Hai seguito LIFE? Bene. Hai incrociato altri sguardi sul mondo? Bene. Ma hai cambiato il tuo punto di vista?

Grandi applausi dalle gradinate della Cattedrale dopo la prima di 'Badke(remix)' (foto di Luca Del Pia)

Immagina un punto dove la vita finisce e poi ricomincia. Ne attraversiamo molti nel corso della nostra esistenza, sono i momenti che si ricordando per la coincidenza con forti emozioni, sono i momenti che segnano un passaggio da uno stato a un altro, durante i quali i nessi di causa-effetto rispondono alle leggi ingovernabili del cambiamento.

Quando si partecipa a uno spettacolo teatrale dovrebbe accadere qualcosa di simile, se il rapporto tra spazio scenico e platea, tra attore e spettatore viene costruito sulla base di un patto di reciproca fiducia e impegno a rendersi permeabili al qui e ora.

Ciò che accade in quel tempo, in quel luogo, con quei soggetti coinvolti, si carica di un’unicità irripetibile, che volente o nolente interviene applicando uno scarto tra presente e passato negli attimi condivisi da parte dei presenti.

Dichiarare che sempre questo processo avvenga, sarebbe pretestuoso e poco attinente alla realtà. Ma che questi presupposti ci siano, che le condizioni vengano poste, rendono l’atto teatrale un motore emotivo e trasformativo dalle potenzialità infinitamente variegate.

L'ECO DI ODI AL MEGAFONO, DI VOCI CRISTALLINE E...

A una decina di giorni dalla fine di LIFE – Theatre Arts Media Festival si depositano gli effetti messi in moto dai processi creativi a cui abbiamo assistito per più di tre settimane continuative di spettacolo, mostre, installazioni e incontri.

Riaffiorano alla mente come un’eco lontana le odi intonate al megafono tra le fronde degli alberi e per le vie del cemento del quartiere di Chinatown (Signal in Milano). Restano scolpiti nella memoria i fotogrammi di un braccio alzato tra lo sgorgare del sangue rosso di un idealismo progressista che scopre da un lenzuolo bianco i suoi fantasmi (THREE TIMES LEFT IS RIGHT).

Riecheggia nell’orecchio la voce cristallina e dolcemente imperfetta di Elina Kulikov, che con un’eleganza e una grazia dai dettagli apparentemente spontanei – ma sottili e accuratissimi – intesse canti popolari partigiani contro una Russia dittatrice, che spegne ogni voce dissidente nel silenzio della dimenticanza (Trilogie de la guerre / Un champ brûlé).

Nelle viscere dell’intestino ribolle la palpitazione dei bassi dei subwoofer, mentre l’occhio si abbandona all’iperstimolazione visiva di un bombardamento a scorrimento sregolato che si moltiplica senza concedere un attimo di respiro (Grey line).

Quel respiro torna piano, a singhiozzi e tentoni, tra le scie di sabbia bianca dentro le quali vorticano i corpi di Mehdi Dahkan e Mohamed Bouriri, in tensione tra l’implosione della resistenza e l’esplosione dei confini della propria cinesfera (Kms of resistance).

E infine i piedi ancora fremono al ritmo incalzante della dabka danzata con la gioia pulsante di una vita che continua a rigenerarsi sopra tutti e sopra tutto, mentre piovono razzi a distruggere famiglie ed edifici e ad allarmare le sirene della città (Badke(remix)).

LE DISCUSSIONI ALL'USCITA E QUEI SILENZI 'VUOTI'

Ci sono stati spettacoli, come SUMMIT Milano, Swiping right e il già citato THREE TIMES LEFT IS RIGHT, che, all’uscita della sala Cattedrale, hanno aperto un vero e proprio dibattito dalle opinioni più discordanti.

Tre spettacoli che con modalità tra loro molto diverse seminano un dubbio: da che parte stare. Da che parte sia conveniente, naturale, ovvio, sensato, socialmente accettato, “giusto” stare. A destra o a sinistra? Dalla parte dell’uomo o da quella della donna? Seduti sulle tribune o in piedi tra gli attori? Dentro o fuori dalla gabbia a parte aperte?

E la vera domanda diventa: come decidiamo da che parte stare? Nella realtà dei fatti il proprio posizionamento politico e ideologico è influenzato da diversi fattori, fra cui spicca il sistema socio-relazionale all’interno del quale si vive. Ma a teatro, che ha regole sue e che fa della finzione il suo strumento rappresentativo ed espressivo, si può giocare in modo diverso, si può osare, spingersi oltre l’abitudine e il consentito.

E allora stupisce che di fronte ai 4 minuti e 33 secondi di libertà, che per tre volte i performer di SUMMIT Milano hanno concesso al pubblico seduto sulle gradinate delle tribune, lasciando il palcoscenico vuoto e disponibile ad essere attraversato e occupato da qualsiasi parola o azione, nessuno abbia fatto né detto niente.

Tutti fermi, ingessati e immobili, ad aspettare che qualcosa accadesse. Per tre volte, l’attesa non è valsa la sorpresa, perché in quei 4 minuti e mezzo assolutamente nulla è accaduto.

Questo episodio diventa emblematico se messo in relazione con gli intenti e l’identità del festival. Un programma artistico ufficiale fortemente legato all’attualità, all’internazionale, all’intreccio tra teatro e giornalismo, alla contaminazione tra arte e politica. Un programma extra festival di incontri, talk e approfondimenti sulle pratiche partecipative, sulla libertà espressiva nella contemporaneità, sui processi di democrazia, sugli spazi del noi, sulle attuali dinamiche geo-politiche delle nazioni (o regioni geo-culturali) extra-europee.

Eppure, gli spettatori che hanno preso parte agli eventi del festival nella sua interezza o in maniera sporadica e frammentaria: quanto sono stati veramente disposti a mettere in dubbio, spostare il punto di vista, farsi realmente trasformare? Quanto hanno accolto e assecondato la libertà di poter ri-orientare, cambiare, per una volta, il proprio sguardo sul mondo?

Questa resta, tuttora, una domanda aperta.

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