Grazie per la lezione di pedagogia respiratoria dell'impercettibile: ecco che cosa c'insegnano Dahkan e Bouriri

Vorrei imparare di nuovo a respirare per ritrovare il mio ritmo.

Chilometri di resistenza da attraversare passo dopo passo, un soffio dopo l’altro.

Varcando la soglia della Cattedrale di Fabbrica del Vapore, prima ancora di raggiungere gli spalti, si è accolti da un ansito affannoso, il riverbero sonoro di uno sforzo che sembra consumarsi in un’atavica ricerca di ossigeno.

Pochi passi e l’origine di quel coro polmonare si palesa: il performer Mohamed Bouriri è al centro di uno dei due cerchi disegnati per terra, un diagramma di Venn fatto di polvere bianca. È un’intersezione di mondi: Francia e Marocco, performer e pubblico, potenza e atto, inspirare ed espirare.

Spettatrici e spettatori hanno preso posto, si è tutti fermi e in silenzio ad ammirare ed ascoltare i polmoni di Bouriri riempirsi e poi svuotarsi rumorosamente. Ma è di nuovo il sonoro a precedere il visivo e un secondo soffio si insinua nello spazio. Il performer e coreografo Mehdi Dahkan avanza carponi verso il diagramma di polvere cominciando a intrecciare il proprio respiro con quello del collega.

I due si toccano nella fatica della ventilazione, prima delicatamente, poi in modo più diretto e violento; le loro teste si incrociano come fossero due tori.

Questa scena, delicata ed erotica, lascia velocemente il posto a una frenesia sincopata: qui l’atto del respirare abbandona i confini anatomici di naso e bocca per trasfigurarsi in movimento puro, una sequenza di gesti che si ripete ritmicamente con piccole variazioni.

In questo climax, i cerchi di polvere vengono calpestati, spostati, distrutti; segue una fase di distensione in cui le linee bianche vengono lentamente ricostruite con una pazienza quasi liturgica.

È il tentativo umano di ritrovare un ordine dopo il caos, l’unico modo per non soccombere alla dissoluzione. È qui che l’Aïta, insieme di musica e canti popolari del Marocco legati alla storia di resistenza del paese durante il protettorato francese, smette di essere un’eredità da archivio etno-antropologico per diventare una postura politica.

Il punto di rottura in 'Kms of resistance' si consuma quando i performer evadono dal perimetro dei cerchi per invadere lo spazio del pubblico. Dahkan si abbandona ai piedi di una spettatrice, evocando un’iconografia pastorale o forse addirittura una Pietà profana che stride deliziosamente con il cemento del tipo di Cattedrale nel quale ci si trova.

Un momento di sospensione, una parentesi di quiete. Lo sguardo del coreografo si fissa sulla donna, è una richiesta muta: “Respira con me”. Il gesto si fa condiviso, un unisono biologico che prosegue guidato finché la donna non continua in solitaria. Sul volto di Dahkan appare un’espressione soddisfatta, compiaciuta, rilassata.

Questo silenzio, questa dolcezza, viene bruscamente interrotta da Bouriri, che irrompe con un ansito roboante, il motore di una macchina che si riaccende pronta per una nuova corsa, e così si richiama il compagno alla frenesia, alla necessità di un nuovo movimento.

Non passa molto prima che la tregua si ripresenti, coinvolgendo stavolta un uomo nel ruolo di temporaneo compagno di riposo. Presto questa dinamica si apre al pubblico intero: i due protagonisti, perfetti maestri, insegnano al pubblico come respirare, lo fanno con calma e pazienza, accompagnando alla riscoperta quel primo atto compiuto da tutti alla nascita come fosse una recente e inedita conquista. Forse perché, in un certo senso, oggi è diventato qualcosa di completamente nuovo.

Ri-imparare insieme a respirare. Sospiri, sbuffi, fischi, sibili più o meno armoniosi si levano dal pubblico, dettando il ritmo, la velocità e l’intensità dei movimenti eseguiti dai performer per il resto dello spettacolo.

Scoprire che il proprio soffio possiede un potere trasformativo innesca una rivelazione: una presa di coscienza che trasforma il gesto più automatico e semplice in un atto di responsabilità civile. 'Kms of resistance' guida delicatamente il pubblico in una vera e propria pedagogia respiratoria dell’impercettibile.

Il primo passo è la sincronia, un esercizio apparentemente banale che rivela però le nostre aritmie interiori e i soffi involontari della nostra unicità. Non c’è errore, solo singolarità. La sfida, suggeriscono Dahkan e Bouriri, è trovare un diapason comune su cui innestare la libertà di complicare le cose. Trovare un terreno comune sul quale cominciare ad abitare la complessità del singolo e della sua relazione con l’altro.

Fare ciò significa rivendicare libertà di espressione e diritto all’eccesso - la violenta espulsione d’aria, il leggero sibilo prolungato - ma anche porsi in condizione di ascolto radicale, accogliendo l’altro accettandone il respiro, la parola, l’azione.

Dahkan e Bouriri si muovono infine in un silenzio ritrovato. Dai loro volti è svanita la fatica di quel titanico sforzo muscolare e polmonare sostenuto fino a quel momento per lasciare spazio a una leggerezza commovente, a tratti infantile.

C’è una gioia autentica nei loro sguardi mentre osservano chi, tra il pubblico, vince la timidezza per offrire loro un ultimo soffio. Sono due corpi che ballano sui respiri del pubblico.

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