader mondiali ai meme fino allo sfruttamente ittico. In questo turbine, i nostri occhi allenati cercano di distinguere cosa stanno vedendo, cosa riconoscono, chi ricordano.
Una sensazione di adrenalina ci pervade e comodamente seduti godiamo di questo spettacolo iper-stimolante senza battere ciglio. Le luci e la luminosità dello schermo sono disturbanti, le immagini no. Le immagini ci confortano. Nell’impero visuale in cui viviamo il nostro pensiero procede per immagini.
Lo storico dell’arte tedesco Horst Bredekamp (2) ha teorizzato in questo secolo il Bildakt, la teoria dell’atto iconico. L’atto iconico è un concetto filosofico che teorizza la capacità delle immagini di innescare azioni e reazioni nell’osservatore, di agire attivamente e autonomamente sulla percezione umana.
Secondo Bredekamp le immagini non possono essere collocate davanti o dietro la realtà, poiché esse contribuiscono a costruirla. Non sono quindi una sua emanazione, ma una sua condizione necessaria. La teoria dimostra che il mondo in cui viviamo non è un mondo con immagini ma piuttosto un mondo di immagini.
Possiamo resistere a queste immagini? Possiamo controllarne il potere? Non ne siamo capaci. Le immagini ci confortano.
Where we can go now? We can go back? sono le ultime parole che i nostri occhi consumati dalle immagini riescono a vedere. Dove andremo ora? Possiamo tornare indietro? Ciò che abbiamo consumato non ci verrà restituito e, a nostra volta, saremo consumati.
Past is eating the future, il passato sta divorando il futuro: non ci resta che riflettere su quest’ultima grande affermazione, prima però, spegniamo tutto.
NOTE
[1] Il termine iconosfera viene coniato da Gilbert Cohen-Séat nel 1959. L’iconosfera è il sistema vivente abitato dalle immagini, lo spazio contemporaneo in cui la vita dell’essere umano è immersa nelle rappresentazione iconiche.
[2] Horst Bredekamp, Immagini che ci guardano. La teoria dell’atto iconico, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2015.