Convergenze di sguardi diversi sulla realtà, con tre 'restituzioni' stellari al nuovo festival di Bologna
07.07.2026
Immagina un punto dove la vita finisce e poi ricomincia. Ne attraversiamo molti nel corso della nostra esistenza, sono i momenti che si ricordando per la coincidenza con forti emozioni, sono i momenti che segnano un passaggio da uno stato a un altro, durante i quali i nessi di causa-effetto rispondono alle leggi ingovernabili del cambiamento.
Quando si partecipa a uno spettacolo teatrale dovrebbe accadere qualcosa di simile, se il rapporto tra spazio scenico e platea, tra attore e spettatore viene costruito sulla base di un patto di reciproca fiducia e impegno a rendersi permeabili al qui e ora.
Ciò che accade in quel tempo, in quel luogo, con quei soggetti coinvolti, si carica di un’unicità irripetibile, che volente o nolente interviene applicando uno scarto tra presente e passato negli attimi condivisi da parte dei presenti.
Dichiarare che sempre questo processo avvenga, sarebbe pretestuoso e poco attinente alla realtà. Ma che questi presupposti ci siano, che le condizioni vengano poste, rendono l’atto teatrale un motore emotivo e trasformativo dalle potenzialità infinitamente variegate.
L'ECO DI ODI AL MEGAFONO, DI VOCI CRISTALLINE E...
A una decina di giorni dalla fine di LIFE – Theatre Arts Media Festival si depositano gli effetti messi in moto dai processi creativi a cui abbiamo assistito per più di tre settimane continuative di spettacolo, mostre, installazioni e incontri.
Riaffiorano alla mente come un’eco lontana le odi intonate al megafono tra le fronde degli alberi e per le vie del cemento del quartiere di Chinatown (Signal in Milano). Restano scolpiti nella memoria i fotogrammi di un braccio alzato tra lo sgorgare del sangue rosso di un idealismo progressista che scopre da un lenzuolo bianco i suoi fantasmi (THREE TIMES LEFT IS RIGHT).
Riecheggia nell’orecchio la voce cristallina e dolcemente imperfetta di Elina Kulikov, che con un’eleganza e una grazia dai dettagli apparentemente spontanei – ma sottili e accuratissimi – intesse canti popolari partigiani contro una Russia dittatrice, che spegne ogni voce dissidente nel silenzio della dimenticanza (Trilogie de la guerre / Un champ brûlé).
Nelle viscere dell’intestino ribolle la palpitazione dei bassi dei subwoofer, mentre l’occhio si abbandona all’iperstimolazione visiva di un bombardamento a scorrimento sregolato che si moltiplica senza concedere un attimo di respiro (Grey line).
Quel respiro torna piano, a singhiozzi e tentoni, tra le scie di sabbia bianca dentro le quali vorticano i corpi di Mehdi Dahkan e Mohamed Bouriri, in tensione tra l’implosione della resistenza e l’esplosione dei confini della propria cinesfera (Kms of resistance).
E infine i piedi ancora fremono al ritmo incalzante della dabka danzata con la gioia pulsante di una vita che continua a rigenerarsi sopra tutti e sopra tutto, mentre piovono razzi a distruggere famiglie ed edifici e ad allarmare le sirene della città (Badke(remix)).
LE DISCUSSIONI ALL'USCITA E QUEI SILENZI 'VUOTI'
Ci sono stati spettacoli, come SUMMIT Milano, Swiping right e il già citato THREE TIMES LEFT IS RIGHT, che, all’uscita della sala Cattedrale, hanno aperto un vero e proprio dibattito dalle opinioni più discordanti.
Tre spettacoli che con modalità tra loro molto diverse seminano un dubbio: da che parte stare. Da che parte sia conveniente, naturale, ovvio, sensato, socialmente accettato, “giusto” stare. A destra o a sinistra? Dalla parte dell’uomo o da quella della donna? Seduti sulle tribune o in piedi tra gli attori? Dentro o fuori dalla gabbia a parte aperte?
E la vera domanda diventa: come decidiamo da che parte stare? Nella realtà dei fatti il proprio posizionamento politico e ideologico è influenzato da diversi fattori, fra cui spicca il sistema socio-relazionale all’interno del quale si vive. Ma a teatro, che ha regole sue e che fa della finzione il suo strumento rappresentativo ed espressivo, si può giocare in modo diverso, si può osare, spingersi oltre l’abitudine e il consentito.
E allora stupisce che di fronte ai 4 minuti e 33 secondi di libertà, che per tre volte i performer di SUMMIT Milano hanno concesso al pubblico seduto sulle gradinate delle tribune, lasciando il palcoscenico vuoto e disponibile ad essere attraversato e occupato da qualsiasi parola o azione, nessuno abbia fatto né detto niente.
Tutti fermi, ingessati e immobili, ad aspettare che qualcosa accadesse. Per tre volte, l’attesa non è valsa la sorpresa, perché in quei 4 minuti e mezzo assolutamente nulla è accaduto.
Questo episodio diventa emblematico se messo in relazione con gli intenti e l’identità del festival. Un programma artistico ufficiale fortemente legato all’attualità, all’internazionale, all’intreccio tra teatro e giornalismo, alla contaminazione tra arte e politica. Un programma extra festival di incontri, talk e approfondimenti sulle pratiche partecipative, sulla libertà espressiva nella contemporaneità, sui processi di democrazia, sugli spazi del noi, sulle attuali dinamiche geo-politiche delle nazioni (o regioni geo-culturali) extra-europee.
Eppure, gli spettatori che hanno preso parte agli eventi del festival nella sua interezza o in maniera sporadica e frammentaria: quanto sono stati veramente disposti a mettere in dubbio, spostare il punto di vista, farsi realmente trasformare? Quanto hanno accolto e assecondato la libertà di poter ri-orientare, cambiare, per una volta, il proprio sguardo sul mondo?
Questa resta, tuttora, una domanda aperta.